«Chi» o « che cosa» è l’embrione umano?

Incontro sul tema Il Vangelo della Vita promuove il nuovo Umanesimo

di Giorgio Palestro *
pubblicato il 31 maggio 2016
«Chi» o « che cosa» è l’embrione umano?
Mi fu rivolta questa parola del Signore:
“Prima di formarti nel grembo materno,
ti ho conosciuto,
prima che tu uscissi alla luce,
ti ho consacrato”
(Dal libro del profeta Geremia 1,4-5. 17-19)

 

Giorgio Palestro - professore ordinario emerito di Anatomia e Istologia Patologica -Università degli Studi di Torino

Professore Giorgio Palestro, Ordinario emerito di Anatomia e Istologia Patologica presso l’Università degli Studi di Torino, Presidente del Centro Cattolico di Bioetic – Arcidiocesi di Torino

Questa domanda, nella biologia moderna, si era posta per la prima volta, in modo ben definito, in una circostanza straordinaria quando, dopo circa sette anni di tentativi e fallimenti per produrre e fecondare artificialmente embrioni umani, il 25 luglio 1978 nasceva la prima bambina (Louise Joy Brown) concepita in vitro a opera del fisiologo della riproduzione dell’Università di Cambridge, Robert EDWARDS, con la valida collaborazione di Patrik STEPTOE.
La notizia generò molto entusiasmo in molti scienziati al pensiero di onnipotenza e di libertà di elaborare progetti, superando i vincoli della natura e prescindendo da ogni considerazione di natura etica e morale.

Ma tra le voci entusiastiche, dopo il grande successo, non era mancata, a pochi giorni dall’evento, una seria nota di invito alla riflessione nell’editoriale del primo numero di agosto della nota rivista scientifica inglese «Nature». Dopo aver dato l’annuncio dell’avvenimento, l’editoriale proseguiva:

«Per entrare in ciò che qualcuno ancora ritiene fantascienza, il recente successo è certo un passo avanti sulla via della manipolazione molto più fondamentale degli esseri umani… I biotecnologi, che certamente emergeranno in seguito alle conoscenze rapidamente crescenti, debbono prendere l’opinione pubblica in attenta considerazione. Non è troppo presto per prendere sul serio questi argomenti».

Non stupisce dunque che la decisione di assegnare, dopo oltre 30 anni dall’evento, il premio Nobel 2010 per la medicina a Robert Edwards abbia riacceso le polemiche e la ormai classica contrapposizione tra scientisti e bioeticisti.

Riflessioni di natura biologica e antropologica

Nasce dunque una nuova concezione antropologica dell’ “uomo” e sorgono molti dubbi sul valore da attribuire alle varie tappe del suo sviluppo, fino al punto di affermare che nel concepimento, momento in cui, sboccia la vita di ciascuno di noi, venga prodotto non un soggetto, ma un oggetto disponibile a molti usi biologici.
Nasce allora un primo quesito di natura biologica che coinvolge ciascuno di noi: esiste un rapporto diretto tra il prodotto del concepimento, cioè “lo zigote”, e il prodotto finale, cioè l’individuo che è diventato adulto? In altri termini, esiste un processo vitale continuo, specifico e non interrompibile tra i due estremi?
Così risponde il genetista professor Roberto COLOMBO (Ordinario di Biologia e Bioetica Università Cattolica «Sacro Cuore» di Milano e membro della Pontificia Accademia per la vita):

«[…lo sviluppo dell’organismo umano] prende avvio, senza soluzione di continuità, dalla fusione dei nuclei (singamia) e non subisce – se non intervengono fenomeni negativi – alcun arresto lungo tutta la fase che precede, accompagna e segue l’impianto dell’embrione nell’endometrio dell’utero materno. Questo processo, complesso, continuo e ordinato teleologicamente alla formazione di un individuo adulto è, fin dalla penetrazione dello spermatozoo nell’oocita, frutto dell’immediata attivazione biochimica dell’oocita da parte del gamete maschile e della successiva graduale attivazione genetica del nuovo corredo cromosomico diploide».

La seconda riflessione, di natura essenzialmente antropologica, rileva nell’essere umano caratteristiche che lo distinguono decisamente da ogni altro essere, anche se appartenente ai livelli dei primati superiori: l’uomo dispone, come gli altri primati, della coscienza percettiva; cioè di quel tipo di coscienza che percepisce gli accadimenti che ci investono. Nell’uomo, tuttavia, tale coscienza è assai più perfezionata rispetto agli altri primati. Si tratta di una differenza di ordine quantitativo, anche se di grado elevato. Esiste inoltre un altro tipo di coscienza di cui dispone soltanto l’uomo: la coscienza introspettiva, cioè la coscienza di sé, l’autocoscienza. Si tratta dunque di un differenza essenzialmente qualitativa rispetto agli altri primati.
Infatti, l’uomo è l’unico essere vivente che ha coscienza della propria esistenza, che prefigura la propria morte, che ha il senso della libertà e che percepisce la trascendenza. E tali caratteristiche gli conferiscono dunque dignità e diritti che solo a lui competono.
Ed è questo “qualche cosa in più” che crea quello stupore che ha suggerito a Davide le sublimi toccanti espressioni rivolte al Trascendente:

«Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?… Lo hai fatto poco meno degli angeli, di gloria e di onore lo hai coronato: gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi» (Salmo 8, 5-7).

Il problema sostanziale riguarda la comprensione di come si realizza quel processo di evoluzione continua dallo zigote all’essere “finito. L’unico approccio valido per la comprensione consiste nel valutare ciò che accade nel prodotto del concepimento, fin dalla sua origine.
Su questo punto Papa GIOVANNI PAOLO II, nell’Enciclica Evangelium Vitae (25 marzo 1995) esprime la posizione della Chiesa sul valore e l’inviolabilità della vita umana quando afferma:

«…dal momento in cui l’ovulo è fecondato si inaugura una vita umana che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato fino allora. A questa evidenza di sempre… la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme».

Il cuore del problema è dunque sostanzialmente di natura biologica. E dalla comprensione dei fenomeni biologici che caratterizzano l’embrione ne scaturisce il significato ontologico.

Prima di addentarci nell’ambito della scienza voglio anticipare un brano scritto da un grande genetista, il gesuita professor Padre Angelo SERRA (già ordinario di Genetica umana dell’Università Cattolica «Sacro Cuore» di Roma), a proposito del prodotto del concepimento, cioè dello zigote, nel suo bellissimo libro intitolato: L’uomo-embrione. Il grande misconosciuto dice:

«Precisamente a questa nuova cellula, che avrebbe proseguito nell’autocostruzione del soggetto secondo il programma inscritto nel suo genoma, doveva competere il titolo di figlio. E fino al 1986 non c’era mai stato alcun dubbio in proposito. Nel 1986 (Inghilterra), a seguito di un pretestuoso falso di una scienza irresponsabile, […] il neo concepito si vedeva negato il nome di figlio fino al 14° giorno dopo l’avvenuto concepimento. Prima di questo giorno doveva essere considerato un cumulo di cellule, non un essere umano […] Anche la legge si adeguò (1990 Inghilterra) degradandolo a mero “oggetto disponibile” fino al punto di concederne la brevettazione superando dunque anche l’immaginazione» (p. 30).

La questione del significato ontologico dell’embrione umano

Ma, nonostante le acquisizioni scientifiche, la questione del significato ontologico dell’embrione rimane tuttora argomento di dibattito. E di fronte ad autorevoli concezioni contrapposte, le basi per un giudizio vanno ricercate proprio negli accadimenti che si succedono fin dal momento del concepimento.
Da quel momento inizia un processo di crescita il cui sviluppo continuo parte da un organismo unicellulare, lo zigote, una nuova cellula che rappresenta però un nuovo essere vivente. Come è ormai noto, esso dispone di un genoma maschile o femminile, diverso da quello del padre e della madre e che dopo 20-25 ore dal concepimento inizia a operare come un sistema informativo. Si tratta, in sostanza, di un nuovo e unico sistema informativo. E di qui inizia il processo evolutivo attraverso la divisione in progressione geometrica dello zigote stesso.

E qui si pongono alcune domande sostanziali:

a) quali criteri possono essere identificati per considerare l’embrione a tutti gli effetti non solo un essere vivente, ma un “individuo” umano? Come si può definire la natura umana dell’individuo? Risponde ancora il genetista Colombo, secondo il quale è indubbio che un individuo umano si può definire tale dal momento in cui manifesta un genoma di specie, cioè un carattere che escluda ogni indeterminatezza sulla natura umana dell’embrione. Ne deriva quindi che il tipo di genoma è non solo la base della sua appartenenza alla specie umana, ma anche della sua identità individuale con un programma codificato, intrinsecamente capace di attuare, e in modo autonomo, un graduale piano di sviluppo rigorosamente orientato.

b) Esiste un tratto nella vita dell’embrione in cui esso condivide i propri caratteri con altri embrioni e quindi non rappresenta “ancora” un “individuo umano specifico” ? Proprio i più recenti progressi della genomica hanno dimostrato, che il nuovo genoma che si stabilisce nello zigote, assume il controllo di tutto il processo dai primissimi stadi dello sviluppo embrionale. Processo le cui caratteristiche di unicità lo distinguono, fin dall’inizio, da qualsiasi altro organismo analogo, proprio in virtù delle attive indicazioni fornite dal genoma specifico per quell’individuo. Se ne deve concludere che non esistono momenti comuni fra i diversi embrioni durante lo sviluppo. Ogni embrione ha dunque una sua unica storia.

Pertanto, è chiaro che lo zigote (e così le cellule che ne derivano per divisione), presenta una unica e specifica identità e un nuovo e specifico orientamento verso un ben definito sviluppo, che permetterà di riconoscere la natura propriamente “razionale” e non solo “animale” dell’essere umano.

Nello zigote sono stati identificati molti geni, e altri sono in via di identificazione, che risultano attivi già in quello stadio nell’orientare le tappe successive. In particolare, la regolazione di tutto il processo è il risultato di un’attività gerarchicamente ordinata di tre classi di geni regolatori. La prima, è costituita dai cosiddetti geni posizionali: quelli che contribuiscono alla definizione del piano corporeo generale; successivamente entrano in gioco i geni selettori, quelli che definiscono il modellamento, cioè la specificazione delle molte regioni nel piano corporeo generale dove i vari organi e tessuti si devono formare; la terza è quella dei geni realizzatori, i quali attivati o repressi dai fattori di trascrizione elaborati sotto l’azione dei geni selettori, portano alla formazione definita degli organi con le loro proprie strutture e funzioni.
Si tratta dunque di un sistema complesso fin dall’inizio e che aumenta la sua complessità con lo sviluppo dell’organismo. Questo implica molti altri fattori regolatori e meccanismi di auto-controllo, che mirano, in particolare, a favorire la comunicazione tra l’ambiente extra-cellulare e le cellule, delle cellule fra loro e, all’interno della cellula, tra il citoplasma e il nucleo in cui risiede la massima parte dell’informazione genetica.

Obiezioni sulla specificità genetica: I gemelli monozigoti
Se è vero che, in alcuni casi, l’individualità genetica del prodotto del concepimento non è assoluta, ma condivisa, come succede nei gemelli monozigoti, e che peraltro viene mantenuta anche da adulti, è altrettanto scientificamente dimostrato che il fenotipo, cioè la specificità somatica e organismica, cioè quello che strutturalmente è ciascuno di noi in ogni fase dello sviluppo, è assolutamente unico e irripetibile. E questa specificità si manifesta bene nella vita post-natale. Pertanto, organismi con uno stesso genotipo, come nel caso dei gemelli monozigoti, non presentano identico fenotipo.

Individualità dell’embrione e il “cross talk”

Di fatto, le caratteristiche fenotipiche di un organismo sono il risultato dell’interazione tra genotipo e ambiente. La branca della biologia che studia tali interazioni è l’Epigenetica.
Infatti, anche in questi casi, si mantiene una unicità che, come afferma il già citato genetista COLOMBO deriva

«dall’interazione di due variabili tra loro indipendenti: il genotipo e l’ambiente, somma di tutti i fattori estrinseci all’espressione del genoma, ma che esercitano all’interno o all’esterno dell’organismo umano un’influenza fisica, chimica, biologica, psicologica o culturale…rendendo così impossibile una completa uguaglianza fenotipica…, interazione che avviene inizialmente con l’ambiente esterno,…quello intracorporeo materno (biochimico prima dell’impianto e istologico-organico dopo l’impianto) e, dalla nascita, quello extracorporeo…L’eventuale identità del genotipo non annulla le variazioni ambientali, interne o esterne nel corso dei distiniti cicli vitali dei gemelli, rendendo così impossibile una completa uguaglianza fenotipica».

Questo “cross talk”, come si usa dire nel linguaggio scientifico internazionale, cioè il dialogo che si instaura tra la madre e l’embrione, come è ormai scientificamente dimostrato, inizia assai precocemente, quando lo zigote è ancora nella tuba materna (J.A. Hill Ann N.Y. Academy of Sciences 2001, 943:17-25, Boston)

Dunque, secondo questo principio epigenetico, l’ambiente esterno gioca un ruolo essenziale nel definire il fenotipo finale del vivente interagendo con i geni, favorendone o bloccando la loro espressività e tali variazioni possono essere ereditate.
Per fattori ambientali interni e esterni, che influenzano l’espressione genica, vanno intesi numerosi fattori: ormoni, alimentazione, stile di vita, interventi casuali, malattie, traumi…).
Ricapitolando: l’individualità dell’embrione dipende dalla stretta e precoce interazione tra geni e fattori ambientali da cui derivano i caratteri dell’individualità fenotipica unica, specifica, irripetibile, oltrechè un preciso e rigorosamente orientato piano di sviluppo.

E proprio su questi caratteri si fondano i requisiti di “personalizzazione”: unicità biologica (organismo) e unicità metafisica (persona), concetto già presente in san Vincenzo di LERINO (Commonitorium) e poi ripreso e sviluppato, più recentemente, da Romano GUARDINI nelle sue numerose opere. Fin dall’inizio è dunque impressa una “dignità” non graduabile, che non segue lo stadio di accrescimento corporeo. Quindi “fine” e mai “mezzo”: “ciò che è, non ciò che fa”.

«Pertanto, l’embrione vivente – come sottolinea il genetista Angelo SERRA – a iniziare dalla fusione dei gameti, non è un mero accumulo di cellule, ma un reale individuo umano in sviluppo…con la stessa dignità e gli stessi diritti fondamentali di ogni individuo umano, tra cui il diritto alla vita: dignità e diritti che sono indipendenti dalla età biologica e da qualsiasi altra condizione biologicamente o psicologicamente limitanti».

Ma la questione presenta forti aspetti socio-politici.
Sull’onda dell’evento del 25 luglio 1978, cioè la nascita della prima bambina concepita in provetta, il prof. Robert EDWARDS, prospettò il passaggio alla ricerca sugli embrioni umani: «Insisto sulla necessità di studiare la crescita in provetta per migliorare l’alleviamento della infertilità e delle malattie ereditarie e per approfondire altri problemi scientifici e clinici» (Acad. Press 1982).

Il Comitato Warnock e la via alla ricerca sperimentale, legalmente protetta, sugli embrioni umani

La proposta fu presa in seria considerazione del governo inglese che nominò un comitato, il Comitato Warnock (dal nome della presidente lady Mary WARNOCK) per discuterla. Il Comitato così affermava (1984):

«…una volta che il processo di sviluppo è iniziato, non c’è stadio particolare dello stesso che sia più importante di un altro; tutti sono parte di un processo continuo, e se ciascuno non si realizza normalmente nel tempo giusto e nella sequenza esatta lo sviluppo ulteriore cessa. Perciò, da un punto di vista biologico, non si può identificare un singolo stadio dello sviluppo dell’embrione, prima del quale l’embrione in vitro non sia da mantenere in vita».

Ma sorprendentemente, la relazione così continuava:

«Tuttavia si è convenuto che…si doveva prendere una precisa decisione al fine di tranquillizzare la pubblica ansietà… Nonostante la nostra divisione su questo punto, la maggioranza (16 su 23) di noi raccomanda che la legislazione dovrebbe disporre che la ricerca possa essere condotta su ogni embrione risultante dalla fertilizzazione in vitro, qualunque ne sia la provenienza, fino al termine del 14° giorno dalla fecondazione, ma soggetta a tutte le altre restrizioni imposte dal Comitato di autorizzazione».

Questa proposta fu approvata dalle due Camere inglesi e divenne legge nel 1990.
Si apriva così la via alla ricerca sperimentale, legalmente protetta, sugli embrioni umani. Negli anni successivi molti altri Paesi: Canada, Spagna, Svezia, USA, Australia meridionale, Austria, Danimarca, Francia, Germania e Svizzera (con maggiori limitazioni) seguirono l’esempio dell’Inghilterra.

La Convenzione di Oviedo, o Convenzione sui diritti umani e la Biomedicina (4 aprile 1997), primo trattato internazionale riguardante la bioetica, volto a proteggere i diritti dell’uomo dalle potenziali minacce degli avanzamenti tecnologici, all’art. 18, si limita a una raccomandazione sibillina e ambigua in cui si dice:

1) «Dove la legge permette la ricerca sugli embrioni in vitro, essa dovrebbe assicurare un’adeguata protezione dell’embrione»;

2) «È proibita la riproduzione di embrioni umani a scopo di ricerca».
Che cosa si intenda per “protezione dell’embrione”, indicato nel primo comma, in riferimento alla ricerca su di esso, dal momento che per il suo utilizzo lo si sottopone già al trauma del prelievo, seguito dal congelamento e infine dalla criopreservazione, non è dato sapere perché il testo non contiene ulteriori precisazioni. Quanto poi al secondo comma, la proibizione alla produzione di embrioni per scopi di ricerca appare un vero ossimoro nei confronti del comma precedente.

Approda il termine di “pre-embrione” e l’apertura a utilizzo degli embrioni per vari usi

E nel 1986, data diventata storica, l’embriologa Ann MCLAREN, membro dello stesso Comitato, dava un contributo sostanziale al principio riportato nella relazione del Comitato Warnock, di consentire la ricerca sull’embrione fino al 14° giorno di vita. Infatti, la suddetta embriologa coniò anche il termine di “pre-embrione

«…per l’intero prodotto dell’uovo fertilizzato fino al termine dello stadio di impianto (circa 14 giorni dopo l’ovulazione nella specie umana), e di ‘embrione’ per quella piccola parte del pre-embrione o concepito, che appare per la prima volta distinguibile allo stadio di “stria primitiva” (che rappresenta il primo elemento precursore del sistema nervoso) e si sviluppa poi nel feto […] L’embrione non esiste durante le prime due settimane dopo la fertilizzazione».

Alla luce dei dati scientifici consolidati, la proposta della dottoressa McLaren, mortifica l’intelligenza umana prima che il sentire cristiano. Appare ovvio che la sua posizione non ha alcun valore scientifico, proprio perché prescinde dai dati scientifici ormai consolidati e definitivi, nel sostenere in modo arbitrario un criterio evolutivo durante il quale esisterebbe un segmento di vita embrionale priva dei requisiti di unicità, specifica identità e specifica evolutività, che invece, come è ormai ben noto, iniziano fin dal concepimento.
Non esistono dunque ragioni scientificamente valide sul piano biologico, per attribuire all’embrione una fase di esistenza puramente organizzativa, ma non “reale”, e meno ancora sul piano antropologico e bioetico.

I veri motivi si trovano negli interessi scientifico-commerciali mascherati da interessi “umanitari”, per i quali val bene la pena di utilizzare gli embrioni umani per la cura delle malattie.
E così si aprono vie incontrollabili di utilizzo degli embrioni per vari usi.
Quindi, le vere ragioni per ritenere giustificata e lecita la produzione e distruzione di tanti embrioni umani, attività che è andata in continuo crescendo dal 1965 ad oggi, riguardano applicazioni di grande interesse commerciale come la fecondazione artificiale, fino a culminare nelle ricerche sulle cellule staminali embrionali e nella clonazione terapeutica in vista di una medicina rigenerativa.

Come afferma Pino MORANDINI (Vice-presidente Movimento per la Vita):

«Ne escono mortificati su questo punto non solo il pensiero cristiano, ma pure la ragione umana e perfino l’interesse della ricerca scientifica, considerato che sulle cellule staminali ha espresso, com’è noto, risultati significativi nell’ambito delle staminali somatiche. Fra l’altro senza danno alcuno per il soggetto da cui si prelevano».

Ma la risposta che oggi vorrebbe prevalere, per motivare la legittimazione della legge inglese sulla produzione delle cellule staminali embrionali e sulla clonazione terapeutica è quella data dalla relazione del Comitato Donaldson nel 2000. Dopo aver sottolineato che per

«una significativa corrente di pensiero l’utilizzo di qualunque embrione per scopi di ricerca è immorale e inaccettabile – la relazione così continua – Il comitato ritiene preferibile la posizione di coloro che riconoscono all’embrione uno statuto speciale in quanto potenziale essere umano, ma sostengono che il rispetto dovuto all’embrione è proporzionale al suo grado di sviluppo, e che questo rispetto, soprattutto negli stadi iniziali, può essere opportunamente controbilanciato dai benefici potenziali derivanti dalla ricerca».

La debolezza di questa motivazione fu messa in evidenza dalla «Risoluzione del Parlamento europeo» del 7 settembre 2000, in cui, premesse alcune considerazioni di ordine generale veniva in essa formulato un invito:

1. al governo britannico «a rivedere la propria posizione sulla clonazione di embrioni umani”; 2) a tutti gli Stati membri a “introdurre normative vincolanti che vietino tutte le forme di ricerca su qualsiasi tipo di clonazione umana…e prevedano sanzioni penali per ogni violazione”; 3) a fare “i massimi sforzi a livello politico, legislativo, scientifico ed economico per favorire terapie che impiegano cellule staminali derivate da soggetti adulti».

Questo fu certamente un passo importante, ma la maggioranza assai debole – 237 contro 230 e 43 astenuti – fu un chiaro indice della profonda frattura nella considerazione etica di queste situazioni che riguardano l’uomo dal momento del suo concepimento: cioè la sua dignità e i suoi diritti.

«Frattura che – afferma il professor Padre SERRA – sotto la pressione della cultura tecnologica oggi dominante, porta allo sfruttamento dell’embrione umano, degradato a prezioso strumento tecnologico e pseudo-terapeutico con la prospettiva del progresso della scienza, della tecnologia e della medicina per il bene dell’umanità e con il consenso della legge, in una società in gran parte all’oscuro di tutto».

(*) Professore Ordinario emerito di Anatomia e Istologia Patologica presso l'Università degli Studi di Torino
Presidente del Centro Cattolico di Bioetica - Arcidiocesi di Torino
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