Cosa rimane?

di Pietro Grassi
Docente all'ISSR presso Apollinare - Pontificia Università della Santa Croce
Docente Centro Teologia per Laici - ISSR Ecclesia Mater - PUL - Roma
Docente Master Bioetica (Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II - Istituto di Bioetica e Medical Humanities - Università Cattolica del Sacro Cuore - Roma)

16 maggio 2020
Cosa rimane?

Ascoltando, infatti, i gridi d’allegria che salivano dalla città, Rieux ricordava che quell’allegria era sempre minacciata:
lui sapeva quello che ignorava la folla, e che si può leggere nei libri, ossia che il bacillo della peste non muore né scompare mai,
che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria,
che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti
e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui,
per sventura e insegnamento agli uomini,
la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice

Camus, La Peste, 19471

Foto Pietro Grassi F. Grassi

Pietro GRASSI ©Grassi

Nella novella Il Cacciatore Gracco di F. Kafka, il protagonista dopo aver oltrepassato il Garda, arriva nei pressi del sanatorio di Riva, dove viene accolto dal sindaco del luogo. Alla domanda, di prammatica, circa le proprie condizioni di salute e le possibilità future, Gracco risponde di essere sia morto che vivo, sia presente che assente, introducendo un’immagine simbolica di una dolorosa incertezza, ma pronta ad accogliere qualsiasi sfida. Sembra riaffiorare in tale descrizione l’inquietante silenzio di chi non riesce a sollevare lo sguardo oltre l’umano, e che rimanda a quel drammatico senso d’incertezza e di indicibilità, che crea un’incolmabile distanza fra l’uomo e la sua Origine.

Sto cercando di ascoltarmi in questo tempo di incertezza e di grandi disagi per tutti, rispetto a quello che evoca in me quello che è accaduto e che sta ancora accadendo e mi sono reso conto che non sempre è facile aderire ad un pensiero univoco. Sono un po’ disorientato, per citare A. Gide, dalla “mise en abyme“’, come una specie di  “sogno nel sogno”, che la situazione attuale sta provocando rispetto al senso delle cose, e per questo vorrei cominciare a dare rilievo ai dettagli, a quelle sfumature che disegnano le differenze. Vorrei approfittare di questa esperienza per pervenire ad una giusta valutazione di me stesso e della vita, anche, possibilmente, per cambiare qualcosa in me, altrimenti, forse, corro il rischio di non farlo più. Una delle molteplici conseguenze di questa pandemia potrebbe essere la nostra relazione con il tempo, che è destinata a cambiare.
Così ho riscoperto la ricchezza dell’interiorità, del silenzio che parla e soprattutto del sollievo della lentezza, che mi hanno reso possibile, nel tempo della frenesia del fare, di ritrovare i ritmi della vita che una volta mi appartenevano.  Ho pensato a W. Bion quando scriveva:

Man mano che divenni più capace di far tacere i miei pregiudizi, mi accorsi che riuscivo a cogliere l’evidenza che c’era, piuttosto che lamentarmi dell’evidenza che non c’era. Quando le mie orecchie divennero più abituate al silenzio, piccoli suoni divennero più facili da udire. ⌈…⌉ Imparai a considerare l’importanza del silenzio per ascoltare i più deboli “suoni”. Ciò funzionò. E cominciai ad ascoltare suoni che un tempo non sarebbero stati avvertiti.2

Provo però un po’ di difficoltà a ritrovarmi “nel tempo”; forse la paura, quasi inafferrabile, di questa crisi sanitaria, che indebolisce la fiducia nelle ipercertezze della medicina, nella hubrys e nella tracotanza del controllo dell’uomo sulla natura. Tutto ciò, forse, ci permetterà di rendere più relativa la nostra onnipotenza sulla natura e di inscrivere la nostra umanità nella carne stessa della nostra fragilità umana, collocandola lungo un filo di interdipendenza, di cui dovremo farne memoria per non dimenticare. La scienza, come sappiamo, si edifica sulla incapacità del sensibile a rendere conto della verità delle cose.

Questa pandemia determinata dal Covid -19, metterà forse in discussione tutto ciò che costituisce il nostro antico sapere, anche rispetto a ciò che già ci è familiare; ci ricorda l’importanza, direi l’urgenza, di questioni alle quali le riflessioni filosofiche hanno da sempre dedicato le loro considerazioni: i rapporti tra individuo e società, tra scienza ed etica, tra politica e prassi, come ad esempio la necessità di un modus operandi che sappia “‘interrogare le altezze delle intelligenze e toccare le profondità delle coscienze”, per rispondere in modo adeguato alle richieste di privacy e di consenso informato, di dignità della cura, ridefinendo le coordinate valoriali dell’allocazione delle risorse, delle modalità di prescrizione, delle problematiche del triage e delle proporzionalità delle misure di restrizione, strettamente correlate tra loro, secondo una riflessione che, solo partendo dall’etica, può migliorare la qualità di trattamento e di vita. Al di fuori e al di là dei pareggi di bilancio, dei costi sotto controllo, dell’efficienza e dell’efficacia, bisogna sottolineare con forza che le scelte morali dovrebbero essere in realtà i valori veri e positivi di un’azienda ospedaliera.

Se le questioni ed i dilemmi etici sono problemi di natura filosofica o morale, si dovranno cercare soluzioni filosofiche, cercando di evidenziare se si tratta di difficoltà di fatto, cioè, almeno in linea di principio contingenti, oppure di diritto, cioè connesse con la stessa natura del sapere che le ha evidenziate.

La crisi sta a significare sia la svolta risolutiva che avviene in una malattia sia un fenomeno violento e improvviso che risolva una malattia in atto. Perché la crisi produca svolte antropologiche ci vogliono, a mio parere, tre condizioni: a) il mutamento è concepito a livello universale; b) coinvolge la globalità del sistema sociale vigente e dell’individuo; c) è discontinuo con tassi di velocità di mutamento progressivamente crescenti. L’evoluzione nell’ambito sociale si verifica dapprima a fasce esteriori, poi a livelli intermedi ed infine a livelli profondi. Si ha un cambiamento totale della mentalità dell’individuo o del gruppo, quando tutto il quadro di valori entra in movimento.
La crisi intesa in senso sociologico riveste un carattere totale e collettivo, essa è derivante dalla dimensione quantitativa del fenomeno (universalità) e della dimensione interiore (radicalità e globalità), ossia tutto l’universo simbolico è messo in discussione. Si escludono da questo concetto quelle crisi collettive e individuali limitate ad ambiti particolari o percepite come abituali a livello individuale. Le risposte alle crisi vanno ricercate in moduli e modelli collettivi. Solo mediante la conoscenza si può trasformare, è un concetto importante e noto.

Ci si può chiedere, una volta usciti fuori da tutto ciò, cosa rimarrà come traccia e se il cuore dell’uomo si sia lasciato modificare dentro la quotidiana realtà naturale, sia cioè diventato capace di ascoltare quel linguaggio ancestrale, senza possibilità di pause, senza intermittenze discorsive, ponendosi all’ascolto di quello che rimane sempre al di là del dire. Si può, nel sentimento del tempo, attraversare il male senza esserne sfiorati, senza sentire la propria anima come un inesorabile specchio della verità? Possiamo diventare moralmente migliori? Queste sono domande a cui si dovrebbe cercare di rispondere.


Note

1 Camus, A., La peste, Bompiani, Milano 1999, 233
2 Bion W., Il cambiamento catastrofico, Loescher, Torino 1981, 55-56

Pietro Grassi
Docente all'ISSR presso Apollinare - Pontificia Università della Santa Croce
Docente Centro Teologia per Laici - ISSR Ecclesia Mater - PUL - Roma
Docente Master Bioetica (Pontificio Istituto Teologico Giovanni Paolo II - Istituto di Bioetica e Medical Humanities - Università Cattolica del Sacro Cuore - Roma)
© Riproduzione Riservata