Biotestamento, l’obiezione Cottolengo

Polemiche sulla riforma. Niente atti di morte negli ospedali cattolici, d'accordo Nosiglia e altri vescovi italiani

di Pier Giuseppe Accornero e Federica Bello *
pubblicato il 8 gennaio 2018
Biotestamento, l’obiezione Cottolengo

Pubblichiamo  due articoli sulla spinosa e attuale questione del biotestamento e obiezione di coscienza  usciti sul settimanale diocesano «La Voce e il Tempo»  del  24 dicembre 2017.

Biotestamento, l’obiezione Cottolengo di Pier Giuseppe Accornero

All’indomani del varo della legge nazionale sul biotestamento il mondo cattolico annuncia obiezione di coscienza alle «Disposizioni anticipate di trattamento» (Dat). Dopo la presa di posizione del padre superiore della Piccola Casa della Divina Provvidenza don Carmine Arice, sostenuto dall’Arcivescovo di Torino mons. Cesare Nosiglia, l’esempio del Cottolengo sarà seguito dagli ospedali cattolici di tutta Italia. È possibile un pronunciamento del Consiglio Permanente della Cei il 22 gennaio, in occasione della sessione invernale.

Le istituzioni cattoliche sono compatte nel condannare il biotestamento all’italiana e nel rivendicare l’obiezione di coscienza nelle strutture ospedaliere cattoliche, come ha affermato il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei: «Ci sta a cuore che venga riconosciuta, oltre la possibilità di obiezione di coscienza del medico, quella che riguarda le nostre strutture», anche se «non è facile stabilire a priori un confine netto che distingua accanimento terapeutico ed eutanasia». Ma dare da mangiare e da bere – nutrizione e idratazione assistita − sono «gesti essenziali» e non terapie mediche; si ritiene che la nuova legge, senza nominare espressamente l’eutanasia, stia aprendo a pratiche sostanzialmente eutanasiche proprio a proposito della sospensione dell’alimentazione assistita.

Non mancano nella base ecclesiale opinioni di segno diverso, particolarmente fra i medici, alcuni dei quali nei giorni scorsi hanno voluto esprimere al nostro giornale un giudizio positivo sulla legge, considerata di accettabile compromesso fra le istanze di difesa della vita e il trattamento del dolore estremo e della morte. Giudizio positivo è stato espresso anche  dall’assessore piemontese alla Sanità Antonio Saitta.

Non è però questa l’opinione che sta affermandosi fra i Vescovi, nelle istituzioni e nelle associazioni della sanità cattolica: queste ultime hanno fatto appello al Presidente della Repubblica Mattarella perché non promulghi il testo di legge, considerato inconstituzionale.

Nosiglia. L’Arcivescovo ha espresso apprezzamento a don Carmine Arice «per la decisione di non applicare, nelle strutture ospedaliere del Cottolengo, le disposizioni anticipate di trattamento» per il fine vita, anche andando incontro a tutte le conseguenze di legge che tale scelta comporta». Con una nota diffusa il 16 dicembre ha invitato «le comunità religiose, le istituzioni, le associazioni e tutti i volontari che operano nel mondo sanitario e assistenziale della diocesi di Torino ad avere il coraggio di fare scelte di coerenza morale e di testimonianza anche andando controcorrente, quando si tratta di salvaguardare e promuovere la vita sempre dal suo primo istante al suo naturale tramonto».
Interrogato dai giornalisti il 20 dicembre, Nosiglia ha precisato di non desiderare alcuno scontro con lo Stato e con la Regione Piemonte: «credo però che occorra cercare un punto di equilibrio tra il rispetto della legge e la coscienza dei medici».

L’allarme dei Vescovi. Don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la Salute: «Di fronte a una richiesta di morte, se saremo messi nella condizione, non applicheremo la norma». Il cardinale Angelo Bagnasco: «questa legge non mi rallegra, non è un segno di civiltà». Per mons. Giovanni D’Ercole, vescovo di Ascoli Piceno, la legge sulle  Dat è «censurabile»; per l’arcivescovo di Trieste mons. Crepaldi è «inaccettabile».

Il Papa. L’eutanasia è illecita e lo sarà sempre, ma evitare l’accanimento terapeutico non significa uccidere. «È moralmente lecito rinunciare all’applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde al criterio di “proporzionalità delle cure”». Su questa posizione di sempre della Chiesa, i media hanno visto una mezza rivoluzione che non esiste. Papa Francesco – in un messaggio del 16 novembre a mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita – ha solo affermato che il no all’accanimento non significa eutanasia.


«Niente atti di morte nella Piccola Casa» di Federica Bello

Le Disposizioni di trattamento (Dat) sono diventate legge. La Piccola Casa della Divina Provvidenza gestisce a Torino il Presidio Sanitario Cottolengo e ha in tutta Italia centri di accoglienza socio-assistenziali dove migliaia di persone sofferenti vengono seguite e curate quotidianamente.

Padre Arice, come vi comporterete rispetto alla nuova legge?
Continueremo a servire la vita in ogni attimo della sua esistenza, anche quando è fragilissima e debole. Come già detto all’indomani dell’approvazione della legge, noi non possiamo eseguire pratiche che vadano contro il Vangelo e in un possibile conflitto tra la legge e il Vangelo sceglieremo il Vangelo. Di fronte ad una richiesta di morte la nostra struttura non potrà mai rispondere positivamente.

La nuova legge afferma come diritto che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se non autorizzato dalla persona interessata.
Credo che un punto nevralgico sia quello di riflettere sull’aspetto del consenso, su chi può chiedere l’interruzione dei trattamenti; penso a tutte le persone sotto tutela, penso con preoccupazione a come si determinano le capacità di decisione. Il tema vero da affrontare, e non viene fatto, è quello di creare condizioni che permettano a chi è solo e in difficoltà e di acuta sofferenza di non invocare la morte, a cominciare dalle persone anziane che si trovano in povertà e afflitte da patologie gravi. Invece vediamo prevalere troppo spesso la cultura dello scarto che spinge le persone più deboli a dire «tolgo il fastidio». Nella cultura contemporanea della morte non si parla, o a volte se ne parla, soprattutto nei media, spettacolarizzandola. Il problema è culturale. Inoltre i moderni mezzi strumentali impongono una riflessione seria, da un punto di vista terapeutico, sul loro uso per non cadere nell’accanimento terapeutico. E qui mi pare che sia importante il ruolo del medico. Certo è che dare dignità al morente significa accompagnare sempre lui e la sua famiglia in questo momento così delicato della vita.

Ma per contro, cosa rispondere a chi afferma che «se la vita non è più vita» è meglio interromperla?
Formulata la questione in questi termini, quasi nessuno potrebbe porre obiezioni. Ma così è semplicistico ed è di comodo più all’ambiente che al malato, il quale è vero pone delle domande inquietanti, ma le sue parole vanno decodificate e non in un’unicaa lettura che ne confermi la voglia di farla finita. Prendersi cura del malato è far sì che egli non si senta un residuo biologico la cui permanenza sulla terra va sistemata il prima possibile. Su questo sono importanti da ricordare le parole di Papa Francesco per la Giornata Mondiale del Malato del 2015: «Quale grande menzogna invece si nasconde dietro certe espressioni che insistono tanto sulla “qualità della vita”, per indurre a credere che le vite gravemente affette da malattia non sarebbero degne di essere vissute!». Nessuno può arrogarsi il diritto di dire che la vita di un altro è più o meno degna…

In questa prospettiva la questione problematica rispetto al biotestamento non è riducibile alla discussione sulla sospensione di idratazione e nutrizione…
Come ho già detto questo è un falso problema. La sospensione dell’idratazione e la sospensione della nutrizione sono infatti già accettate dalla Chiesa: il criterio della proporzionalità delle cure è stato fissato già da Pio XII ed è ripreso in modo esplicito nella Carta per gli Operatori Sanitari approvata da papa Francescom nella quale al punto 152 si afferma che nutrizione e idratazione sono da mantenere quando «non risultino troppo gravose» mente in altri casi «non sono giustificate». Le nostre riserve sono motivate dalla questione di un’autodeterminazione che mortifica il rapporto medico-paziente e la professione stessa del medico, cristalizza una volontà espressa in tempi diversi dalla situazione che si sta vivendo in quel momento e sopratutto spinge a una visione della vita che non è accettabile, per la quale solo chi è vincente merita di sopravvivere.

 

(*) «La Voce e il Tempo» di Torino
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