“Bioetica ed economia”. Conciliazione tra etica ed economia?

di Giovanni Carluccio *
pubblicato il 12 maggio 2014
“Bioetica ed economia”. Conciliazione tra etica ed economia?

Esiste una possibilità di conciliazione tra l’etica1e l’economia?

 

Abstract
L’etica deve essere considerata un elemento essenziale nella gestione dell’economia internazionale. La fuga di capitali nei conti “offshore” rappresenta una piaga che mette in risalto le contraddizioni dell’economia globalizzata


 

Papa Benedetto XVI nella sua terza enciclica Caritas in veritate dedicata soprattutto ai temi del lavoro, dell’economia e delle sfide della globalizzazione, spiega come il ruolo dell’etica sia indispensabile per far funzionare l’economia e l’attuale crisi finanziaria mondiale lo dimostra; «una crisi – afferma il Papa – che chiede di ripensare il nostro cammino, che impone di creare nuove regole perché avere come obiettivo il profitto senza il bene comune distrugge ricchezza e crea povertà».

Benedetto Croce, invece, si pone su un quadro concettuale totalmente diverso, in quanto, secondo lui, l’etica ha a che fare con il bene e con il male, mentre l’economia pone la sua attenzione su ciò che è utile e su ciò che è dannoso 2, (come fossero dei “compartimenti stagni” N.d.A.).

Ritengo che l’enciclica di Benedetto XVI rappresenti un richiamo alla coscienza di tutti, in cui il bene comune (valore etico) si coniughi con l’utile (aspetto economico).
In questo delicato momento storico, i governi mondiali hanno delle gravi responsabilità, nella misura in cui all’interno dell’attuale crisi internazionale, continuano a riesumare gli slogan liberisti del “laissez-faire” 3, e quando a causa di questa colpevole inerzia si favorisce la concentrazione delle risorse in mano a pochi.
Il governo dell’economia (etica) fallirebbe nel suo intento se permettesse (e permettere equivale a volere) l’ampliamento della divaricazione tra coloro (una minoranza), che attraverso la speculazione traggono vantaggi (ad esempio nelle operazioni borsistiche, nelle vendite all’incanto di immobili pignorati, nell’architettura della finanza creativa che opera trasferimenti di capitali nei “paradisi fiscali” 4) e coloro invece, che stanno soccombendo a causa della perdita del lavoro.

Oggi, ancor più che in passato, mettere tra parentesi la questione nodale etica/economia, relegandola ad un dibattito di nicchia per ingenui idealisti, equivarrebbe ad un vero e proprio suicidio della ragione.
Non è tollerabile che il futuro di giovani che non sono mai riusciti ad entrare nel mondo produttivo sia pilotato esclusivamente da logiche di mercato.
È altrettanto inaccettabile che coloro che hanno perso il lavoro troppo in anticipo per godere della pensione, ma troppo in ritardo per ricollocarsi, debbano subire le logiche delle multinazionali, orientate a “dribblare” tra le leggi degli Stati al fine di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

Certamente gli Stati devono contribuire a semplificare le leggi, snellire la burocrazia, al fine di incentivare l’insediamento produttivo delle (sole) aziende che creano occupazione (anche se in tempi di crisi si dispone di minori risorse), ma dovrebbero fare uno sforzo supplementare per coordinare a livello internazionale la materia fiscale e quella relativa alla salvaguardia della sicurezza degli ambienti di lavoro, sottraendo materie così delicate alle tentazioni elusive dei privati.

Riguardo ai paradisi fiscali, un anno fa, venne divulgata una notizia che diede speranza all’ipotesi di un cambiamento di rotta (sia pur timido) nell’economia globalizzata. In particolare ad aprile 2013 vennero pubblicati i risultati di un’inchiesta condotta da un consorzio di giornalisti investigativi (un’associazione no profit di Washington, l’International Consortium of Investigative Journalists), che in collaborazione con 38 testate di tutto il mondo svelò i nomi e i conti segreti di 130mila tra società, correntisti e intermediari di oltre 170 Paesi.

In quell’occasione vennero prodotti 2 milioni e mezzo di documenti. Sembrava trattarsi di un vero e proprio terremoto politico ed economico, che persino il «Washington Post», lo definì come «il colpo più forte mai sferrato all’enorme buco nero dell’economia mondiale».

Il «Guardian» stima che «più di 20mila miliardi dollari posseduti da milionari di tutto il mondo giacciono nei conti offshore». È quasi la metà di tutti i «debiti pubblici mondiali». E c’è da scommettere che le «agenzie fiscali» di tutto il mondo «siano interessate a buttare un occhio» in questa incredibile ricchezza «shadow» improvvisamente portata alla luce. L’evasione fiscale costa ogni anno all’Unione europea «più di 1.000 miliardi di euro», ha ricordato il portavoce della Commissione europea, Olivier Bailly, invitando gli Stati membri ad affrontare la questione (“La Stampa” del 4 aprile 2013).

Passata la “tempesta”, molto simile a quella che potrebbe scatenarsi in un bicchiere d’acqua, si è ritornati alla normalità. Nessuna agenzia si è più mossa per mettere al corrente l’opinione pubblica sugli sviluppi successivi.

In questo caso non credo che valga il detto che “il silenzio è d’oro”. Tutti coloro che, a prescindere dal credo religioso, etnia o collocazione geografica di appartenenza, hanno a cuore il perseguimento del bene comune, hanno il dovere morale di mobilitarsi e pretendere delle risposte.

Le esigenze dei bilanci statali impongono sacrifici, soprattutto in tempi di cui si sta riducendo drasticamente il potere di acquisto delle famiglie (a causa della perdita del lavoro e dell’aumento della pressione fiscale). Per contro, in seguito alle modifiche introdotte con il “Trattato di Maastricht” del 1992, sono stati messi in atto dei provvedimenti in tema di libera circolazione dei capitali, al fine di continuare il processo per una  maggiore integrazione dell’Unione Europea. Si tratta di una tendenza irreversibile che porta con sé indubbi vantaggi alla semplificazione delle transazioni internazionali, ma che devono essere controbilanciate con un altrettanto interesse da parte degli Stati per monitorare comportamenti elusivi ed evasivi.


Note

1 La definizione di etica, possiamo desumerla da Dietmar MIETH nel suo libro Scuola di etica,edizioni Queriniana, come «la teoria del modo moralmente responsabile di agire», mentre  per morale, dal contesto del libro suddetto si pone come «l’osservanza delle regole, delle norme sociali».

2 Per completezza di trattazione possiamo aggiungere che, secondo Benedetto Croce, lo spirito dell’uomo è lo Spirito di tutti gli uomini e passa attraverso quattro momenti:

Figura: A sinistra è il particolare (conoscenza del particolare); a destra l’universale (conoscenza dell’universale).

Nella parte alta di sinistra poniamo l’attività teoretica o conoscitiva; nella parte sottostante, sempre di sinistra, collochiamo l’attività pratica o volizione perché essa si basa sulla volontà. Con l’attività conoscitiva, conosciamo il particolare e conosciamo l’universale; con l’attività pratica (volizione), possiamo volere il particolare o l’universale. Questi quattro momenti li chiamiamo: Estetica (conoscenza del particolare); Logica (conoscenza dell’universale); Economia (volizione del particolare);  Etica (volizione dell’universale). Tra essi vi è distinzione e, quindi, non vi è opposizione (ad esempio la logica non si oppone all’estetica).
All’interno di questi quattro momenti dello spirito, vi è il momento dell’opposizione: nell’estetica l’opposizione è tra bello e brutto; nella logica l’opposizione è tra vero e falso; nell’economia l’opposizione è tra utile e dannoso; nell’etica l’opposizione è tra bene e male. In ogni momento c’è l’opposizione. Inoltre l’economia, secondo CROCE, ha al suo interno due discipline (che noi, intuitivamente avremmo collocato rispettivamente, una nella logica e l’altra nell’etica): La scienza che secondo Croce non ha valore universale, non ha valore conoscitivo ma ha valore pratico (una verità scientifica è tale se funziona);  La politica. Croce all’interno dell’economia include la politica che si presta ad una valutazione sulla base dei risultati che porta.

3 Laissez-faire: principio proprio del liberismo economico, favorevole al non intervento dello Stato. Secondo questa teoria, l’azione del singolo, nella ricerca del proprio benessere, sarebbe sufficiente a garantire la prosperità economica della società.

4 Paradisi fiscali: decine di isole e staterelli sparsi per il mondo che nascondono migliaia di miliardi di denaro, ricchezze immense che sfuggono al controllo degli Stati e spesso nascondono evasione o elusione fiscale.

(*) Giovanni Carluccio
Tributarista
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