Alcune riflessioni etiche dopo la morte di Vincent Lambert

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 12 luglio 2019

Un giorno di profondo dolore e con  una certa amarezza nel cuore è stata accolta la notizia della morte, giovedì mattina 11 luglio, e per come è stata vissuta da Vincent Lambert. Senza idratazione e nutrizione artificiali per nove giorni tolti da una sentenza della Cassazione.

Sono stati espressi molti messaggi di vicinanza al dolore dei genitori oltre i confini francesi. Papa Francesco scrive «Dio Padre accolga tra le sue braccia Vincent Lambert. Non costruiamo una civiltà che elimina le persone la cui vita riteniamo non sia più degna di essere vissuta: ogni vita ha valore, sempre» (Twit, 11 luglio 2019). La sua vicenda è stata intricata per litigiosità familiare e per controversie giudiziarie che sono andate avanti per anni, tra il lasciarlo morire e averne cura fino alla morte naturale. È ora più che mai la sua modalità di morte che ci fa riflettere, ci  interpella. E nel nostro Paese il riscontro del Parlamento è atteso sulle questioni del  fine vita concernenti le proposte di legge di iniziativa popolare su eutanasia e suicidio assistito,  sono messe in calendario tra questo mese e settembre,  altrimenti sarà la Consulta a decidere sulla legittimità costituzionale o meno dell’art. 590 del c.p. di  reato penale riguardo all’aiuto al suicidio nel caso Cappato nella vicenda del dj Fabo.

Sull’accaduto a Vincent Lambert, tetraplegico, in stato di minima coscienza, il giurista Alberto Gambino, presidente nazionale di Scienza & Vita e prorettore dell’Università di europea di Roma, mette in evidenza che «Vincent Lambert non ha mai dichiarato espressamente di non continuare a somministrargli alimentazione e idratazione» e in assenza di tale dichiarazione espressa il principio di precauzione vuole che si vada verso la prosecuzione della vita, non verso la sua interruzione, altrimenti il “bene vita” retrocede a una lettura di qualità e, se non è efficiente, a questo punto degrada».  Quindi il problema dell’autodeterminazione non si pone, ma un altro «ben più profondo e riguarda proprio la lettura che si dà alle vite umane in stato di coscienza minimale: sono vite, hanno anche delle reazioni e relazioni, pur piccole, che meritano  di essere accudite, come le altre vite, fino al decesso naturale e non devono subire invece un’accelerazione verso la morte su una valutazione tutta di qualità».   Talvolta si mette in relazione  l’inguaribilità con l’essere indegni di cura creando  una certa  confusione come  spiega Gambino. Si finisce per ritenere che una persona non più pienamente efficiente  possa smettere di essere curata e accudita, «anche per motivi di efficienza economica del sistema sanitario»,  questo avviene in quei casi di interruzione di alimentazione, idratazione, che sono presidi vitali.» (G. Alfaro, Vincent Lambert, Gambino «Non c’è stata autodeterminazione, ma un atto di superbia della Francia», Agensir 11 luglio 2019).

Il bioeticista  Adriano Pessina, professore di Filosofia Morale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e membro della PAV, afferma in un suo twit dell’11 luglio,  che «in Italia non abbiamo bisogno di leggi sul fine vita ma abbiamo bisogno di una cultura della solidarietà e di una politica che sostenga concretamente le famiglie e le persone nei tempi lunghi della malattia e disabilità».  E poi sul vuoto normativo in materia del fine vita che la Corte Costituzionale chiede al Parlamento di provvedere a colmare entro il 24 settembre, Pessina  ritiene, in un twit 11 luglio che «si potrà rispondere alla Corte, differenziare il reato di istigazione al suicidio da quello di aiuto al suicidio ma restano reati e atti moralmente illegittimi e opposti alla prassi di cura e assistenza».
E sulla sentenza di sospensione dei sostegni vitali Pessina  affermava  in un’intervista a G. P. Trasversa per  agensir del 10 luglio (Vincent Lambert. Pessina: «Abbandono assistenziale privo di ragioni cliniche», il giorno  prima che morisse, che  «tecnicamente non un è un’eutanasia attiva ma si tratta di omissione moralmente non meno grave, tanto più che non riguarda un paziente in fine,  con una patologia che lo sta conducendo a morte, bensì, e lo ribadisco, una  persona in situazione di disabilità gravissima, in uno stato di minima coscienza nel quale si trovano migliaia di altre persone, anche nel nostro paese, che finora hanno trovato sostegno culturale, morale, sociale oltre che clinico».  Mette poi in evidenza  che «il principio etico universale è il dovere di garantire il diritto alla vita  di ogni persona, valore basilare e condizione per l’esistenza di tutti gli altri diritti. Minare il diritto alla vita significa in qualche modo minare la nostra democrazia» concludendo che «angoscia e richiesta di non morire non possono essere censurate, ma non devono essere assecondate. Siamo chiamati a farcene carico e ad offrire risposte».

(*) redazione Bioetica News Torino
© Riproduzione Riservata