Bioetica e trascendenza: un’esperienza

di Gonzalo Miranda *
pubblicato il 16 gennaio 2014
Bioetica e trascendenza: un’esperienza

Bioetica e trascendenza: un’esperienza*

Buongiorno a tutti. Ringrazio il Centro Cattolico di Bioetica per avermi invitato.

Gonzalo Miranda
Decano della Facoltà di Bioetica
Ateneo Regina Apostolorum

Il punto di partenza della mia riflessione è il seguente: «un cattolico può fare bioetica?» Mettere in dubbio che un cattolico possa fare bioetica in un evento organizzato dal Centro Cattolico di Bioetica può apparire quanto meno inusuale. Tuttavia, è una domanda che mi ha rivolto un medico di Milano ad un incontro sulle cellule staminali, nei pressi del lago di Como. Si era a cena e accanto a me sedeva questo medico, peraltro simpatico. Gli risposi «sì, penso proprio di sì», chiedendogli la ragione di questa sua domanda. «Vedi – mi rispose – se tu sei credente e, a maggior ragione, cattolico, e cioè una persona che si affida alla guida di un Magistero, non puoi sviluppare un pensiero autonomo, razionale e dunque universale, come invece dovrebbe essere il pensiero bioetico».
La sua domanda mi ha sicuramente stuzzicato. Posso, da cattolico, convinto della mia fede, fare bioetica? Certamente sì.
E così mi sono chiesto, sviluppando una sorta d’esercizio d’introspezione, quasi di autoanalisi: da cattolico, come faccio bioetica? Quali meccanismi mentali, spirituali, razionali sono presenti in me nel pretendere di fare bioetica?

È interessante notare come non manchino autori convinti che la bioetica sia nata in ambito laico, nel quale si ragiona prescindendo, se non negando, il valore stesso della fede.

Il prof. Maurizio Mori, ad esempio, nell’introduzione alla raccolta dei testi di Umberto Scarpelli, «Bioetica laica», afferma che la bioetica è nata in ambito laico; in seguito, si sono introdotti i cattolici, i quali sono stati decisamente più astuti di noi laici, sostiene sempre Mori, impegnandosi e occupando la scena della bioetica. Tuttavia, un’analisi storica obiettiva circa la nascita della bioetica, traccia un percorso ben differente.

C’è un filone, quello di Potter, che va in quella direzione, ma ce n’è un altro piuttosto importante che ha consentito la nascita del Kennedy Institute of Ethics presso la Georgetown University a Washington ( fondato da André Hellegers), così come l’Hastings Center  fondato da D. Callahan, che ora ha perduto la fede, ma in passato era un filosofo cattolico che trattava temi di natura sociale e bioetica, come li chiameremmo noi oggi. Negli anni ’60 commentava la dottrina sociale della Chiesa, seppur in contrapposizione con molti degli insegnamenti del Magistero, ma pur sempre da cattolico.

André Hellegers era un ginecologo cattolico che ha fatto parte della Commissione pontificia che ha consegnato la documentazione a Papa Paolo VI, la quale contribuirà alla formulazione dell’Enciclica Humanae Vitae. Anch’egli in contrapposizione col Magistero su alcuni punti, ma convinto cattolico.
Egli ha chiamato diverse persone a collaborare, in semestri sabbatici, per la creazione del già citato Kennedy Institute. Vi hanno partecipato persone di diversa estrazione, ma quasi tutti erano cattolici o comunque cristiani: John McCormick, gesuita, così come L. Walters e W. T. Reich erano di ispirazione cristiana.

Dunque, la bioetica, a differenza di quanto sostiene il prof. Mori, trae le sue origini anche da personaggi di ispirazione cattolica o quanto meno cristiana.

Aggiungo un dato piuttosto interessante. Nel 1954, un pastore protestante americano, Joseph Fletcher pubblica un volume nel quale propone una sorta di alternativa all’etica medica, allora non si chiamava ancora bioetica, sviluppata, ormai da tempo, nel mondo cattolico. Nell’introduzione all’opera, il pastore lamenta il fatto che al momento – prima metà degli anni ’50 – vi sia il monopolio cattolico su questi temi. La ragione? Solo i cattolici si sono impegnati sistematicamente nello studio di queste tematiche. Il pastore riconosce che la “colpa” del monopolio cattolico sia da imputare al mondo protestante. In sostanza, egli afferma: «non ci siamo dati da fare, bisogna proporre un’alternativa». Ed è quella appunto che lui propone.

Dunque, da cattolici è possibile fare bioetica, visto la storia che abbiamo alle spalle.

 

Ritengo vi siano due tentativi, da parte di alcuni laici, di escludere la bioetica di ispirazione cattolica.
Uno sta nel tentare di porre ai margini l’influsso dei cattolici. Se un Cardinale o un Vescovo fanno un certo tipo di dichiarazione su una determinata tematica, immediatamente i mass media esplodono con «gamba tesa, intromissione indebita in questioni politiche, sociali», eccetera. Si tratta, dunque, di «intromissione indebita», secondo loro. Tuttavia, se un altro Cardinale fa un commento quanto meno interpretabile in altro modo – più possibilista, più aperto – allora quell’intervento rappresenta una perla di saggezza e si dice, sempre per voce dei media, «ben vengano voci come queste!».
Decidiamoci: un esponente della Chiesa cattolica, può o non può intervenire? È lecito che lo faccia? Perché se è intromissione in un caso, è intromissione anche nell’altro. In questo comportamento mediatico vi è una profonda incoerenza e, aggiungerei, anche dell’ambiguità.

Cito un episodio esemplificativo in tal senso: in passato avevo assunto una certa posizione sugli OGM, gli organismi geneticamente modificati, essendo intervenuto in un simposio organizzato in Vaticano con quaranta esperti, tra i quali un senatore dei DS. Abbiamo iniziato ad intrattenere un rapporto via e-mail, ci scambiavamo documenti, avendo una posizione non troppo distante.
Un giorno si rivolse a me in questi termini:

«Guardi, lei lo sa che noi, come DS, ed io personalmente, consideriamo che spesso la Chiesa si intromette anche quando non dovrebbe farlo. Però, in questo caso, le chiedo se il Vaticano non possa operare un intervento presso i senatori, poiché la Legge che dovrebbe regolare l’uso degli Ogm è bloccata da tempo. Ritengo che un intervento della Santa Sede presso qualcuno potrebbe sbloccare la situazione».

Non ho potuto evitare il sorriso. Ma come! Non si chiede un pronunciamento di pensiero della Santa Sede – che, a seconda dei casi, può venir considerato ingerente – bensì qualcosa di ben diverso!

 

C’è un altro tentativo di esclusione della bioetica di ispirazione cattolica, che ho colto recentemente.
Durante la presentazione, presso il nostro Pontificio Ateneo, di un libro scritto da un filosofo di antropologia, è intervenuto un noto bioeticista italiano e, fra le altre cose, ha detto:

«voi cattolici avete una missione, una vocazione importante, sublime: quella di richiamare anche a noi laici dei valori profondi, un’ispirazione alta, nobile. Poiché si tende a perderla questa nobile ispirazione, e con essa il senso della vita. Ecco, questa è la vostra missione. Su altre questioni, invece, ad esempio sullo statuto dell’embrione, lasciate a noi il compito di sporcarci le mani su questi aspetti concreti».

Ebbene, la Chiesa non agisce così. Sarebbe troppo comodo. Noi parliamo degli ideali, dell’amore per il prossimo, del rispetto alla persona, della dignità universale, e voi con l’embrione fate quello che volete? No! Perché non dovrei coinvolgermi – come Chiesa – in questo ed altri argomenti? È compito della Chiesa entrare direttamente nel dibattito ed esprimere le sue posizioni. Ed io, come cattolico, ho il diritto di sviluppare delle analisi razionali, ponendomi in discussione con chi ha posizioni differenti dalla mia.
Intendere la nostra missione come la intende quel bioeticista, corrisponde ad una sorta di tentativo di emarginare un cattolico in sacrestia.
In sostanza, «
lasciatelo pregare, perché questa è la sua missione, bella e nobile». Ebbene, se esiste, ed esiste, la preghiera, esiste anche dell’altro. Io, come cattolico e come essere pensante, intendo intervenire nel dibattito pubblico su tematiche che riguardano tutti.

 

Il prof. Fornero ha parlato dei due paradigmi: ritengo abbia ragione. Esistono diversi paradigmi paragonabili a degli insiemi, quasi a dei sistemi. È la realtà del sistema, che è un insieme di elementi che non si sommano semplicemente, ma che creano un insieme maggiore della somma delle parti.
Credo vi siano anche sistemi di pensiero che potrebbero essere in qualche modo paragonabili al concetto di paradigma. Un insieme, ossia un modo di vedere varie cose, tra l’altro differenti fra loro, ma articolate in un insieme organico di pensiero.

Esistono diversi sistemi paradigmatici di pensiero. Quello cattolico ha una sua identità, quello buddista ne ha un’altra. Nel 2009, a Gerusalemme, abbiamo organizzato un interessantissimo incontro di bioeticisti di tre religioni: ebrei, cristiani e musulmani. Sono emerse delle armonie di fondo, non c’è dubbio, perché crediamo in un solo Dio, che è creatore, ma sono anche emerse delle differenze sostanziali, soprattutto sull’inizio vita.

Nel 2011, a Roma, abbiamo organizzato un incontro con bioeticisti appartenenti alle tre religioni presenti nel 2009 più bioeticisti buddisti, confuciani e induisti. Fu un dialogo bellissimo, sempre imperniato sul concetto di autonomia, la cui interpretazione, nel mondo orientale, è differente rispetto alla nostra. Per loro conta il gruppo, l’armonia del gruppo.

Condivido con voi un’esperienza vissuta all’Unesco. Mi trovavo lì, assieme ad un rappresentante della Santa Sede, durante l’elaborazione della Dichiarazione Universale sulla Bioetica e i Diritti Umani, per partecipare alle sessioni. Ricordo quando un cinese ha detto che «per noi buddisti, nella nostra tradizione, quella confuciana, non è il singolo che decide. Una donna non può decidere da sola se abortire o meno. È impensabile. Si deve riunire la famiglia: è la famiglia che decide». La rappresentante danese, che sedeva di fronte a me, ascoltava sbigottita. Per lei era inconcepibile il fatto che la donna non potesse decidere da sola. Sono visioni del tutto differenti.

A dicembre di quest’anno avremo il terzo incontro di questo genere in ambito religioso, su temi di bioetica, ad Hong Kong. Saranno presenti ben sette tradizioni religiose. È evidente come esistano paradigmi differenti. Il cattolico, il protestante, il laico ed il buddista hanno visioni diverse della realtà, hanno un sistema di pensiero diverso, dentro il quale pensano.

La bioetica laica, nel secondo significato spiegato dal prof. Fornero, esclude il dato della fede, esclude l’approccio alla trascendenza per illuminare la propria riflessione. Mentre la bioetica cattolica non è aut aut, non è fede o ragione, ma è et et, come è spiegato nell’Enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II:

«La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità. E Dio ad aver posto nel cuore dell’uomo il desiderio di conoscere la verità e, in definitiva, di conoscere Lui perché, conoscendolo e amandolo, possa giungere anche alla piena verità su se stesso».

Questa visione cattolica è una visione che accoglie la razionalità, anzi, la riconosce come uno dei doni più grandi che il Creatore ha fatto all’essere umano. Ci ha dato la libertà e la razionalità. Anzi, la libertà in realtà è espressione della razionalità.
La ragione è in grado di vedere non solo l’apparire, ma essa tenta di capire l’essenza delle cose nonché il singolo in rapporto all’insieme di tutti gli esseri viventi, all’interno di un orizzonte infinito.
Da qui nasce il libero arbitrio: non sono costretto a volere ciò che i miei sensi mi presentano ed i miei impulsi tendono a realizzare, ma vedo il tutto all’interno di un orizzonte assoluto che mi permette di dire «sì, questo è bello, è utile», ma in questo orizzonte posso scegliere altrimenti e rinunciare, grazie alla libertà.
Libertà e razionalità sono due caratteristiche che noi cristiani cattolici riconosciamo come dono prezioso, eccelso del Creatore. Non rifiutiamo questo dono, non lo svalutiamo! Crediamo d’essere chiamati a realizzarci pienamente in senso razionale, ad usare la nostra ragione e ad usarla bene, non in senso meramente formale, ma la ragione intesa quale capacità di conoscere il reale.
C’è questa vocazione nella tradizione cattolica, che per secoli ha difeso il concetto di fides et ratio, evitando di cadere nel fideismo, nell’irrazionalità, nel rifiuto della ragione.

Aristotele stesso, in buona sostanza, combatte il fideismo. Egli accorda importanza al mondo della natura ed al valore nonché alla dignità delle indagini ad esso dirette. Aristotele ritiene che non vi è nella natura nulla di così insignificante che non valga la pena di essere studiato. Aristotele è sensibilmente presente nell’attenzione cattolica, grazie anche all’elevazione fattane da San Tommaso. Infatti, spesso parliamo di tradizione aristotelico-tomista, dove la ragione ha una posizione forte, nobile, fondamentale nell’affrontare qualunque genere di discorso, incluso quello etico.
In questo senso, possiamo dire che la bioetica – e la riflessione morale in senso ampio – portata avanti da un cattolico, da un autentico cattolico, è realista.

La morale cattolica da sempre è di carattere realistico, nel senso che si parte dal reale, quindi si operano tutte le riflessioni del caso sul senso, sul perché, verso dove, come comportarci, sul disegno di Dio a proposito di questa stessa realtà. Ma il primo passo sta nel confrontarsi con la realtà che abbiamo di fronte.
Da cattolico non posso sviluppare un discorso serio sull’economia – etica economica e delle finanze – se non capisco di che realtà sto parlando, ossia, in campo finanziario, se non comprendo i meccanismi dell’economia e della finanza. Altrimenti, sono discorsi campati in aria, intellettualmente non onesti.

Questa è la visione cattolica. Lo stesso vale per l’embrione umano. Devo, come cattolico, conoscere, indagare l’argomento. Dunque, la bioetica cattolica è una bioetica che si lascia illuminare dalla trascendenza, dalla fede, dalla rivelazione, dal Magistero cattolico, ma non in contrapposizione con la comprensione della realtà. Essa parte dalla comprensione della realtà di tipo razionale per elevarsi ad un’illuminazione addirittura trascendente, grazie anche alla Scrittura, alla tradizione cattolica e al Magistero. Ma non è un aut aut, bensì un et et.

Il professor Fornero ha fatto cenno anche al concetto filosofico di persona.
La comprensione ultima e, volendo, anche la principale, intesa come radice e finalità della persona, è collegata alla trascendenza, alla creazione, come spiegava anche il prof. Kampowski. Senza questa illuminazione, non penso si possa giungere all’illuminazione ultima, per quanto ci è dato di capire le cose in questo mondo. Tuttavia, è anche vero che, di per sé, non è necessario che vi sia una contrapposizione sul concetto di persona tra laico non credente e cattolico credente, in quanto trattasi di un concetto filosofico.

Come chiaramente espresso nella Evangelium Vitae, il Magistero non ha impegnato il proprio insegnamento su questo concetto – se l’embrione è persona sin dall’inizio – perché si tratta di un concetto filosofico. Conseguentemente, è il filosofo che lo deve analizzare e discutere.

Andiamo alla definizione classica di persona, quella di Boezio del VI secolo: «la persona è una sostanza individuale di natura razionale». In quest’affermazione quanto vi è di teologico e di illuminante, nel senso delle Sacre Scritture? Boezio attinge dalla filosofia greca, applicando questa definizione nientemeno che a Dio e all’uomo, al contempo! Il che è sconvolgente, in quanto egli afferma che Dio è persona poiché individuo esistente individuale di natura razionale.
Successivamente, San Tommaso ci farà capire in che senso è di natura razionale. Ma anche l’uomo è persona perché anch’egli è un individuo esistente di natura razionale. Boezio ha applicato lo stesso concetto sia a Dio che all’uomo, proprio perché era cristiano. Ha colto l’eredità greca, questa ricchezza secolare, e l’ha applicata alla trascendenza di Dio, vedendolo come persona, ed applicandola anche all’uomo. Operazione possibile proprio perché credente di una tradizione nella quale si concepisce l’essere umano creato ad immagine e somiglianza di Dio: la tradizione ebraico-cristiana.
Proprio perché l’uomo è visto come immagine di Dio, si comprende che entrambi sono persone. Infinita in un caso, finita e limitata nell’altro, ma entrambe persone. Boezio non ha fatto teologia nel coniare quella definizione, ha semplicemente usato la ragione. E l’ha applicata a questa doppia dimensione: l’essere umano finito e l’infinito di Dio.

Dunque, mi chiedo e chiedo a voi tutti: perché un laico non potrebbe quanto meno analizzare questa definizione, discuterla, comprenderla e, perché no, anche accettarla?

 

Il prof. Mori, in un suo scritto, si rifà alla definizione di Boezio, interpretandola, a mio avviso, in maniera errata, contraria al senso aristotelico-tomista. Egli dice, in soldoni, «ma lo vedete che anche i cattolici adottano questa definizione di Boezio?» Come se fosse una definizione cattolica. Si tratta di una definizione razionale che anche un non cattolico può capire ed accettare.
Inoltre, il prof. Mori sembra non comprendere il concetto di natura. Lui la interpreta come se fosse la natura in atto, cioè la natura nelle sue espressioni, ciò che chiamiamo la visione della persona di tipo funzionalistico. È persona l’ente che qui ed ora fa determinate operazioni tipicamente razionali. L’ente che qui non le fa o non le può fare, non è persona.
Mentre è il contrario: è la natura, è l’esistere come esistente di quella natura. A mio avviso vi è un’incomprensione del concetto di natura e, conseguentemente, un’interpretazione sbagliata della definizione.
Malgrado ciò, possiamo discuterne. Ed anche un non credente può dire «sì, accetto questa definizione, comprendo che la persona è questa realtà individuale esistente, di natura, come physis, cioè come modo d’essere e di operare in senso aristotelico di natura razionale».

E ancora: siccome tu sei cattolico, credi che ogni esistente umano è persona, e siccome io sono laico per forza devo credere il contrario? Discutiamone. Il dialogo è importantissimo.
Io, cattolico, ho la mia posizione e posso argomentare in suo favore. Il laico può fare l’identica cosa. Ma possiamo farlo assieme, confrontandoci! Sono convinto che questa realtà razionale che sostengo posso trasmetterla al laico, non necessariamente convincendolo. Oppure sì.

Il dialogo tra laici e cattolici non dovrebbe essere soltanto un dialogo al ribasso per giungere ad una sorta di compromesso. Il dialogo delle idee è ben altra cosa. È il contrasto delle idee. Il contrasto coraggioso delle idee!
Anni fa, ad un Convegno internazionale di bioetica in Messico, durante i saluti finali ho rivolto alla platea alcuni pensieri, che riassumo:

«Signori, ritengo si debba avere il coraggio della ricerca della verità, perché è piuttosto comodo sostenere che la verità non esiste. In questo modo, non la si deve cercare. Si tratta di un’affermazione comoda, perché se non c’è verità non c’è errore, e quindi non si sbaglierà mai. Ed è comodo affermare che la verità non esiste, perché se essa non esiste, a che serve la coerenza? Coerenza rispetto a cosa? Se non c’è niente di vero, puoi fare ciò che ti pare».

Ci saranno state duemila persone al Convegno: molte approvarono il mio breve intervento. Il moderatore, ringraziandomi, ricordò tuttavia alla platea che la verità è in continuo cambiamento. Siccome si era ai saluti conclusivi, non ho replicato. La tentazione però era quella di dirgli: «allora, quello che lei ha affermato in questo momento è vero o è falso? Dire che la verità è in costante cambiamento è vero o è falso?» Perché, se è vero quello che il moderatore ha affermato, significa che anche la sua verità, un giorno, decadrà.
Considero quest’atteggiamento nei confronti della verità piuttosto adolescenziale. L’allora Presidente del Comitato Internazionale di Bioetica dell’Unesco, quando mi salutò, alla fine del Convegno, mi chiese: «ma lei la verità la trova?» Ed io risposi con grande semplicità: «guardi, provo a cercarla e credo che, talvolta, giungo a qualche verità, magari non comprendendola perfettamente, ma ci arrivo». «Beato lei – replicò – perchè io più cerco e meno trovo». «Sono dispiaciuto per lei, ma a me accade il contrario».

Rientro a Roma e leggo un suo articolo sulla rivista dell’Unesco, dove spiegava come la verità non esiste e dunque non la potremo mai trovare. Ciò che conta è comunque andare alla ricerca. Una ricerca permanente. Ma, dico io, questa ricerca permanente, in cosa consiste? Ricerca di che, se parto dal presupposto che non c’è nulla da cercare?

In numerosi autori del cosiddetto mondo laico, personalmente non vedo una vera e propria contrapposizione tra una visione di fede ed una visione laica razionale. Piuttosto percepisco il sentore di una razionalità malata di positivismo. Per cui, alla fine tutto si riduce a ciò che misuro e a ciò che posso calcolare.  E tutto il resto che mi sfugge? Non esiste. È una comoda scappatoia – forse inconscia, non pensata a tavolino – per giustificare molte azioni.
Siamo di fronte alla riduzione della ragione ad un certo tipo di ragionamento come quello positivista. Ma il riduzionismo è sempre una deformazione: ridurre la realtà significa deformarla, ridurla metodologicamente nel senso che a me interessa, unicamente per comprendere geni, neuroni e quant’altro. Ma così non si spiega, e non si comprende, l’essere umano nella sua globalità, nella sua libertà. Lo si riduce ad un mero elemento composto da svariati elementi.
Se guardiamo all’embrione come ad un ammasso di cellule, è come se guardassimo ad un’opera pittorica concentrando l’attenzione unicamente sui colori, sui pigmenti, sull’olio. Perderemmo la visione d’insieme e la comprensione di ciò che abbiamo di fronte. Questo significa deformare la realtà, ridurla sino a comprenderla sempre meno! Quando questo atteggiamento si applica all’essere umano, i risultati appaiono evidenti.

Alla luce di questa razionalità monca, malata di positivismo, che ruolo ha – nella mia riflessione bioetica razionale – la fede? E che ruolo riveste la mia appartenenza ad una tradizione religiosa, all’interno della quale vi è il Magistero, con una lunga tradizione di pensiero?
Noi cattolici crediamo al Magistero quale dono di Cristo. In che modo, dunque, faccio bioetica essendo cattolico? Innanzitutto c’è un punto di partenza, un’ispirazione di fondo: la mia identità cattolica è quella di un credente appartenente alla tradizione ebraico-cristiana, che affonda le sue radici nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
Inoltre, nel mio bagaglio culturale e spirituale è insita la comprensione della realtà dell’essere umano. Realtà intesa quale rapporto del singolo con gli altri (con la società) e con la trascendenza (con Dio). Si tratta di un’antropologia cattolica.

 

Quando ho fatto la tesi sul tema dell’eutanasia, sono giunto alla comprensione dell’abisso che separa la visione cristiano-cattolica da quella laica. Infatti, Scarpelli, a mio avviso correttamente, ha scritto che «non c’è forse un problema come quello dell’eutanasia-fine vita, dove la contrapposizione tra una visione laica ed una cattolica sia più eclatante e più definitivo».
Personalmente, mi sono reso conto di avere delle ragioni solide e luminose per dire «no» all’eutanasia. Così come mi sono reso conto che, sul versante opposto, chi era a favore aveva delle ragioni altrettanto importanti.
Com’è possibile, mi son chiesto, che possano esistere due mondi così separati e distanti? Non a caso ho intitolato la mia tesi «Eutanasia ed antropologia a confronto», cercando di comprendere l’antropologia alla base della posizione a favore dell’eutanasia.
Ho così studiato come loro intendono l’essere umano, la libertà, l’autonomia, la vita, il significato della vita e del dolore. Studiando gli autori pro-eutanasia, ho appreso che raramente accennano al significato del dolore.
Del dolore se ne parla quasi unicamente per dire che bisogna evitarlo. Dunque, se è necessario porre fine alla vita, significa che non esiste un tentativo di comprensione della dimensione fortemente, intimamente umana rappresentata dal dolore, dalla sofferenza e dalla morte.
Ho quindi sentito l’esigenza di avvicinarmi, per comprenderla, a quell’antropologia il cui paradigma è opposto a quello al quale mi sento di aderire.

 

Autonomia o rispetto della vita?  È fondamentale dialogare su questo tema, nettamente, francamente. Porrei, per esempio, una serie di domande sul perché si debba rispettare l’autonomia, sul perché si commette un’azione negativa se si uccide un essere umano. In materia etica è basilare chiedersi sempre il perché, non dare mai nulla per scontato. Mai dire «non si uccide» unicamente per via del Decalogo.
Il dibattito sui vari «perché?» condurrà ad un confronto sul concetto di rispetto dell’autonomia della decisione libera dell’altro. «Bisogna rispettare la decisione autonoma del singolo». Perchè? «Perché, non rispettando la decisione autonoma, offendo la persona e la sua dignità».
Ed ecco emergere il discorso sulla dignità della persona e sul rispetto della vita. «Perchè devo rispettare la vita?» Non si tratta di rispettare la vita in quanto tale: le piante e gli animali, che sono vivi, li mangiamo. Essi sono vita, non la vita. Emerge così il concetto della dignitas, della sublimitas dell’essere umano. Ecco perchè devo rispettare l’autonomia ed ecco perchè devo rispettare la vita.
Da qui, la domanda: «ma se per rispettare l’autonomia uccido la persona, la rispetto?» Secondo me no perché, uccidendola, l’annullo. E quindi, anche se questa persona me lo chiede, ritengo di mancarle di rispetto ponendo fine alla sua vita.
Pertanto, bisogna rispettare l’autonomia e allo stesso tempo rispettare la vita. E non potrò rispettare l’autonomia se uccido la persona.

 

 

Come cattolico, oltre ad essere convinto del fatto che devo rispettare ed amare ogni essere umano in quanto siamo membri delle stessa specie, sono consapevole d’essere figlio dello stesso Padre e dunque noi tutti siamo fratelli, redenti da Gesù Cristo che si è fatto carne per vivere l’essere umano, che è morto in Croce per la nostra salvezza ed è risorto e vive eternamente per noi.
Analizzando il tema dell’embrione, questa è la mia visione di partenza. Tuttavia, essa non mi dice esplicitamente se l’embrione è un essere umano, se va rispettato o meno. Mi dice che ogni essere umano va rispettato, amato, accolto e promosso. Siccome, essendo cattolici, coltiviamo una bioetica fondata sulla realtà – l’abbiamo precedentemente sottolineato –, non ci è sufficiente quella seppur importante visione di partenza per affermare che l’embrione va rispettato.
Lo domandiamo quindi alla realtà cos’è l’embrione, ossia ci rivolgiamo all’embriologia: cos’è questo cumulo di cellule? Se l’embriologo mi dimostra che, sin dal principio, ci troviamo di fronte ad un sistema organico, vivente della specie umana, significa che l’embrione è un essere umano. Questa è la realtà.
Conseguentemente, da cattolico non sostengo che l’embrione vada rispettato per fede. Per fede va rispettato l’essere umano. L’embriologia – la scienza – mi dice che l’embrione è un essere umano. E dunque, anche l’embrione va rispettato. E con la fede poi viene la filosofia, la ragione filosofica, per cui dico: un essere umano può non essere persona? Da qui, il concetto di persona. Filosoficamente possiamo comprendere che ogni essere umano è persona, anche se non ogni persona è un essere umano, perchè Dio è persona, ma non è un essere umano.

Ripetiamolo questo concetto: ogni essere umano è persona, sempre, in qualunque condizione esso si venga a trovare. È il suo essere che mi si impone dal punto di vista assiologico e, dunque, etico. Vi propongo uno schema riassuntivo circa l’approccio cattolico nei confronti dell’embrione:

 –  inizialmente c’è l’ispirazione, maturata nella fede, e dunque il desiderio di capire la realtà dell’embrione, poiché, se è un essere umano, lo devo riconoscere come mio fratello;

– chiedo quindi alla scienza che cos’è;

–  la scienza mi conferma che mi trovo di fronte ad un essere umano;

–  la ragione filosofica mi aiuta ad approfondire che ogni essere umano – persona – ha una sua dignitas, proprio per il fatto di essere esistente di natura razionale;

–  al termine di questo percorso, iniziato con la fede, la fede stessa raccoglie amorevolmente questo mio cammino, dicendomi: «trattalo per quello che è, un essere umano dotato di una sua dignità, figlio di Dio, tuo fratello».

La nostra, quindi, non è una sorta di “mania” nei confronti dell’embrione. Stiamo parlando di esseri umani! Siamo convinti – un convincimento prodotto da un percorso razionale – del fatto che si tratti di una persona, di mio fratello… ed io posso essere indifferente al congelamento dei miei fratelli nell’umanità? No, non devo esserlo!

E finalmente ecco giungere il Magistero, perché sono cattolico.
Il Magistero non è una camicia di forza che mi impedisce di fare bioetica.
È mia profonda convinzione – alla luce dei presupposti precedentemente illustrati, ossia il realismo, la razionalità, la scienza e l’elaborazione di questi aspetti nel loro complesso – che il Magistero rappresenti una luce, una guida che Cristo ha donato a tutti i cristiani. Ahimè, alcuni l’hanno dimenticato, altri accantonato. Quando ha detto a Pietro «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» oppure «tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Egli stava facendo un dono alla comunità dei credenti, ben sapendo che noi – pur avendo il dono del ragionamento – siamo fragili, limitati, portatori di passioni, interessi, vizi, i quali condizionano, spesso pesantemente, la nostra capacità di ragionamento. Proprio per questa nostra fragilità, Cristo ha voluto dare alla sua Chiesa un dono, il Magistero. Esso ci aiuta laddove, da soli, non ci arriviamo, anche per via del condizionamento dovuto alla cultura nella quale siamo calati. Affidiamoci al dono di Cristo, al suo Magistero.

Mi avvio alla conclusione sottolineando che è proprio così che noi, alla Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Regina Apostolorum, facciamo bioetica. Analizziamo, interdisciplinarmente, i dati della biologia e della medicina relativamente ai vari temi inerenti la bioetica, senza tralasciare l’anatomia, la fisiologia, l’embriologia, eccetera, perché gli studenti devono capire.
Diamo ampio spazio anche al diritto e alla filosofia. E, naturalmente, è previsto un corso sul Magistero cattolico in bioetica. Ma non rappresenta il punto di partenza. Il punto di partenza è l’ispirazione: intendo rispettare l’uomo perchè sono cristiano e sono convinto che ogni essere umano è mio fratello, figlio di Dio.

Partendo dalla comprensione della realtà, elaboro una conclusione di tipo etico. È il mio metodo di insegnamento: evito l’approccio diretto col Magistero, con la tradizione o con la Bibbia.
Comincio dalla comprensione. «Di che cosa state parlando?», chiedo. «Dell’embrione? Bene. Cosa dice l’embriologia?»
Espongo le varie posizioni ed in tal senso li avvicino al Magistero, alla tradizione, alle Scritture. Talvolta mi viene rivolta una critica: «lei non ha citato Gesù, la Bibbia ed il Magistero». Ed io spiego che l’ho fatto deliberatamente, perchè non intendo indurre neppure per un attimo l’idea che ciò che insegno è vero perchè lo dice il Magistero. Semmai è il contrario: lo dice il Magistero perché vero.
Se esordisco col Magistero, so per certo che, grazie ad una simile impostazione, trasmetterò l’idea che tutto ciò che seguirà è vero unicamente perché l’ha detto il Papa di turno. Non è così.
L’unione tra la fede, il Magistero – doni di Cristo – e la razionalità – che parte dalla realtà scientifica, razionale, filosofica – è espressione del patrimonio cattolico.
Questo è il modo in cui noi tentiamo di fare bioetica. Se poi ci riusciamo, è un’altra questione.
Grazie.


* L’intervento  pubblicato del prof. Gonzalo Miranda non è stato rivisto dal relatore


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Intervento finale del moderatore

(*) Gonzalo Miranda
Decano della Facoltà di Bioetica
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