Cybercondria, perché Google non deve sostituire il tuo medico curante

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 12 maggio 2015
Cybercondria, perché Google non deve sostituire il tuo medico curante

Probabilmente esistono utenti che navigano in Rete usando la bussola del buon senso. Probabilmente molti non si accontentano del primo risultato trovato su un motore di ricerca. Probabilmente c’è persino chi aspetta di sentire quattro campane diverse, prima di arrivare a una conclusione. Ma diciamoci la verità, per un sacco di gente inserire una query su Google è come infilare la mano nella bocca della verità.

Ormai è quasi un automatismo: “Hai un dubbio? Chiedi a Google“. Il che può anche andare bene. Ma dal momento che almeno una persona su tre tende a utilizzare i motori di ricerca per auto-diagnosticarsi (e a volte, curare) eventuali patologie, è il caso di domandarsi: “Quanto Dr. Google è effettivamente in grado di restituire risultati clinicamente affidabili?”

Poco, a giudicare da una recente indagine condotta dalla Queensland Univeristy Of Technology, in tandem con il Csiro di Brisbane e le University of Vienna, supervisionata da Guido Zuccon. Dopo aver chiesto ad alcuni volontari di interrogare Google e Bing riguardo alcuni sintomi specifici, Zuccon ha esaminato i risultati di ricerca e ha concluso che, in media, solo 3 dei primi 10 risultati potevano essere considerati scientificamente attendibili. Questo significa che la probabilità di farsi un’idea sbagliata sulle proprie condizioni di salute, con tutte le possibili conseguenze, è significativamente alta.

Non solo. Proprio a causa della diversità dei risultati, queste ricerche spesso tendono a prolungarsi, con esiti potenzialmente nocivi. “Se non ottieni una chiara diagnosi dopo la prima ricerca, probabilmente avrai la tendenza a continuare a cercare”, ha spiegato Zuccon. “La colpa è in parte dell’utente stesso e in parte del modo in cui operano questi motori di ricerca. Ad esempio, le pagine sul tumore al cervello sono più popolari di quelle sull’influenza, perciò l’utente è spinto verso questo tipo di risultati.”

Del resto, la tentazione è forte. Hai un disturbo che non sai etichettare, hai questo dolore intercostale che non ti molla da settimane, sei persino andato dal medico ma, dopo averti picchiettato due dita sulla cassa toracica, si è stretto nelle spalle e ti ha solo suggerito di smettere di fumare. Dovresti smettere di preoccuparti, cestinare il tuo pacchetto da venti appena aperto e farti un’insalata. E invece no, vuoi essere certo di non avere nulla di grave. E allora accedi a Google cominci a cercare.

Si inizia così, solo per scrupolo, ma si può finire per sviluppare un’ossessione. Questa ossessione ha un nome, e quel nome è cybercondria. Il termine nasce dalla crasi tra le parole “cyber” e “ipocondria”, ma non va confusa con quest’ultima.

Per capirci:

– Se sei costantemente preoccupato di poterti ammalare e scambi qualsiasi inezia per potenziale sintomo di una malattia letale, sei ipocondriaco.

– Se ogni volta che hai mal di testa chiedi lumi a Google e puntualmente ti convinci di avere un tumore al cervello, allora sei cybercondriaco.

Nel primo studio condotto su questo tipo di fenomeno, i ricercatori Microsoft Ryen White e Eric Horvitz definivano la cybercondria come “l’infondata escalation di preoccupazioni riguardo una sintomatologia comune, basata sulla risultati di ricerca e articoli trovati sul web.”

Il problema non è soltanto che alcuni risultati tra quelli mostrati dai motori di ricerca non siano affidabili, ma anche che l’utente medio non ha gli strumenti critici necessari (leggi: una laurea in medicina) per estrapolare una diagnosi da una serie di risultati web.

Fin da quando esistono le ricerche web, molti medici, sfiancati da plotoni di pazienti terrorizzati da patologie auto-diagnosticate in Rete, consigliano di non affidarsi mai a internet per questioni cliniche, a meno di conoscere già la diagnosi esatta per il loro disturbo. Purtroppo, però, la tendenza sembra essere in crescita. Se al tempo dello studio di White e Horvitz le ricerche a scopo clinico erano il 2% del totale, secondo i dati forniti da Zuccon nell’ultimo anno si sono spinte fino al 5%.

Non bastasse, a quanto pare Google sta lavorando a un ambizioso progetto chiamato Baseline, per il quale ha assoldato un noto biologo molecolare Andrew Conrad, che si occuperà di analizzare i valori fisiologici di 175 pazienti con lo scopo di individuare i parametri biologici di una salute perfetta.

Google ha le sue ragioni: secondo le stime, il valore totale dell’industria sanitaria dovrebbe raggiungere i 10mila miliardi di dollari entro il 2017, e il monitoraggio dei parametri fisiologici è ormai una costante nei dispositivi mobile di nuova generazione. Ma mentre sviluppa la tecnologia necessaria a pensionare i medici di base, il colosso di Mountain View dovrebbe anche studiare un sistema che consenta di filtrare automaticamente i risultati sanitari fuorvianti.

Nel frattempo, la scelta migliore rimane affidarsi al proprio medico curante. A costo di sciropparsi trasferte, appuntamenti e sale d’attesa.

Fabio Deotto

Fonte: Wired      

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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