Accoglienza e prossimità, per una comunità con al centro la persona umana

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 19 febbraio 2018
Accoglienza e prossimità, per una comunità con al centro la persona umana

La XXVI Giornata Mondiale del Malato si è celebrata a Torino, come di consueto da lunghi anni or sono per l’Arcidiocesi, con un convegno del sabato 10 febbraio rivolto a persone malate e ai loro familiari, operatori sanitari e socio-assistenziali, pastorali e volontari di associazioni impegnate nel mondo della salute, ministri dell’Eucarestia, religiosi e religiose, e la Santa Messa di domenica presieduta dall’Arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia, questa volta però officiata presso la struttura ospedaliera delle Molinette.

Papa Francesco nel messaggio per la XXVI Giornata evidenzia come nel corso della storia bimillenaria la Chiesa abbia avuto e messo in pratica una “vocazione materna”, un servizio verso le persone bisognose e i malati, e attribuisce alla Chiesa l’espressione di  «Ospedale da campo», che descrive: «accogliente per tutti quanti sono feriti dalla vita, è una realtà molto concreta, perché in alcune parti del mondo sono solo gli ospedali dei missionari e delle diocesi a fornire le cure necessarie alla popolazione» (Mater Ecclesiae: “Ecco tuo figlio… Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé …, Gv 19, 26-27, Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXVI Giornata Mondiale del Malato 2018). Infine il Pontefice infonde coraggio nel continuare e rinnovare con vigore il servizio della Chiesa ai malati e a quanti se ne prendono cura guardando all’eredità del passato per «progettare bene il futuro».

Sulle tracce del Messaggio del Santo Padre, sabato 10 febbraio, presso il Centro Congressi «Santo Volto» di Torino, si è svolto il convegno dal titolo «Accoglienza e prossimità».
Si è visto in platea non solo un pubblico folto ma anche attento e assorto dinanzi ad una carrellata di esperienze di vita di grave marginalità, sul piano della malattia, della disabilità e della fragilità psicologica e sociale – che sono uno dei tanti volti della odierna comunità in cui viviamo – alle quali si è “dato vita” a barlumi di luce, speranza, attraverso progetti realizzati e raccontati da persone provenienti da realtà diverse. Piccole iniziative che nel tempo sono cresciute e hanno moltiplicato, in base ai bisogni, nuovi e vecchi, di accompagnamento – visite mediche, di ascolto, aiuto nella spesa quotidiana, nel pagamento dei ticket – e di assistenza ambulatoriale per andare incontro a persone che vivono situazioni di disagio perché si trovano in un periodo della loro vita senza una casa, un lavoro, in emergenza sanitaria e assistenziale, senza la fruizione del servizio socio-sanitario nazionale.

«Accoglienza e prossimità», convegno XXVI Giornata Mondiale del Malato, Centro Congressi «Santo Volto», Torino, 10 febbraio 2017 ©foto Bioetica News Torino

Il volontariato associativo «Misericordes Onlus» in via Baiardi 9, nato da un gruppo di volontari nel 2016 e di cui è presidente don Massimiliano Canta, offre in modo gratuito alle persone indigenti un servizio di assistenza medica, specialistica compreso il servizio odontoiatrico,  infermieristica e fisioterapica qualificata. Don Canta spiega che  l’associazione  diventa anche un punto di riferimento per la continuità assistenziale, grazie alla collaborazione con la Città della Salute, per le persone che dopo  le dimissioni dall’ospedale o dal P.S. hanno difficoltà nel proseguire le cure a causa delle gravi condizioni di marginalità in cui si trovano e di quelle che potrebbero ritornarvi se abbandonati a loro stessi.

«Misericordes Onlus» è «uno snodo importante per il progetto di «Prossimità solidale», afferma Ivan Raimondi, vicedirettore  dell’Ufficio per la Pastorale della Salute di Torino.
Il progetto adotta il metodo dell’Agorà del Sociale. L’Agorà del Sociale è un percorso intrapreso dalla Diocesi di Torino su iniziativa dell’Arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia alcuni anni fa,  che è  innovativo, fatto  di dialogo e di confronto, creativo e operativo tra realtà diverse che collaborano fra loro, ecclesiali e non (Asl, Città di Torino..), negli ambiti Formazione,  Lavoro e Welfare, sul e per il territorio a favore della comunità in cui si vive per dare un nuovo modello di sviluppo partendo dai bisogni emergenti di chi vive in difficoltà.

Il progetto «Prossimità solidale» che viene portato avanti dall’Arcidiocesi di Torino  in collaborazione sinergica  con la Città  della Scienza e della Salute di Torino, in particolar modo con l’Ospedale Molinette, come spiega Raimondi, sarà presto operativo  come  volontariato di prossimità solidale per aiutare le persone che dopo la dimissione dall’ospedale  hanno ancora necessità di essere aiutate nella quotidianità non appena rientrano, spesso al proprio domicilio. Il progetto coinvolge la Cappellania della Città della Scienza e della Salute, l’Associazione «Misericordes onlus»,  in collaborazione con le associazioni di volontariato ospedaliero e territoriale, le unità pastorali 21 e 22 e i ministri dell’Eucarestia.

Don Gianpaolo Pauletto assistente religioso al Martini presenta l’iniziativa di un laboratorio artigianale e artistico di materialidiscARTo.it di cui è stato l’ideatore assieme ad alcune persone senza fissa dimora, senza lavoro, ospiti nei dormitori, dal cui incontro sono nati spiragli di speranza. Di recente hanno una sistemazione seppure temporanea e sono felici di sentirsi “persone con dignità”, utili nella società.

Sulla pastorale del lutto si è soffermato Piero Garelli della Consulta diocesana Pastorale della Salute, mentre Maria Pia Bronzino medico del Sermig e Roberto Russo direttore sanitario della struttura ospedaliera del Cottolengo hanno parlato delle attuali necessità.

Le diverse risposte che l’Arsenale della Pace cercava di dare negli anni ’80, accoglienza notturna a uomini, donne, mamme con bambini, cura a chi non poteva accedere al Ssn, accompagnamento all’autonomia, continuano tuttora. Le persone arrivano infatti nelle medesime situazioni, fa osservare la dottoressa Bronzino. Nell’arco di trenta anni i servizi pubblici sono migliorati e l’accessibilità alle cure è aumentata, tuttavia si riscontra un aumento di fragilità sociale perché la salute dipende da tanti fattori, dalla possibilità di avere un lavoro, una corretta alimentazione, di accedere ad un’istruzione, di avere accanto una famiglia, di aggregazione sociale, di una sistemazione abitativa, di essere accolti. Per andare incontro alla persona in tutti i suoi bisogni si è allacciata una rete di relazioni a cui partecipano il banco farmaceutico, la circoscrizione 7 con servizi psicologi, studenti e infermieri del Cottolengo, del San Luigi, centri di volontariato per le cure odontoiatriche e protesiche.

All’art. 3 della Costituzione sul diritto dei cittadini a pari dignità sociale e uguaglianza dinanzi alla legge, senza distinzione ⌈…⌉ condizioni personali e sociali, fa riferimento il direttore sanitario dell’Ospedale Cottolengo Roberto Russo facendo osservare come un paziente dimissibile la dignità restituita nella cura viene riperduta se lasciato a domicilio senza assistenza, senza sapere a chi rivolgersi, senza risorse economiche. Ne riporta il caso di una persona che  frequentava i  locali del Cottolengo durante il piano di emergenza freddo ma un giorno si presentò  all’ambulatorio infermieristico Granetti per farsi medicare.  Da lì iniziò il calvario ma anche la sua sopravvivenza, dopo una prognosi infausta.  Una storia che evidenzia come sia necessario un accompagnamento alle persone per accoglierli ed essere prossimi a loro.
Roberto Russo dà infine alcuni numeri sull’attività svolta finora dal neo ambulatorio infermieristico Granetti per le persone con bisogni sanitari – intitolato al canonico e medico chirurgo di fiducia del Santo Cottolengo e dei “poveri” presso la casa cottolenghina che insegnò alle suore elementi infermieristici di bassa chirurgia. Dà numeri significativi sulle attuali necessità e su uno spaccato della realtà sociale: 3665 sono prestazioni, di cui 3049 iniezioni e 293 medicazioni, effettuate a 1128 persone di cui 545 sono italiani.

Monsignor Cesare Nosiglia nella relazione introduttiva intitolata «Ecco tuo figlio…Ecco tua madre» si è soffermato sulla “commensalità del dolore ”, condivisione della sofferenza dell’anima oltre che del corpo, quale «forma compiuta della carità professionale di un medico o di un infermiere, quando, al di là delle loro competenze, mostrano di nutrire quel sano orgoglio di affrontare i problemi del malato, coinvolgendosi nel percorso della malattia, quasi ne fossero partecipi insieme a lui», nonché sugli sforzi delle realtà cattoliche di «restare fedeli al loro carisma originario e alla loro scelta umanistica, solidaristica e spirituale» dinanzi all’affermarsi in sanità di un aziendalismo dell’ospedale che dinanzi alla logica del mercato tenderebbe a scartare i più poveri.

E infine il direttore generale dell’Asl Città di Torino Valerio Fabio Alberti, nella sua articolata  relazione,  presenta una progettualità che sta alla base di un piano della cronicità regionale in Piemonte, in via sperimentale da attuarsi nell’area periferica metropolitana caratterizzata da maggiori problemi socioeconomici, come le Vallette, e di un piano locale della cronicità dell’Asl Città di Torino. Si dà un nuovo approccio dinanzi allo scenario futuro delle patologie croniche, welfare e di Comunità, attivando leve diverse, perché gli strumenti e gli approcci tradizionali non sono più sufficienti a dare risposte e dove si vuol porre la persona al centro del  sistema di cure.  Sul piano di integrazione socio-sanitaria l’Asl della Città di Torino verrebbe a collaborare con realtà istituzionali e non, presenti sul territorio, tra le quali spicca anche la Pastorale della Salute «al fine di rinforzare la trama delle relazioni di prossimità nell’ambito di una rete integrata di risorse e servizi nella Comunità».

Il problema della Sanità pubblica può riassumersi così, come spiega il direttore generale Alberti: da un lato,  continuare a  garantire e garantire l’accessibilità alle cure in generale e alle tecnologie ad alto costo, dall’altro la prevalenza delle malattie cronico-degenerative nella Comunità. Entro il 2020 le malattie croniche rappresenteranno l’80% di tutte le patologie, secondo i dati del piano nazionale di cronicità, assorbono il 70/80% delle risorse sanitarie e già oggi colpiscono l’80% delle persone oltre i 65 anni, e si prevede che anche in Europa, nel 2060, la popolazione di età superiore ai 65 anni  sarà doppia di quella sotto i 15 anni.  Se da un lato si può lavorare su fattori di prevenzione come stili di vita – contro l’uso di tabacco e alcol, la cattiva alimentazione e l’inattività fisica – , dall’altro i fattori socio-economici sfavorevoli condizionano negativamente sia l’incidenza che la relativa evoluzione della malattia. Per le malattie croniche si prospetta all’interno della Comunità di una presa in carico e di promozione della salute.  Lo stato di salute è dato da molti fattori: dipende dai servizi sanitari, dall’accesso alle cure ma anche dagli stili di vita, dalle  reti di sostegno che il singolo cittadino ha, formali e informali che lo sostengono nelle sue abitudini, dall’età, dal sesso e dalla genetica, dalle situazioni  socio-economiche, culturali e ambientali.
Per Alberti l’individuazione dei  bisogni della popolazione all’interno della Comunità serve per  studiare e delineare meglio le strategie di contrasto della sanità pubblica. Illustra infatti per una migliore comprensione  il modello della piramide di King’s Fund (Regno Unito),  che stratifica la popolazione in 4 livelli, partendo dalla base, popolazione sana che non manifesta malattie croniche, per  proseguire secondo l’entità della malattia cronica diagnosticata nei livelli 1 più  lieve, 2 più severa, 3 molto severa (es. persona non autosufficiente). Dunque, per la popolazione generale, quella sana, si attiverebbe la prevenzione sugli stili di vita. E qui il ruolo delle associazioni potrebbe essere importante; per il 1 livello, riguarda il 70 /80% delle persone, con la medicina di iniziativa  per contrastare affinché la malattia non peggiori; per il 2 livello, stimata attorno al 15/20% nella Comunità, con una presa in carico  mediante una equipe  multidisciplinare; per il 3 livello, stimata attorno al  2/3 %,  ci vuole un progetto di assistenza  individualizzato.  Allora, come spiega il dr Alberti, la  risposta alla sempre crescente cronicità, definita sfida di sistema, chiede oggi una gestione integrata sul piano sanitario (es. medico di famiglia, diabetologo), ma non solo anche sul piano socio-sanitario fra  la Sanità e altri soggetti istituzionale e non che operano all’interno della Comunità, basandosi sulle risorse che  la comunità può generare ma anche sulla capacità di ogni singola persona nel gestire la propria salute.  Si potrebbe perseguire tre fini, si potrebbe «rafforzare e suscitare le relazioni di prossimità» (la famiglia, il vicinato, le amicizie), ovvero la vita di relazione nella comunità, intesa come soggetto, soprattutto nelle aree più fragili; dar vita ad «iniziative multisettoriali» istituzionali e non nella comunità per cooperare  progetti di salute; «pianificazione integrata» di servizi sanitari e non. Tra gli interlocutori locali la Sanità torinese prevederebbe  la collaborazione anche con la Pastorale della Salute assieme a Comune, la Scuola, Atc, il sindacato, il volontariato, la cooperazione sociale, associazioni etc.

Conclude don Paolo Fini, direttore dell’Ufficio pastorale per la Salute di Torino,  lieto della presenza della Chiesa di Torino tra gli  interlocutori del progetto di un Comitato per la Promozione della Salute, con un auspicio di avere una sanità a misura d’uomo, che sappia guardare alle esigenze, servizi e diritti, delle persone più fragili.

 

(*) Giornalista pubblicista
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