Dopo cinque anni si risveglia dallo stato vegetativo

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 9 novembre 2015
Dopo cinque anni si risveglia dallo stato vegetativo

San Pellegrino – «Per apprezzare la primavera è necessario un inverno terribile, che tenti, senza riuscirci, di spegnere la vita che sempre riparte». Le parole, emozionate, sono quelle del giovane poeta Andrei Zhurauleu dell’associazione Genesis e la dedica è tutta per Giorgio Grena, 27 anni di Foresto Sparso, che dopo cinque anni si è risvegliato dal coma. Uno «stato vegetativo» certificato dai medici, provocato il 15 maggio 2010 da un terribile schianto in A4, nel tratto fra Seriate e Bergamo (in cui morì un trentanovenne di Caserta). La storia di Giorgio, assimilabile per casististica a una quindicina di casi in tutto il mondo, ha richiesto cinque lunghissimi inverni per vedersi aprire un insperato lieto fine.

Ci sono voluti la perseveranza dei medici della Fondazione Maugeri di Pavia, che l’hanno seguito nella fase più
acuta, ma anche competenza e umanità dello staff della clinica Quarenghi di San Pellegrino Terme. Più di tutto però hanno potuto la determinazione, la fede e l’affetto sconfinati della famiglia, di papà Gianluigi, del fratello Germano e di mamma Rosa, che ha sempre creduto convinta che gli occhi del suo Giorgio avrebbe tornato a inseguire il suo sguardo con la vivacità che, prima dell’incidente, metteva da animatore del Cre e della feste di compleanno in oratorio. Una storia incredibile, destinata a essere un caso nella storia della medicina, presentata per la prima volta a San Pellegrino nell’ambito dell’incontro annuale organizzato dall’associazione Genesis, nata nel 1989 in seno alla clinica Quarenghi e impegnata per il recupero dell’handicap da trauma cranico.

«Presentare quasi a sorpresa la storia di Giorgio in questo contesto – sottolinea il neurologo Gianpietro Salvi, anima di Genesis – è stata una scelta precisa e inedita. Per la prima volta, infatti, un risultato clinico di tale portata è stato presentato in un consesso in cui c’era una qualificata presenza medico-scientifica, ma anche
quella altrettanto rilevante di familiari, associazioni di volontariato e stampa. La storia di Giorgio apre finalmente il campo medico anche a elementi ritenuti a torto accessori, quali il contesto di cura e assistenza e la possibilità di autoriparazione dei danni cerebrali. Giorgio nel 2010 era chiaramente relegato allo stato vegetativo e nei cinque anni successivi non ha mai manifestato nessun cambiamento nell’interazione con l’ambiente circostante, come testimoniato dai frequenti follow up neurologici alla Quarenghi e all’istituto Maugeri. È stato assistito a casa e non gli sono mai stati somministrate cure a base di farmaci  stimolanti. Elementi di grande rilievo da approfondire».

Il 31 marzo 2015 è stato il giorno cruciale: nella casa di Foresto Sparso mamma Rosa percepisce distintamente alcune parole che Giorgio emette a fatica. È l’alba di una primavera radiosa. Seguono la telefonata emozionata al professor Salvi, la dimostrazione chiara che il miracolo è tale, le sedute riabilitatitve e una diagnosi che oggi parla di «paziente vigile e discretamente collaborante, con confermata ripresa di coscienza ed eloquio». C’è la nipotina Ginevra per cui Giorgio compone una canzone, canticchiandola nelle sedute di musicoterapia, e c’è il saluto registrato per i presenti al convegno, accomunati da una generale commozione.

La mattinata al casinò di San Pellegrino ha mostrato i progressi stupefacenti di Giorgio in questi sette mesi. In una pur doverosa sequela di dati e termini tecnici, è emersa della Speranza, che merita la maiuscola, cullata anche nei giorni più bui, più forte dello sterile fatalismo. Un lavoro d’équipe che ha coinvolto amici, associazioni, gruppi di preghiera, sacerdoti e tanta gente comune, quella che ha il groppo in gola ancora forte nel raccontare oggi a un microfono quel «Ciao» udito al telefono dopo cinque anni di slanci generosi e quotidiane battaglie.

Mamma Rosa ha affidato a un articolato intervento le sensazioni di 58 mesi, dall’ansia della notte dello schianto, al calvario di ricoveri ed interventi. «È stato un miracolo – ha detto – e ne sono consapevole, ma i miracoli avvengono perché ci sono la fede e l’amore. C’è stato un momento in cui ci è stato proposto di portare
Giorgio in istituto, ma l’abbiamo portato a casa e coinvolto comunque nella nostra vita, nei nostri discorsi. Ci ha unito un invisibile, indistruttibile legame che ha dato un senso alla perseveranza dei medici e di quanti con noi non hanno mai smesso di sperare, mettendoci amore e non semplice compassione».
Rosa Vigani non è venuta meno allo spirito che in questi anni l’ha vista lottare per affermare diritti e dignità di Giorgio. «Trovo vergognoso – ha detto fra l’altro – che si debbano compilare scartoffie, quasi a chiedere l’elemosina, per avere beni, visite e cure per queste creature, che non hanno la più elementare
autonomia per chiedere aiuto». Sottovoce arriva ora, dirompente, l’urlo di Giorgio.

Gianbattista Gherardi
Fonte: «L’Eco di Bergamo»

(*) redazione Bioetica News Torino
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