A Roma i primi figli italiani dell’eterologa

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 10 marzo 2015

A 11 anni esatti  dall’entrata in vigore della legge 40 sulla «procreazione medicalmente assistita», l’Italia attraversa l’ennesima frontiera nella sua corsa verso la liberalizzazione del mercato della vita. Il 9 marzo il direttore dell’Alma Res Fertility di Roma, Pasquale Bilotta, ha annunciato la nascita del primo bambino italiano concepito con la tecnica della fecondazione eterologa, a un anno ormai dalla caduta del divieto contenuto proprio nella legge 40 per mano della Corte Costituzionale (9 aprile 2014). I primi figli dell’eterologa nel nostro Paese in realtà sono due: un maschio e una femmina, gemelli. Si tratterebbe, stando a quanto dichiara il direttore del centro romano per la fecondazione assistita, del frutto di una donazione di ovociti da parte di un’italiana, un fatto in realtà alquanto raro vista la scarsissima disponibilità mostrata dalle italiane a donare i propri ovociti per consentire a un’altra donna di diventare madre dando alla luce quello che biologicamente resta e resterà sempre loro figlio. Il concepimento era avvenuto in giugno, ovvero prima ancora che le Regioni (ai primi di settembre) concordassero tra loro alcune regole per evitare il bazar della maternità con la compravendita di gameti (cosa che sta peraltro regolarmente accadendo) ma nella perdurante assenza di una normativa minima nazionale.

L’infertilità della coppia che ha scelto l’eterologa proseguiva da 15 anni per effetto dell’endometriosi, «responsabile del 45% dei casi di infertilità femminile», spiega Bilotta. «È stato utilizzato – dice ancora il responsabile della clinica romana – il trasferimento in utero di due embrioni allo stadio di blastocisti, cioè mantenuti in incubatore nel laboratorio sino al quinto giorno di accrescimento. Tecnica, questa, che incrementa in modo significativo le percentuali di successo». La gravidanza è stata complicata per vari motivi: mutazioni genetiche, l’età avanzata della gestante (47 anni) e la gemellarità. Il parto è avvenuto prematuramente alla trentaseiesima settimana con taglio cesareo, per un iniziale distacco di placenta. La donatrice è stata selezionata in base a «gruppo sanguigno, colore degli occhi e dei capelli, carnagione, corporatura. Tutte le donatrici sono state sottoposte ad analisi generali, genetiche, metaboliche e infettive e hanno ricevuto un rimborso spese, come indicato dalla attuale normativa». Ma la norma per la donazione di ovociti, in realtà, non esiste ancora.

Francesco Ognibene

fonte: Avvenire

 

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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