Bioetica e disabilità: un commento di “Lettere sul dolore” di Mounier

di Anna Maria Derossi
e Maria Teresa Materia *

pubblicato il 9 aprile 2013
Bioetica e disabilità: un commento di “Lettere sul dolore” di Mounier

Sfogliando Lettere sul dolore di Emmanuel Mounier si prova la stessa sensazione di quando, camminando in montagna si entra in un bosco e i raggi di luce che filtrano tra i rami illuminano il tratto di sentiero che si sta percorrendo.

È una luce delicata che non acceca, ma che si fa compagna e guida nel cammino. Così passo dopo passo si arriva sul finir del bosco e l’occhio si perde nell’immenso orizzonte, la luce ora ti avvolge e l’impressione è quella di essere sempre più entrati nel mistero.

Condividere la propria vita con chi vive una situazione di disabilità mentale grave, è come entrare in questo bosco, ma deve essere un’entrata affettuosa, sincera, rispettosa, compiuta come un’azione sacra, allora avremo occhi per vedere l’invisibile e gustare la gioia dell’Eterno.

Emmanuel Mounier che visse questa esperienza in prima persona scriveva a sua moglie il 20 marzo 1940:

Che senso avrebbe tutto questo se la nostra bambina fosse soltanto una carne malata, un po’ di vita dolorante, e non invece una bianca piccola ostia che ci supera tutti, un’immensità di mistero e di amore che ci abbaglierebbe se lo vedessimo faccia a faccia; se ogni colpo più duro non fosse una nuova elevazione che ogni volta allorché il nostro cuore comincia ad abituarsi al colpo precedente, si rivela come una nuova richiesta di amore. (…) Non dobbiamo pensare al dolore come qualcosa che ci viene strappato, ma come qualcosa che noi doniamo, per non demeritare del piccolo Cristo che si trova in mezzo a noi, per non lasciarlo solo ad agire col Cristo. Non voglio che si perdano questi giorni, dobbiamo accettarli per quello che sono: giorni pieni di una grazia sconosciuta.1

Quando si riflette sul dolore la tentazione che ci assale, è quella di trovare una risposta esaustiva, definitiva, risolutiva che ci permetta di incatenarlo affinché non ci faccia più male. Appare subito alla nostra mente l’immagine di colui che ci strappa, ci toglie, ci ruba ciò che c’è caro e allora il cuore si ribella e si dibatte, giungendo a voler a tutti i costi eliminare un tale predatore della nostra felicità e della nostra pace. Ma cosa sono la pace e la felicità?

Abita da tanti anni nella «Piccola Casa» di Torino una signora che dall’età di sette mesi non vede, non sente, non parla. Tutti gli anni si reca a Lourdes; una volta le è stato chiesto il perché ci vada così assiduamente se finora non ha ottenuto il miracolo. La signora con tanta serenità ha risposto che la prima volta che vi si era recata aveva chiesto il miracolo della pace del cuore e lei quel miracolo riconosceva di averlo ricevuto, per cui ogni anno ritorna a Lourdes per ringraziarela Madonna per la grazia ricevuta.

 Emmanuel Mounier in una lettera a sua moglie si era espresso nello stesso modo:

Occorre avere un cuore molto semplice per essere in comunione con tutti coloro che hanno creduto in Lourdes. Penso che farei una pazzia da un punto di vista semplicemente umano: condurrei Françoise a Lourdes non per chiedere il miracolo materiale, ma per mettermi in fila e conoscere la gioia di ricondurre a casa una bambina sempre ammalata, la gioia di aver creduto alla gratuità della grazia di Dio (e non al suo automatismo terapeutico), la gioia di sapere che il miracolo non è rifiutato a chi lo accoglie in anticipo sotto tutte le sue forme, anche sotto quelle invisibili, anche sotto quelle crocifisse, anche se si trattasse della fine. Touchard ha ragione: Françoise è più presente di una bambina graziosa e normale.2

Un grande filosofo e una donna semplice che giungono alla stessa considerazione. Lasciarsi toccare dalla disabilità, infatti, è come spogliarsi di tutto ciò che è superfluo, ingombrante. Si raggiunge così l’essenziale, s’incontra l’uomo nella sua verità. Non solo carne, non solo intelligenza e capacità, ma l’uomo nella sua globalità, nella sua irripetibilità e unicità, nella sua libertà di amare e di essere amato che si esprime anche attraverso i gesti semplici della quotidianità.

Recita la Gaudium et Spes al n.14:

[…] nella sua interiorità, [l’uomo] trascende l’universo: in quella profondità egli torna, quando si volge al cuore, là dove lo aspetta Dio che scruta i cuori, là dove sotto lo sguardo di Dio egli decide del suo destino. Perciò, riconoscendo di avere un’anima spirituale e immortale, non si lascia illudere da fallaci finzioni che fluiscono unicamente dalle condizioni fisiche e sociali, ma invece va a toccare in profondo la verità stessa delle cose.3

L’incontro con l’altro ci permette di riconoscere nell’altrui la propria finitudine, la propria creaturalità. L’approfondimento del pensiero dovrebbe proprio svilupparsi a partire da questo concetto; riconoscere la bellezza del nostro essere creature ci permette di non sentirci atomi nel mondo, non prodotti casuali, ma figli e fratelli. Quando il dolore è appesantito dalla solitudine diventa schiacciante, ma se con-diviso e con-solato anche il dolore può essere donato.

Il pensiero dominante che ci vuole totalmente indipendenti ci rende indifferenti gli uni agli altri condannandoci a una non vita. La relazione con il Creatore, di cui siamo immagine, ci rinnova, ci sostiene, ci fortifica, illumina il senso di ogni umana esistenza. Amare e lasciarsi amare concorrono allo stesso destino del mondo; la vittoria del bene sul male. Ecco perché possiamo con Emmanuel Mounier dire:

Che significa per lei essere disgraziata? Chi può dire che essa lo sia? Chi sa se non ci è domandato di custodire e di adorare un’ostia in mezzo a noi, senza dimenticare la presenza divina sotto una povera materia cieca? Mia piccola Françoise, tu sei per me l’immagine della fede. Quaggiù la conoscerete in enigma e come in uno specchio. […] Françoise piccola mia occorre donarti il tuo pane quotidiano di amore e di presenza, continuare la preghiera che tu rappresenti, ravvivare la nostra ferita, poiché questa ferita è la porta della presenza, restare con te.4

Diceva san Giuseppe Cottolengo: «Se voi pensaste, e comprendeste bene qual personaggio rappresentano i poveri, di continuo li servireste in ginocchio5»  A cinquant’anni dal Concilio risuona quanto mai attuale la conclusione del capitolo I della «Gaudium et Spes»:

Tale e così grande è il mistero dell’uomo, che chiaro si rivela agli occhi dei credenti, attraverso la rivelazione cristiana. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Cristo è risorto, con la sua morte ha distrutto la morte, ci ha fatto dono della sua vita, perché anche noi diventando figli nel Figlio possiamo esclamare nello Spirito: Abbà Padre.6

L’esperienza cottolenghina promuovendo un clima di famiglia e favorendo relazioni di vicinanza e prossimità ci aiuta a cogliere la dipendenza dall’altro non come limite, ma come opportunità per crescere nella dimensione della figliolanza e della fraternità universale.


Bibliografia

1.MOUNIER E., Lettere sul dolore, Rizzoli, Milano 1995, pp. 61-62

2 Idem, pp. 62-63.  La sottolineatura  in grassetto  è  della redazione (n.d.r)

3 «Gaudium et Spes» in Tutti i documenti del Concilio, Massimo –  Milano, UCIIM – Roma 1988, p. 153

4  MOUNIER E., Lettere sul dolore  cit. p. 67

5 COTTOLENGO G., Detti e Pensieri, n. 95, raccolta a cura di Lino Piano, Edilibri, Milano 2005, pp. 176

6 «Gaudium et Spes», op. cit, p. 161

(*) Suor Anna Maria Derossi
Responsabile Centro di Formazione, Presidio Sanitario Ospedale "Cottolengo" di Torino
Coordinatrice AFP corso di Laurea in Infermieristica
Facoltà di Medicina e Chirurgia "A. Gemelli" di Roma, Università Cattolica "Sacro Cuore" - sede di Torino

(**) Suor Maria Teresa Materia
Educatrice Professionale, Corso di Laurea in Infermieristica
Facoltà di Medicina e Chirurgia "A. Gemelli" di Roma, Università Cattolica "Sacro Cuore" - sede di Torino
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