Cyberbullismo. C’è la legge: cosa cambia?

Intervista. Ivan Ferrero, psicologo torinese, esperto di nuove tecnologie e ideatore di un sito di informazione sul cyberbullismo

di Marina Lomunno *
pubblicato il 28 maggio 2017
Cyberbullismo. C’è la legge: cosa cambia?

L’approvazione della legge sul cyberbullismo «è un grande passo in avanti per il nostro Paese perché finalmente i reati del mondo digitale hanno una normativa ad hoc. Prima dell’approvazione venivano sanzionati reati legati al web come lo stalking o la diffamazione ma ora c’è un riconoscimento istituzionale che atti aggressivi, molesti o violenti compiuti tramite strumenti telematici (sms, e-mail, siti web, chat) sono considerati crimini e, come tali, vanno sanzionati come prevede una legge dello Stato. E questo è un cambiamento radicale».

Ivan Ferrero, classe 1975, torinese, con un’esperienza di educatore di comunità per adolescenti, si definisce uno «psicologo delle nuove tecnologie». Non ha dubbi sulla necessità di una normativa che finalmente regoli e sanzioni i crimini perpetuati via web e che mietono vittime, purtroppo fino al suicidio, tra gli adolescenti. Ideatore e fondatore del sito www.bullismoonline.it, un miniera di informazioni rivolta a tutti coloro che vogliono capire, combattere e prevenire il fenomeno del cyberbullismo, Ferrero mentre si laureava in Psicologia e si specializzava in Analisi Bioenergetica («con un’attenzione particolare per la gestione delle nostre emozioni»), ha scandagliato il mondo virtuale fino a diventarne la sua professione: «Sono convinto che non puoi trattare un argomento con professionalità se non lo vivi a fondo.» − spiega» «Attualmente unisco la passione per la psicologia con quella per le nuove tecnologie, studiando come stanno cambiando il nostro modo di vivere e percepire la realtà. Cyberbullismo, dipendenza da internet, gioco d’azzardo online stanno coinvolgendo fasce di popolazione sempre più giovani e spesso c’è molta disinformazione. Per questo è importante il ruolo dei media, della scuola, della famiglia per sensibilizzare la società civile sui pericoli ma anche sulle opportunità del web».

Finalmente i reati del mondo digitale hanno una normativa: ora bisogna applicarla

Perché  il cyberbullismo è un fenomeno così preoccupante tanto da dover promulgare una legge apposita?
Il bullismo tra ragazzi − cioè forme di comportamenti arroganti e violenti perpetrati dal branco nei confronti dei più deboli − è sempre esistito. La novità introdotta dal web è che le immagini intime o diffamatorie postate dai bulli godono poi di vita propria, diventano «virali» e, in un mondo in cui il giudizio degli altri è determinante per essere accettati dal gruppo e per «esistere», una foto rubata o un insulto online può davvero annientare un adolescente che non è attrezzato a non dar peso anche solo agli scherzi pesanti, figuriamoci poi se la sua foto è sui cellulari di tutta la sua scuola. Ora con la legge, appena giunge una segnalazione di reato, si obbligano gli autori a rimuovere i contenuti e i responsabili delle pubblicazioni violente vengono sanzionati. La novità è che adesso il Garante può direttamente obbligare gli autori dei contenuti a rimuovere quanto prodotto. È un bel passo in avanti che, da una parte, rassicura le famiglie e gli educatori, e, dall’altra, dovrebbe essere un deterrente per i cyberbulli.

Perché dovrebbe?
Perché la legge da sola non basta per combattere il cyberbullismo: occorre che tutta la società civile si mobiliti per diffonderne i contenuti, dai mass media alle scuole, dagli ambienti educativi, ai servizi sociali alle polisportive e tutti quei luoghi frequentati dagli adolescenti. Dobbiamo poi tenere presente che i ragazzi hanno un diverso concetto di privacy e di etica rispetto a noi adulti. Finché una foto provocante di una ragazzina, un insulto o un video violento con protagonisti i coetanei non li sconvolge da vicino − nel senso che i protagonisti sono loro amici − fanno fatica a riconoscere che quel materiale è un reato. L’on-line che consumano i nostri ragazzi è decontestualizzato dal loro quotidiano. Per questo è importante che i teenagers siano messi di fronte alla realtà: in una ricerca recente, condotta su un campione di adolescenti, il 70% degli intervistati non aveva coscienza che il «sexting» (l’invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite internet o telefono cellulare) è un reato e il 70% era preoccupato unicamente per le punizioni legali e non sapeva che quelle immagini, se i protagonisti sono minorenni, è materiale pedopornografico…

Cosa possono fare le famiglie e gli educatori per mettere in guardia i propri figli senza essere considerati «carabinieri» che sbirciano negli smartphone?
Innanzitutto noi adulti dobbiamo smettere di demonizzare il web perché ci spaventa o non lo conosciamo. Internet fa parte dell’evoluzione dell’umanità: probabilmente i genitori dell’uomo che ha scoperto il fuoco hanno avuto paura allo stesso modo di noi adulti che non sappiamo smanettare su internet e non ne vogliamo sapere nulla, rinunciando a capire. Ma il fuoco serve per scaldarsi e per cucinare e non solo per distruggere i boschi o per bruciarci le dita. Per i cosiddetti nativi digitali l’on line e l’off line sono un’unica faccia della stessa medaglia, è la loro vita ci sono immersi fin dalla culla. Per questo motivo non necessariamente è negativo che i bambini inizino ad usare gli strumenti digitali se accompagnati dagli adulti: non possiamo pensare al futuro (ma neanche il presente) senza il web, sarebbe come tornare alle candele o ai treni a vapore. Si tratta invece di considerare il web come uno strumento e perché no, farci introdurre dai nostri figli in questo mondo a noi sconosciuto…

E come?
Non vietandoglielo a priori ma, come è proprio di un educatore, ascoltandoli, facendosi spiegare da loro come si crea un profilo twitter o facebook, cosa seguono sul web, quali sono i loro amici, i giochi on line, passare del tempo con loro a vedere i video o i tutoriali. Si tratta di creare una relazione, parlarsi, ascoltarsi, mostrare interesse per la loro vita che volenti o nolenti è anche on line. Questa è la chiave per entrare nel loro mondo: ma solo quando siamo entrati in relazione con i nostri figli o con i nostri allievi possiamo conquistare la loro fiducia e allora dettare le regole, fare un contratto sull’uso corretto dello smartphone o del pc, avvisarli dei pericoli parlandogli della legge e delle sue implicazioni, educandoli ad una corretta cittadinanza digitale. Se non si è disposti a farlo perché regaliamo loro uno smartphone per la Comunione, la Cresima o per la promozione? 

Fonte:  Marina Lomunno, «Cyberbullismo. C’è la legge: cosa cambia?», La Voce e il Tempo», domenica 18 maggio 2017, pp. 4-5


Approfondimenti:
Sulla legge: www.camera.it;  http://www.bioeticanews.it/contrasto-e-prevenzione-del-fenomeno-del-cyberbullismo/ (www.bioeticanews.it); www.bullismoonline.it

 

(*) Coordinamento editoriale «La Voce e il Tempo» edizione cartacea
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