Bioetica e Mass-media: meno enfasi e più etica professionale

di Vilma Brignone *
pubblicato il 8 aprile 2013
Bioetica e Mass-media: meno enfasi e più etica professionale

La Morte, banalizzata o negata, chiave d’ingresso nell’analisi del rapporto Bioetica e Mass Media

 

(Prima parte)

La recente serie di suicidi di imprenditori in Veneto e l’enfatizzazione data dai giornali e dal web al fenomeno ha spinto il presidente di Confindustria della Regione veneta Roberto Zuccato a cercare un’alleanza con i giornalisti per affrontare il dilagare del fenomeno. «Giornali, abbassate i toni. Mettete una sorta di silenziatore che smorzi l’emulazione»,  ha sottolineato nella sua richiesta di riflessione, scatenando un importante dibattito nel mondo dell’informazione, sul tema del “come dare” e modulare la notizia del suicidio.

Gianluca Amadori presidente dell’Ordine dei giornalisti del Veneto, ha richiamato al senso di responsabilità dei giornalisti ricordando, quanto denunciato da alcuni studi dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms): la correlazione tra campagne mediatiche e aumento del numero di suicidi: «Gli operatori dell’informazione devono farsene carico e agire di conseguenza, nel rispetto delle norme deontologiche della professione».

Il dibattito sta mettendo in luce le fragilità del sistema informativo attuale, sovraccaricato da una produzione ipertrofica di notizie, ma carente dal punto di vista dell’analisi critica. Sta portando sui tavoli di lavoro importanti problematiche legate al trattamento di notizie attinenti la dimensione umana, il progresso scientifico e i temi nuovi della bioetica.

Oggi che la notizia viene confezionata e trasmessa sempre più velocemente, mancano il tempo e le risorse umane in redazione per l’approfondimento e la contestualizzazione del caso, a vantaggio di una ricerca quasi ossessiva di scoop e spettacolarizzazione.

Un problema denunciato sempre più dagli stessi professionisti e dagli Odg delle varie regioni che auspicano un giro di boa con un ritorno al buon Giornalismo etico. L’’Odg della Toscana ha annunciato corsi di formazioni, eventi e campagne per un richiamo alla deontologia (dal trattamento dei suicidi alla Carta di Milano (a tutela dei diritti dei detenuti) approvata pochi giorni prima dallo stesso Ordine e diventata protocollo deontologico obbligatorio. Anche l’Odg dell’Umbria, aderendo alle sollecitazioni di altri Ordini regionali, ha evidenziato la necessità di porre un argine alla pubblicazione indiscriminata di notizie ridondanti sui suicidi, spesso corredate da foto con eccesso di particolari che nulla hanno a che vedere con l’essenzialità dei fatti, né tantomeno con le norme sulla privacy e sul rispetto delle persone.

La morte è “notizia spettacolo” sui mezzi di informazione: enfatizzata o al contrario taciuta; trattata come tema da audience, strappalacrime o con voce afona, nascosta dietro un velo di censura dove la società contemporanea l’ha relegata.  Una morte che rispecchia la sua dimensione nel contesto attuale: non più evento famigliare e collettivo, ma individuale e ospedalizzato nell’80 per cento dei casi .

Un “sequestro dell’esperienza” l’ha definito il sociologo John Thompson; un pensiero da evitare per le persone, ma anche una morte che emerge carica di sensazionalismo e di emotività sui mezzi di informazione, in occasione di decessi di personaggi della politica, dello spettacolo, dello sport  o per  storie che fanno presa sulle emozioni dei lettori.

La morte viene così incorniciata, diventando “soggettiva”, asettica, non riconoscibile in quel processo che appartiene al nostro destino.  Paolo Cattorini ne La morte offesa parla di rimozione della morte nella società, come capita per i pesanti nuclei di angoscia. Le persone si sentono sole e impreparate il «Consorzio civile non riesce ad elaborare un costume che consenta l’articolazione e la confessione pubblica dell’angoscia e della sofferenza».

Manca un contesto sociale, sostiene lo studioso, un linguaggio comune, una testimonianza di prossimità in cui non sentirsi soli davanti a questo passaggio. E qui si sente l’afonia dei media, perché l’informazione riveste un ruolo sempre più grande nella società e non è una semplice trasmissione di contenuti, ma crea l’ambiente esistenziale in cui ci si confronta sui temi della vita. Un ambiente che influenza, soprattutto chi non conosce le dinamiche del sistema, ma che può aiutare ad una maggiore coscienza della vita e alla promozione della dignità umana.  La sfida è  perciò cercare il superamento dell’incompatibilità tra il discorso dei Mass Media e il discorso etico, tra la semplificazione  dell’uno e la complessità dell’altro, tra la duale contrapposizione di opinioni che il discorso mediatico crea  e la pluralità del discorso etico, teso alla ricerca della verità.

Morte e Notizia

Con la notizia si soddisfano tre antichi bisogni di informazione dei lettori: l’utilità (l’informazione che aiuta a vivere) la partecipazione (informazione che aiuta a convivere) e la curiosità,  il desiderio di conoscere. Diventa notizia il fatto che si è convinti possa soddisfare i bisogni informativi del  lettore e accrescere il suo patrimonio di conoscenze. Anche se fatti e notizie sono due cose diverse: i primi ci sono, le seconde si costruiscono. Esistono fatti che producono notizie (dallo Spread al delitto passionale); esistono eventi che, per essere ritenuti tali, debbono avere il riconoscimento della notizia da parte del giornalista. In discorso politico, ad esempio, il fatto può esser dato dalle taciute notizie  rispetto ad un certo argomento che preme all’opinione pubblica. Il dato negativo (non esistente), diventa esistente e quindi evidente.

La morte, la cronaca, gli incidenti mortali sono accadimenti in cima alla scala della notiziabilità. Ma non è la morte “ordinaria “ dei 600 mila decessi in Italia ogni anno o la riflessione di come si muore, della consapevolezza, delle decisioni del morente, dei lutti famigliari, delle cure palliative. È una morte dentro una cornice, su cui non riflettere, appunto perché percepita estranea alla propria condizione. Un’estraneità ben descritta da Leone Tolstoj ne La morte di Ivan Il’ic.  «Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale».  Ma un conto era l’uomo-Caio, l’uomo in generale e, allora, quel sillogismo era perfettamente giusto, un conto era lui, che non era né Caio né l’uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente di verso da tutti gli esseri.

Con sensazionalismo e titoli ad effetto tanto esecrati, il giornalista mette nero su bianco i sentimenti comuni nei confronti del decesso: la paura, la curiosità, la voglia di indagare.

I lettori utilizzano l’ingrandimento mediatico per cercare di vedere ciò che si allontana dalla propria mente. Per alcuni studiosi (il sociologo Stefano Allievi, docente di Sociologia all’Università di Padova ) l’attrazione verso questo tipo di notizia è una risposta diretta al bisogno di esplicitazione, che viene negato dal discorso ufficiale e cercato altrove.

«Si soddisfa una curiosità morbosa»,  scrive Beppe Severgnini sul Corriere della Sera, a proposito della morte in diretta televisiva di Piermario Morosini, il centrocampista del Livorno, deceduto sul campo di calcio :

C’ è la voglia di vedere per capire come è potuto succedere, per intuire che il confine tra la vita e la morte non è quasi mai tracciato con evidenza, ma passa misterioso tra i fili d’ erba di un campo, lungo quattro strisce sull’ asfalto, tra i contatti elettrici di un macchinario o gli effetti di un farmaco.

Nella cornice che i mezzi di informazione le danno, la morte è privata della partecipazione emotiva, dell’empatia. Anzi sembra confermare l’attitudine arcaica a considerare indifferente la morte di uno sconosciuto o addirittura compiacersene, essendo venuto meno un potenziale nemico. «Colpendo l’estraneo è meno probabile che la morte venga a colpirmi», scrive Cattorini.

Una morte vissuta come una nemica da combattere. Anche quando muore una persona anziana, si cerca il colpevole. «Ma come è possibile che sia morta, quando fino a qualche tempo fa stava bene». Sono frasi che molti medici registrano in corsia da parte di parenti, con l’atteggiamento di chi è a caccia del colpevole, patologia o medico che sia.

Morte banalizzata

È invece una morte banalizzata quella che viene fuori dal successo di alcuni prodotti editoriali: il genere horror, la necrofilia rock, fumetti e culture underground. O nella moda, dove teschi e scheletri compaiono come elemento grafico sui capi di abbigliamento e conquistano le passerelle. La vetrina di Internet propone il business dell’immortalità virtuale con bare tecnologiche e tariffari per la mummificazione, compresa la notizia della possibilità di mettere in orbita le ceneri, come ha già fatto il creatore di  “Star Trek”.

La morte sui giornali il 2 novembre, giorno dedicato ai defunti

Difficile trovare un’editoriale sul tema, neanche in questa data commemorativa.  È  invece un classico parlare dell’aumento del prezzo dei crisantemi o delle tariffe cimiteriali, mettere in pagina foto notizie con titoli ripetuti annualmente  «Boom di presenze nei cimiteri»,   «Assalto al camposanto«. Vengono riportate curiosità del “settore” come il successo della tanatoestetica, l’arte che rende il compianto più presentabile agli occhi degli altri, compresa la possibilità di piccoli interventi di riparazione, in caso di morte violenta. Sul tema, ma come voce fuori dal coro, la speranza che l’arte di abbellire i defunti aiuti a superare la paura della morte e a farla vivere come momento della vita, un premio Oscar 2009 per il miglior film straniero Departure.

Un’arma contro la morte: il giovanilismo ad oltranza

Nell’era del corpo: eternamente bello, giovane, efficiente, tonico, anche i media si fanno paladini del giovanilismo ad oltranza, oscurando l’idea della morte. La moda consacra modelli estetici, l’industria cosmetica promette di raggiungerli, i mezzi d’informazione enfatizzano questi imperativi, legati anche da contratti pubblicitari di aziende del settore.

E allora, come è possibile abbandonare un corpo che ci piace tanto e che possiamo tenere in forma continua? Il mondo dell’informazione asseconda l’interesse crescente dell’opinione pubblica verso la salute e della speranza di vita “eterna”, occupandosi sempre più di medicina, scienza e ricerca: 4 milioni di italiani cercano su Internet informazioni sanitarie, oltre un milione leggono periodici specializzati, i maggiori quotidiani italiani, hanno una fidelizzazione altissima sui loro inserti Salute, senza contare i milioni di telespettatori dei programmi Tv di medicina.

«C’è un paradigma culturale ossessionato dalla salute, in cui si rafforza l’idea che la vita va accettata soltanto se sana ed integra» (Giorgio Palestro « Salute e malattia») si afferma il culto della bellezza, della forza, integrità fisica, nella direzione del salutismo estremo dell’edonismo. Dalla Medicina dei bisogni alla Medicina dei desideri, sviluppando una diversa visione della prestazione sanitaria e del rapporto medico e paziente.
Ma quale morte si guarda o si legge sui mezzi di informazione?
È  una morte caratterizzata e avvolta di metafore, come descrive la classificazione di Giorgio Tonelli giornalista Rai, segretario dell’Unione cattolica stampa. È Morte eroica: con l’eroe che muore in piedi. «Non è malattia, è salute, salvezza. Contro un nemico e per una causa necessaria», mentre è Morte tragica: «quella che nasce  dallo scontro non più risolvibile fra individuo e società. Morte che non si identifica nelle convenzioni della morte». C’è la Morte meritata: quella del malvagio o del nemico per il quale non esiste pietà. Il soldato mitragliato non emoziona più di tanto quando è quello nemico. Morte collettiva: quella delle calamità naturale dei terremoti o artificiali come i disastri ecologici che «indica le contraddizioni o l’immaturità dello sviluppo».” Morte dell’eroe ribelle: generalmente creato dalla società dello spettacolo che produce  nuovi mitiMorte in diretta. La morte in diretta di Piermario Morosini, ma ancor più la pubblicazione della sua foto morente, ha aperto un dibattito importante e toccato una corda sensibile in molti, dimostrando il differente modo di fare giornalismo delle testate. C’è la Morte che diventa evento mediatico come quella di Carol Wojtyla con più di 90 televisioni collegate per i funerali, 60 telecamere elicotteri per le riprese aeree. 1.800 cameraman e fotografi accreditati dal Vaticano, tre miliardi di persone.

 

Morte, Bioetica e Mass Media  continuerà nel prossimo numero

Il tema della morte è la chiave d’ingresso nell’analisi del rapporto tra Bioetica e Mass media, alla ricerca di errori o confusioni (e del perché degli stessi) e condizionamenti che possono danneggiare il lettore nelle scelte personali come nel dibattito pubblico. Un’analisi che sarà sviluppata nel prossimo numero, diretta al superamento delle incompatibilità presenti verso la tesi della necessità di un’etica di riferimento e, come avviene per altre professioni, di una formazione specialistica per la categoria dei giornalisti, sempre più frequentemente alle prese con  argomenti di carattere bioetico.

(*) Vilma Brignone
Giornalista
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