Cibo e ritualità: l’alimentazione nelle grandi religioni

Una valutazione critica circa le regole dietetiche

di Giuseppe Zeppegno
Dottore di Ricerca in Morale e Bioetica
Direttore del Ciclo di Specializzazione in Teologia Morale Sociale della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale - sezione parallela di Torino

28 agosto 2019
Cibo e ritualità: l’alimentazione nelle grandi religioni

Ludwig Feuerbach (1804-1872), filosofo tedesco, critico del pensiero religioso, ispiratore di Engels e Marx, nel libro L’uomo è ciò che mangia ha scritto: «La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. I cibi si trasformano in sangue, il sangue in cuore e cervello; in materia di pensieri e sentimenti. L’alimento umano è il fondamento della cultura e del sentimento. Se volete far migliorare il popolo, in luogo di declamazioni contro il peccato, dategli un’alimentazione migliore. L’uomo è ciò che mangia». Questa affermazione ci ricorda che il cibo, oltre ad essere nutrimento indispensabile per la nostra sopravvivenza, rispecchia tradizioni diverse e diventa segno di condivisione e di festa. In diverse tradizioni religiose è anche assunto con valore rituale. Il cibo, infatti, per gran parte delle culture, ha un valore simbolico perché, ieri come oggi, i fedeli danno al mangiare e al bere un forte significato religioso.

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Prof. Giuseppe ZEPPEGNO, Dottore di Ricerca in Morale e Bioetica, Direttore del Ciclo di Specializzazione in Teologia Morale Sociale presso la Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale – sezione parallela di Torino

Per favorire la relazione uomo-divinità, quindi, se ne regolamenta l’uso con la proibizione di determinati cibi e con tempi di digiuno e di astinenza che possono essere duraturi, come può essere il divieto presente nelle religioni tribali di cibarsi dell’animale rappresentato sul totem, o temporanei, cioè legati a particolari ricorrenze o situazioni. Nelle culture primitive, ad esempio gli Hua della Nuova Guinea, vigeva anche l’uso di cibarsi del cadavere del genitore per assorbirne la forza vitale e garantirne la sopravvivenza. Nell’Antica Grecia erano frequenti i banchetti rituali, pubblici e privati. Avevano lo scopo di comunicare con le divinità e i morti o per solennizzare alcune feste pubbliche. In questa civiltà erano anche vietati alcuni cibi. I pitagorici, ad esempio, non mangiavano le fave nella convinzione che contenessero le anime dei defunti. L’Orfismo era invece contrario al sacrificio animale e privilegiava il vegetarianismo.

Tra tutte le tradizioni religiose, l’Ebraismo ha il sistema di norme e di divieti alimentari più complesso. Gen 2,16-17 sostiene l’alimentazione vegetariana: «Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare». Muta però la situazione dopo il diluvio universale. Gen 9, 3-4, infatti apre alla possibilità di cibarsi di carne: «Ogni essere che striscia e ha vita vi servirà di cibo: vi do tutto questo, come già le verdi erbe. Soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè con il suo sangue». La tradizione ha poi proposto i cibi Kasherut. Il termine indica l’idoneità di un cibo a essere consumato dal popolo. Alcuni esempi di queste proibizioni sono già presenti nell’Antico Testamento: «un piccolo non deve cuocere nel latte della madre» (Es 23,19), Lv 11,1-16,34 classifica gli alimenti in puri e impuri. Nel tempo i rabbini hanno adattato queste norme ai contesti più diversi. Sinteticamente si possono ricordare sette regole fondamentali: gli animali devono avere lo zoccolo diviso ed essere ruminanti; i pesci devono avere  le squame e le pinne; tra gli uccelli solo i polli, le anatre, le oche e i tacchini sono kosher; gli animali devono essere macellati da un rabbino qualificato e il loro sangue deve essere drenato; l’etichettatura kosher deve essere visibile; la carne e i latticini non devono essere consumati insieme; è necessario separare gli utensili per la carne da quelli dei latticini; le materie prime non devono contenere parassiti.

Il Cristianesimo ha una prospettiva molto diversa. Alcuni passi neotestamentari ce lo dimostrano: «Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,14); «Tutto ciò che è in vendita sul mercato mangiatelo pure, senza indagare per motivo di coscienza, perché del Signore è la terra e tutto ciò che essa contiene» (1Cor 10,25); «Colui che mangia, non disprezzi chi non mangia; colui che non mangia, non giudichi chi mangia: infatti Dio ha accolto anche lui» (Rm 14,3). Anche nelle confessioni cristiane sono però presenti alcune regole riguardanti il cibo. Il Cattolicesimo invita a rispettare il digiuno eucaristico, propone il divieto di consumare carne al venerdì e l’obbligo del digiuno in alcune circostanze particolari come il mercoledì delle ceneri e il venerdì santo. Gli Ortodossi hanno regole ancor più restrittive. Oltre al digiuno eucaristico, osservano l’astinenza da alcuni cibi il mercoledì e il venerdì, durante la “grande quaresima”, nelle giornate precedenti le feste degli apostoli e della Dormizione di Maria, per onorare la natività di Gesù, nella vigilia della solennità della Teofania e nell’Esaltazione della Croce e a ricordo della decapitazione di Giovanni Battista. Alcuni alimenti sono anche utilizzati dai cristiani per la celebrazione dei sacramenti. Il pane e il vino per la celebrazione dell’Eucaristia, l’olio per il Battesimo, la Confermazione, l’Ordine e l’Unzione degli infermi e il sale per il Battesimo. Alcuni cibi vengono anche offerti nella ricorrenza di importanti celebrazioni dell’anno liturgico. L’uovo pasquale ad esempio è simbolo della vita che si dischiude e ben rappresenta la Resurrezione di Gesù. Il guscio indica, infatti, la tomba da cui esce il Risorto. L’uovo però è ricco di significati anche in altre tradizioni religiose. I pagani lo consideravano simbolo della fertilità, i greci, i cinesi e i persiani ne facevano dono alle feste di primavera, per gli israeliti era un dono da portare agli amici per augurare buon compleanno.

Anche l’Islam ha a proposito del cibo una significativa ritualità. Il Corano invita a mangiare «cose lecite e buone che la provvidenza di Dio v’ha donato, e siate riconoscenti, se Lui voi adorate! Perché Iddio vi ha proibito gli animali morti, e il sangue e la carne di porco, e animali macellati invocando nome altro da Dio. Quanto a chi v’è costretto, senza desiderio e senza intenzione di peccare, ebbene, Dio è indulgente e clemente» (16:114-115). Le cose lecite di cui parla il Corano sono dette halal. Questo termine indica ciò che è permesso nel comportamento, nel linguaggio, nell’abbigliamento e nell’alimentazione. La tradizione alimentare halal, seguita da circa il 70% dei mussulmani, detta alcune regole alimentari. Invita a non mangiare carne di maiale e qualsiasi cibo che contenga i suoi derivati; permette la consumazione di carne di mucca, cammello, pecora, capra, pollo, tacchino, creature acquatiche con squame e non morte per cause naturali; vieta l’assunzione di bevande alcoliche e la consumazione della carne non macellata adeguatamente. La macellazione rituale halal implica il taglio simultaneo di giugulare, carotide e trachea. Il macellaio deve essere mussulmano, pronunciare il nome di Allah nel momento del taglio, accertarsi della fuoriuscita del sangue. L’importanza delle pratiche alimentari sotto il profilo religioso è messa in rilievo dal digiuno di Ramadan, volto a educare i mussulmani alla pazienza, alla modestia e alla spiritualità. Il termine Ramadan indica il nono mese del calendario islamico che, essendo basato sul mese lunare, è di soli 28 giorni. Ne deriva che il Ramadan cade ogni anno in un diverso periodo. Questo mese è ritenuto sacro e dedicato al digiuno perché è «il mese in cui fu fatto discendere il Corano come guida per gli uomini e prova chiara di retta direzione e salvezza» (Sura II, v.185). Il rispetto del Ramadan è uno dei cosiddetti “pilatri” dell’Islam ed è regolato da leggi ferree. Prevede il digiuno quotidiano da cibi, bevande e rapporti sessuali dall’alba al tramonto. Si interrompe con l’iftar, cena tradizionale dal valore religioso. Dopo il maghrib (preghiera del tramonto) le famiglie mussulmane consumano insieme il pasto in un clima di festa. Mangiano per prima cosa uno o tre datteri, come faceva Muhammad per rompere il digiuno. Solo i bambini, gli anziani e gli ammalati sono dispensati.

Il digiuno è previsto anche da altre tradizioni religiose. Nel Buddhismo è un mezzo ascetico, un esercizio pratico verso il Nirvana. Aiuta a disciplinare il desiderio che, secondo Buddha, è la radice del male. Il digiuno quindi è uno dei dhutanga (sacrifici, rinunce). I monaci lo praticano periodicamente per avvicinarsi all’illuminazione. Danno molta importanza anche al modo di preparare dei pasti. Al cuoco (tenzo) è dato un ruolo di grande responsabilità nella convinzione che tutti gli esseri viventi migrino da un corpo a un altro, proprio attraverso l’alimentazione. La carne è sempre sconsigliata (55^ discorso del Buddha).

L’Induismo ritiene che l’astinenza dal cibo sia la prassi più importante nella vita di un fedele. Il calendario lunare induista prevede il digiuno nell’undicesimo giorno dopo la luna calante e nell’undicesimo giorno dopo la luna crescente. Si digiuna anche alla vigilia di alcune feste religiose. Secondo le sacre scritture indù, il digiuno è uno strumento di autodisciplina perché aiuta a stabilisce un rapporto armonioso tra il corpo e l’anima. Inoltre, sanskrita upvas (“digiuno”), significa sedere vicino (a Dio). Indica pertanto il rapporto unitivo con l’assoluto. Le offerte (puja) di cibo per le divinità hanno un ruolo molto importante. Durante la festa in onore di Ganesha si preparano piatti a base di latte e riso. Questi due alimenti sono i più usati anche per la celebrazione delle feste di Kumbha, Mela, Pongal, Navaratri, Dasara. Il cibo è cucinato secondo il rito che prende il nome di prasada (devozione per la divinità, personificata in Khrisna). La carne è sempre sconsigliata perché l’uccisione dell’animale è ritenuto un atto violento ed inaccettabile. Si preferisce pertanto il vegetarianesimo anche perché la vacca è considerata animale sacro perché utile per l’aratura. Inoltre, anche perché alcune divinità hindu sono associate a un toro, come Shiva, o a una vacca, come Krishna. È vietato anche il consumo di aglio e cipolla e le bevande alcoliche che alterano la lucidità della mente. In India ne è proibito il consumo dall’articolo 48 della Costituzione.

Una ritualità alimentare condivisa anche da molti atei e agnostici è rappresentata dal vegetarismo. Le sue origini risalgono ai movimenti religiosi risalenti al VI secolo a. C. In età moderna il vegetarianismo si diffuse soprattutto in Inghilterra. L’esclusione della carne si configurò come protesta nei confronti del colonialismo europeo, ritenuto colpevole di sfruttare uomini e animali per saziare la smania di lusso dei conquistatori. I vegani invece ebbero origine al primo novembre 1944, quando Elsie Shrigley e Donald Watson abbandonano la Vegetarian Society e inventarono un termine nuovo per distinguersi. Ritennero necessario non imporre solo la rinuncia della carne, ma anche di latte, uova e derivati. La loro non è una questione principalmente dietetica, ma etica. Diventa uno stile di vita filosoficamente ispirato e riguardante la complessità di tutto il vissuto personale.

È così importante il rispetto delle tradizioni alimentari che le Nuove Regole Penitenziarie Europee, introdotte dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa con la Raccomandazione n. R (87)3 e poi confermate nella Raccomandazione n. R(2006)2, stabiliscono che le condizioni detentive che violano i diritti umani non possono essere giustificate dalla mancanza di risorse (art. 4). Ne deriva che ai detenuti è riconosciuto il diritto di beneficiare di un regime alimentare che tenga conto anche della loro religione e della loro cultura (art. 22, comma 1) oltre che il diritto di libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 29, comma 1).
Inoltre, l’art. 4 della Legge n. 123 del 2005 stabilisce che nelle mense delle strutture pubbliche (ospedaliere, scolastiche ecc.) devono essere somministrati, previa richiesta degli interessati, anche pasti senza glutine. La Carta dei diritti del malato, prevede che al paziente sia riconosciuto anche il diritto a un’alimentazione adeguata. Lo stesso «ha diritto a essere assistito e curato con premura e attenzione, e rispettato nella propria dignità e nelle proprie convinzioni filosofiche e religiose».

Per avere un’idea della portata di questo fenomeno basta ricordare che gli utenti della ristorazione scolastica di Torino sono attualmente circa 55.000 e fra questi circa 4.500 scelgono un menù alternativo senza carne di maiale, senza alcun tipo di carne, oppure privo sia di carni sia di pesce. A questi vanno aggiunti altri 1.300 che seguono un menù dietetico per patologie legate all’alimentazione. Il rispetto delle prescrizioni religiose alimentari consente di evitare possibili fenomeni di discriminazione, contribuendo invece a realizzare migliori processi di integrazione e inclusione sociale.


Bibliografia

CEOLIN  P., Il cibo delle feste, Marcianum Press, Roma 2011

CHIZZONITI A. G., Cibo, religione e diritto. Nutrimento per il corpo e per l’anima, Libellula, Tricase 2015

COLOMBO G., A tavola con Dio e con gli uomini. Il cibo tra antropologia e religione, Vita & Pensiero, Milano 2016

TESTUZZA M. S., Cibo e pratiche alimentari tra diritto e religione. Strategie euristiche dell’età premoderna, Bonanno, Acireale 2018

VENZANO L., Cibo, vino e religione, ERGA, Genova 2010

Giuseppe Zeppegno
Dottore di Ricerca in Morale e Bioetica
Direttore del Ciclo di Specializzazione in Teologia Morale Sociale della Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale - sezione parallela di Torino
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