Nell’arte della Memoria. Dalla prigione del corpo alla libertà della persona

di Laura Mazzoli *
pubblicato il 5 aprile 2013
Nell’arte della Memoria. Dalla prigione del corpo alla libertà della persona

In questo periodo alcune mostre d’arte sono presenti nel panorama delle proposte formative destinate ad educare alla cittadinanza e alla memoria della seconda guerra mondiale, della resistenza, della deportazione e dello sterminio.

Accompagnare gli studenti attraverso la storia a fare esperienza dei valori della democrazia e della pace, dei diritti umani e civili, al senso della dignità della vita e del valore dello spirito comporta intrecciare storia e memoria, far appello alla coscienza critica ed etica. È educare ad essere – oltre a conoscere e a saper fare – nella ricerca delle scelte etiche e del significato della testimonianza.

Quale contributo in questo percorso offre l’arte? In quale modo può legarsi alla memoria e trasformare un momento della storia nell’attualità del presente? Evocando bellezza e armonia, dolore e male, come ci parla della fisicità e delle ragioni dello spirito, della centralità della persona al di là delle diversità?

Se pensiamo all’esperienza della prigionia e alla morte legate alla resistenza e alla dissidenza durante la seconda guerra mondiale e se pensiamo alla tragedia della Shoah, da subito prendono forma le immagini dei luoghi – ghetti, carceri, campi di internamento e di sterminio – e risuonano in noi le parole che nei racconti orali o dalle pagine narrative e poetiche i superstiti e in senso più ampio i testimoni diretti ci hanno restituito e tramandato. Molteplici segni che cercano di urtare le nostre tranquille coscienze e interrompere la quotidianità dell’oggi affiorando dalla storia. Non sempre in grado di divenire memoria collettiva.

Appare la relazione tra corpo e spirito nella devastazione dell’annullamento della persona, nella mediazione tra esigenza di sopravvivenza e incertezza del destino, nella paura che abita il corpo, nella depersonalizzazione del luogo. Perché detenzione è sempre confronto con la spersonalizzazione di sé. È perdita del nome attraverso il numero o il marchio sul corpo, spogliazione di vestiti, oggetti e del ruolo, del legame con la propria storia, smarrimento della relazione con il  tempo e lo spazio.

Indagare la relazione tra corpo e spirito richiama cosa intendiamo per dignità della persona e per quali persone e quali diritti.  Affiorano parole come utilità, diversità, eugenetica. Annientamento del diverso secondo una pratica che persegue il canone della sicurezza, della razza e della certezza di genere, della purezza e dell’efficienza del corpo, e che consente la sperimentazione sul corpo, il biologismo eliminativo del diverso e inferiore definito da Avishai Margalit “attacco diretto all’idea stessa di umanità condivisa1”. E che è anche annullamento del dissenso nel nome di una uniformità ideologica che si fa pensiero.

A queste riflessioni altri segni e linguaggi concorrono a scrivere le pagine della testimonianza e a comporre l’azione di non dimenticare: sono quelli dell’arte.

Nell’intreccio di forme e colori il confronto con l’insensatezza e la devastazione della guerra può giungere ad assumere valore universale, impegno etico contro ogni violenza. Così il corpo diventa emblema di vita e di morte per i civili di Guernica, mattanza di linee e forme che Picasso interpretò e dedicò. La tela di enormi dimensioni, nei toni dei bianchi, grigi e neri, accoglie la celebrazione del corpo delle vittime  e si fa icona di dolore, di condanna civile che amplifica e trascende l’orrore dello specifico fatto storico rappresentato.

Marc Chagall, Crocifissione Bianca, 1938
the Art Institute of Chicago

È l’arte definita degenerata perché non conforme ed epurata dal nazismo. Sono le evocazioni della sofferenza e della persecuzione ebraica che incontriamo nei bianchi e nei gialli delle crocifissioni di Marc Chagall, nel richiamo alla condizione di peregrinazione e morte, al sacrificio invaso dalla luce. Così nella testimonianza di Felix Nussbaum: nel suo Autoritratto con passaporto ebraico (1943) c’è tutto lo smarrimento dell’esistenza, racchiuso nello sguardo del viso e nella stella appuntata sul cappotto, e il senso di una vita separata nell’immagine del muro che divide,  circoscrive e contiene. O  ancora la ricerca di sopravvivenza, memoria e catarsi delle scene dei campi di sterminio e dei loro abitanti-numeri nella resistenza di Jozef Szajna, prigioniero politico sopravvissuto ad Auschwitz e Buchenwald. Le sue opere, scaturite come memoria diretta durante l’internamento, affiorano nei decenni successivi come “reminiscenze” visive  delle vittime del genocidio e della violenza in ogni tempo e luogo.

Pittura, scultura, ma anche un genere, il fumetto, solo apparentemente non consono ed estraneo. In una storia per parole e immagini in bianco e nero, Maus, il topo-ebreo è metafora rovesciata di una minaccia da debellare ed evocativa della necessità del riscatto della memoria. Gli animali antropomorfi dei disegni di Art Spiegelman saldano nella trama narrativa le vite di padri e figli, l’intreccio di passato e quotidiano di fronte alla Shoah.

Nelle immagini realizzate dai testimoni diretti o da chi a quelle vicende recupera e riannoda il presente, l’arte si fa narrazione, resoconto, lente attraverso la quale restituire, filtrare, scomporre, reinterpretare. Ricondurre al presente ciò che è stato.

Il corpo, vulnerabile e materiale, significante dell’esperienza vissuta, diventa soggetto e mezzo di espressione del recupero della centralità dell’uomo. Anche i luoghi parlano di lui e restituiscono la frattura con i riferimenti familiari del mondo e con la vita.

Gaetano L’Abbate, Primo dormitorio, acrilico su tela
mostra Block Elf, Savigliano (Cn)

Il corpo è anche segno di attesa, di sospensione e paura per una condizione inaccettabile e  dagli sviluppi oscuri ed incomprensibili. È quanto appare da una sequenza di numeri, cabala ripetitiva di tratti, per un nome – Jozef G. – e una storia – l’internamento nei campi di sterminio – che nascono e prendono forma dalla mente dell’artista, Gaetano L’Abbate2. Le tele, che raccontano, interpretano e rendono assoluta una condizione, partendo da una immaginaria e al contempo verosimile, individuale vita vissuta. L’ebreo Jozef G. è personaggio creato dall’artista; evocato, non appare, ma la sua presenza entra e scalfisce l’osservatore attraverso i segni, gruppi di linee e numeri incisi; i graffiti che da sempre nella ripetitività delle storie i prigionieri lasciano sui muri delle celle come traccia e testimonianza della loro esistenza, del grido della vita.

Le sofferenze e la costrizione della prigionia, liberate nel e attraverso il segno che incide e modifica il luogo; e quel gesto si fa memoria e diventa visione che libera lo spirito e annulla ciò che imprigiona. Lasciare il segno nella vita e attraverso la vita, sopravvivere al genocidio nella sospensione dell’essere e nell’oscillazione tra morte e sopravvivenza.

Segni che si fanno sbarre riunite in gruppi di 11, che simulano una continuità di gesti: come il contare il tempo, la resistenza della vita che all’estraniamento della condizione oppone il recupero e la forza della vita. Esercizio che rende concreto il tentativo di riappropriazione della propria libertà e  identità. Ed è lasciare una traccia per chi sarà dopo. Ma le tele in questo caso entrano anche in relazione con l’ambiente scelto per questa esposizione temporanea. Dialogano con il luogo e offrono una ulteriore lettura.

Visione del viaggio verso l’incerto, attraverso la prigione del corpo. L’artista ha scelto un contenitore, uno spazio scenografico insolito in cui esporre e presentare la sua evocazione. Non una sala museale o galleria, non uno spazio aperto o chiuso, slegato e asettico rispetto all’opera, ma il vagone ferroviario KT 48405, cellulare progettato e costruito negli anni Trenta  per il trasporto dei detenuti. Utilizzato per la tratta dei prigionieri comuni, diventa simbolo della costrizione e della prigionia, della pena come privazione della libertà. Non è il vagone che il nostro immaginario, sostenuto dalle restituzioni filmiche e fotografiche, ha elaborato, il carro merci destinato ai deportati con il pesante portellone di legno e uno spazio comune destinato a contenere persone assiepate, ma un metallico ambiente suddiviso in piccole celle, con un corridoio angusto e lungo, attraverso il quale si passa a stento.

Il vagone diventa contenitore e luogo di rappresentazione della metafora del viaggio di migliaia di deportati, e poi si fa blocco di detenzione, evoca e  richiama il campo di detenzione e sterminio. Luogo dell’attesa e dell’incertezza che sono sempre, seppur vissuta accanto ad altri, esperienza solitaria e individuale. Il vagone ferroviario che strappa da una condizione e conduce soli e diversi verso uno status e un luogo ignoto. Ma che la Cabala, i numeri della sapienza, graffiati nel luogo della prigionia, aiuta a ricomporre restituendo la vita. E l’ingrandimento sulla tela dei piccoli segni che Jozef incide si fa memoria.

Luigi Carluccio,  Le ore, 1944
mostra Disegni di prigionia, 25 gennaio – 5 maggio 2013
Museo Diffuso della Resistenza, Torino

Lasciare il segno come esercizio di recupero della vita, della dignità e delle idee. È quanto affiora nella solitudine e nell’estraniamento tra condizione attuale e i riferimenti alla propria identità sospesa nei Disegni di prigionia di Luigi Carluccio; scatti realistici a matita che ritraggono la resistenza degli internati militari italiani (Italienische Militär Internierte)3. I disegni, su fogli di recupero ed alcuni col timbro del campo, ritraggono la condizione della deportazione e della resistenza dei militari italiani che rifiutarono dopo l’8 settembre 1943 di proseguire la guerra accanto ai nazifascisti. Privati della libertà, incerti tra vita e morte, oppongono il valore e la dignità del rifiuto.

L’incertezza dello status che pare non appartenga loro e la necessità dello spirito che afferra chi sono e chi sono stati. C’è attesa nella posa composta di questi soldati, che soldati non sono più, ma prigionieri. L’ossimoro del contrasto tra gli abiti militari e il luogo, il campo di internamento che è prigione. Una umanità di corpi stanchi e abbandonati su giacigli, di dormienti, di primi piani, di occhi fissi e volti scavati. Colpisce l’assenza quasi prevalente di ambientazione; i corpi sospesi, senza riferimenti al luogo, allo spazio, in un senza tempo, danno voce a una resistenza di sopravvivenza.

Il tempo si fa spettatore, personificato da due stilizzate figure di donna – le Ore – , osserva l’uomo e la dimensione di quell’esistere. Sembra apparire in quei segni l’eco del mito antico dell’ordine della natura, delle dee custodi delle leggi morali che aprono e chiudono le porte del cielo.

Volti anonimi e nomi dissolti nel numero di matricola. L’attesa che risuona di fame e malattia. Tra i tratti di matita prendono forma i pensieri e con essi la dignità di una scelta e la forza di un’idea. In quei corpi in attesa, disorientati, che assorbono e invadono tutta la scena, nella loro stanchezza che svela il peso dell’umiliazione – traditori e inferiori secondo l’etica del regime –, c’è il segno di persone vive.

È la memoria che corre nei disegni e nei colori. La necessità del confronto con un’esperienza che non appartiene alla nostra diretta esperienza personale e che, temporalmente già lontana, diventa individuale e nostra come nella storia di Jozef G., e dall’altro nei tratti di matita degli uomini di Luigi Carluccio esprime la volontà di fissare, ma si è già oltre, di lavorare sul senso di una condizione personale e collettiva di deportati.

È la memoria dell’arte. È la risposta al comando di Primo Levi “che questo è stato”, anche nella capacità di tramandare e costruire la memoria attraverso le forme e la sensibilità dell’arte. Testimoniare e affermare, elaborare e partecipare, anche per chi non ne è stato diretto testimone. Non è solo rappresentazione. L’arte visiva affronta e contribuisce a comporre l’immaginario della comunità della memoria.

Lasciare il segno è il dono di trasferire la propria esperienza ed è anche l’attitudine di sentire come individuale e personale il confronto con un’esperienza altrui; è saldare il legame con l’oggi, memoria collettiva che si fa presente e futuro.

Lasciare il segno è la capacità di diventare testimoni e portatori di memoria.

(*) Prof.ssa Laura Mazzoli
Docente di Storia dell'Arte
Scuola secondaria di II grado
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