Bioetica ed Economia. Etica e lavoro

di Giovanni Carluccio *
pubblicato il 8 giugno 2014
Bioetica ed Economia. Etica e lavoro

Abstract

Il lavoro rappresenta un elemento essenziale per l’uomo, non solo per il suo sostentamento, ma per lo sviluppo della sua autostima e per il riconoscimento dal punto di vista sociale. Una nazione che non valorizzi in termini progettuali e culturali il lavoro è destinata all’estinzione


Etica e lavoro.
In un’economia globalizzata la componente umana è  risorsa da valorizzare (fine) o strumento governato da una logica mercantile (mezzo)?

di Giovanni Carluccio*

 

 

Come ci si sta preparando dinanzi alle sfide del mondo globalizzato, in cui il lavoro, soprattutto in Occidente, si sta trasformando sempre più in un fattore volatile, condizionato dalle logiche speculative dei mercati finanziari?

Il lavoro: quali sfide in un mondo globalizzato?

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse (Gn 2,15)

All’uomo disse: Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato: “Non devi mangiarne”, maledetto il suolo per causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita (Gn 3,17)

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra… (Gn 3,19)

 

Le condanne espresse in Genesi, vanno intese in senso eziologico (studio delle cause), cioè dietro queste esemplificazioni si vuol rendere ragione delle realtà negative che si sono messe in atto all’interno del creato. Ma ciò che vi è di negativo non scaturisce da Dio, in quanto le condanne sono legate ad una punizione, ad una decadenza successiva al compimento del peccato originale. Ma questo non ci autorizza ad affermare che se non ci fosse stata la disobbedienza, l’uomo non avrebbe mai lavorato. Una corretta esegesi è lontana dal sostenere che all’inizio non si lavorasse.
Dio si rivolge all’uomo, il quale viene implicato nella dimensione del lavoro, il suolo viene maledetto per causa dell’uomo, ma l’uomo non viene maledetto. Di per sé il lavoro non è la conseguenza della maledizione; l’uomo era stato creato per custodire il giardino.
Ciò che è implicato nel lavoro è la fatica, e viene inteso nell’antichità come specifico del lavoro dei campi. Questa maledizione compromette l’armonia con quel suolo da cui era stato tratto. Di per sé il lavoro è segno della dignità dell’uomo, anche quando viene dettato dall’angoscia, dalla necessità.

Papa Giovanni Paolo II nella sua enciclica del 1981 Laborem Exercens, n. 9, a commento di Gn 3,19 “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra [ …]” scrive:

Queste parole si riferiscono alla fatica a volte pesante, che da allora accompagna il lavoro umano; però, non cambiano il fatto che esso è la via sulla quale l’uomo realizza il “dominio”, che gli è proprio, sul mondo visibile “soggiogando” la terra [ …] Eppure, con tutta questa fatica – e forse, in un certo senso, a causa di essa – il lavoro è un bene dell’uomo [ …] Ed è non solo un bene “utile”, o “da fruire”, ma un bene “degno”, cioè corrispondente alla dignità dell’uomo, un bene che esprime questa dignità e la accresce.

Nella società contemporanea il lavoro è stato assunto a fondamento del nostro ordinamento repubblicano all’articolo 1 della Costituzione, acquisendo la priorità programmatica di tutti i governi che si sono succeduti dal dopoguerra in avanti, e divenendo un fattore su cui sono stati giudicati i nostri rappresentanti.

Con l’avvento della globalizzazione, il lavoro e la produzione hanno cominciato a retrocedere in favore della “finanziarizzazione” dell’economia. Nel momento storico che stiamo attraversando, iniziato nel 2008 con la cd. “bolla speculativa” e culminato nei tracolli finanziari di importanti gruppi nordamericani, fino a propagarsi velocemente in Europa, sta emergendo la fragilità di un capitalismo ancorato ad una concezione illuministica del mito di un progresso illimitato. Ed ecco che al posto del lavoro stanno cercando di guadagnare spazio in modo prepotente, senza godere di alcuna autorevolezza, logiche speculative manovrate dai poteri forti della finanza che condizionano gli orientamenti dei governi e dei popoli sovrani.

Al lavoro a tempo indeterminato si sono soppiantati i contratti a termine, quelli occasionali o a progetto, lasciando spazi preoccupanti al mondo della consulenza, con lavoratori che vengono di fatto costretti ad aprire una posizione iva per mascherare posizioni che sono in realtà di collaborazione coordinata e continuativa o anche di lavoro subordinato.

L’aggravamento della disoccupazione1 soprattutto nel sud dell’Europa sta inoltre manifestando delle importanti ricadute in termini di gettito fiscale e contributivo che nell’arco di qualche anno, se non si innescherà una controtendenza in termini di nuovi posti di lavoro, porterà oltre a rischi di tenuta dal punto di vista sociale, lo stesso mantenimento del welfare, almeno così come l’abbiamo fino ad ora conosciuto.

La garanzia di un posto fisso che poteva essere svolto nella propria città, nella stessa azienda e per tutta la vita lavorativa, di cui la passata generazione ha potuto ampiamente godere, è oramai diventata un miraggio.
Attualmente il tipo di flessibilità che impone la fredda logica del mercato, capitanata dai “templi” laici delle borse valori, non si limita alla richiesta di trasferte o di trasferimenti dei lavoratori all’estero, ma prevede che venga reclutato personale locale in Paesi soprattutto dell’Asia, scarsamente o quasi per nulla tutelato nei loro diritti. La scelta di delocalizzare l’attività produttiva è strettamente condizionata dalla presenza di legislazioni che non siano troppo garantiste nei confronti dei minori, delle donne, che non prevedano vincoli dal punto di vista della sicurezza e che non si debba dare eccessivamente conto in caso di chiusura degli stabilimenti.

L’Italia, vanta un impianto legislativo sotto certi aspetti invidiabile ma è anche il Paese in cui sussistono ataviche contraddizioni

L’Italia, vanta un impianto legislativo sotto certi aspetti invidiabile se confrontato con altri Paesi del mondo, a tutela ad esempio delle lavoratrici, con una serie di vincoli durante la gestazione e il puerperio; con il divieto di licenziamento per causa di matrimonio; a tutela dei minori che per l’ammissione al lavoro devono aver compiuto i quindici anni. I fanciulli o gli adolescenti di età inferiore ai sedici anni non possono essere adibiti a lavori pericolosi, faticosi e insalubri. Vi sono inoltre normative che prevedono l’assunzione obbligatoria di categorie sociali svantaggiate.

Ma l’Italia è anche il Paese in cui sussistono ataviche contraddizioni, con l’economia sommersa che oltre ai danni in termini di evasione fiscale, porta delle gravi conseguenze sul piano sociale. Si pensi ad alcuni aspetti che ogni tanto trovano spazio nelle cronache come il cd. “caporalato” nelle aree agricole del sud Italia ove viene reclutato personale proveniente dall’Africa ridotto in schiavitù, o le aziende manifatturiere di provenienza asiatica, che operano quasi indisturbate in strutture malsane improvvisate, in cui si lavora a ritmi disumani, in una situazione di totale assenza della legalità.

Su questo punto sarebbe opportuno che si sviluppasse una maggiore sensibilità da parte di tutti nel momento in cui ci si accosta a punti vendita che espongono prodotti in apparenza a buon mercato. La crisi si alimenta soprattutto del miraggio della convenienza degli stock fallimentari, delle griffes taroccate.

Ritengo inoltre che ai fini della salvaguardia dei nostri prodotti siano inadeguate le normative che prevedono l’applicazione sui manufatti della dicitura “Made in Italy”. Alla luce delle norme del Codice Comunitario Doganale Aggiornato se anche tutte le componenti del prodotto, dopo essere state materialmente fabbricate all’estero, vengano successivamente assemblate in Italia è, comunque, consentito l’uso del “Made in Italy”. La norma non offre, né esempi né indicazioni di quelle che possono essere considerate “lavorazioni sufficienti” ai fini dell’indicazione del “Made in Italy“.

La storia metterà in evidenza le responsabilità politiche di chi, soprattutto negli anni che hanno preceduto la crisi (le prime avvisaglie si sono fatte sentire con congruo anticipo, sicuramente molto prima del 2008), non ha messo in atto iniziative che contrastassero le emorragie di posti di lavoro, permettendo che fosse la mano invisibile del mercato (o quella di privati senza scrupoli) ad agire.

La speranza è di non trovarci tra qualche anno dinanzi ad un’Italia trasformata in un Eden più simile ad una landa deserta che a un luogo accogliente, lasciata in balia delle logiche speculative.

«Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15).


1 In Italia, nel 2013, l’occupazione è diminuita di 984 mila unità rispetto al 2008, facendo registrare una flessione pari al 4,2 per cento. Il calo è stato maggiore nell’ultimo anno (- 478 mila occupati), accelerando la dinamica negativa osservata dopo il leggero incremento di occupazione registrato nel 2011.
Contemporaneamente, la disoccupazione continuava a crescere, da 10,7% del 2012 fino a 12,2%. Sull’occupazione pesano l’industria e, soprattutto, le costruzioni: -9,3%.
La diminuzione dell’occupazione ha riguardato soprattutto i contratti a termine e i giovani: il tasso tra i 15 e i 24 anni è salito del 4,5% in 12 mesi, fino a quota 40%. Aumentano anche gli scoraggiati: sono 1 milione e 427 mila individui (Istat, Il mercato del lavoro negli anni della crisi in «Rapporto Annuale 2014. La situazione del Paese»: <http://www.istat.it/it/files/2014/05/cap3.pdf>, Internet 03.06.2014)

(*) Giovanni Carluccio
Tributarista
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