Editoriale

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 21 febbraio 2018

Gentili lettrici e lettori,

Una delle sfide etiche del III millennio, per la medicina, è la cura e l’accompagnamento assistenziale con dignità umana e rispetto per la vita, della persona malata e morente nella fase finale della sua esistenza terrena con un approccio umano e professionale che non ne tralasci la visione insitamente integrata della sua natura fisica, psicologica, spirituale, sociale (e religiosa per le persone di fede).

Nelle sue linee guida di aggiornamento su questioni etiche vecchie e nuove, sorte a seguito dello sviluppo celere della tecnoscienza, la «Nuova Carta degli Operatori Sanitari »(NCOS), edita nel 2016 dal Pontificio Consiglio per gli Operatori Pastorali della Pastorale della Salute, ora Dicastero per lo Sviluppo umano integrale, dà l’esempio concreto, attingendo a fonti magisteriali della Chiesa cattolica, di cosa significhi tutelare la dignità del morente. Perché i mezzi tecnologici e la pratica medica non vengano a collidere con la dignità della persona nell’affrontare la malattia, nel dolore e nella sofferenza, nel volgersi verso la fine, ma sia sempre prioritario il rispetto della  persona «escludendo sia di anticipare la morte (eutanasia), sia di dilazionarla con il cosiddetto “accanimento terapeutico”» (NCOS, n. 149).

Anche il Codice di Deontologia medica (2014) riferisce nell’art. 16, Titolo 2, di «inappropriatezza clinica di interventi terapeutici ed eticamente non proporzionati».

Sulla rinuncia ai trattamenti che «procurerebbero soltanto un prolungamento precario  e penoso della vita», e che «può anche voler dire il rispetto della volontà del morente, espressa nelle “dichiarazioni o disposizioni (come recita la legge n.d.r)  anticipate di trattamento, escluso ogni atto di natura eutanasica», si è pronunciata la Santa Sede ancora nella Nuova Carta al numero 150, precisando subito dopo che «il medico non è un mero esecutore, conservando egli il diritto e il dovere di sottrarsi a volontà discordi dalla propria coscienza».

Senza accendere dibattiti pro e contro che ne hanno accompagnato la stesura e il varo della legge n. 219/2017 sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat), entrata in vigore dal 31 gennaio 2018 («Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento», http://www.normattiva.it ⌈internet, 20.02.2018⌉ si vuol mettere in luce un aspetto a cui  i cristiani sono chiamati «per un grave dovere di coscienza a non prestare la loro collaborazione  formale a quelle pratiche  che, pur ammesse dalla legislazione civile, sono in contrasto con la Legge di Dio  (n. 151, NCOS): la nutrizione e l’idratazione anche artificialmente somministrate, rientrano tra i sostegni naturali di  base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio. La loro sospensione non giustificata può avere il significato di un vero e proprio atto eutanasico, ma  ⌈la somministrazione di cibo e acqua⌉ è obbligatoria,  fino a quando dimostra di raggiungere la sua  naturale finalità di procurare l’idratazione e il nutrimento del paziente (n. 152, NCOS), trattandosi di una pratica naturale e applicata  in molte situazioni, ad esempio nei neonati, in coloro che hanno perduto gli arti superiori etc.
Invece la legge, con una interpretazione originale e alquanto apodittica,  considera «trattamenti sanitari la nutrizione e l’idratazione artificiali, in quanto somministrazione, su prescrizione medica, di nutrienti mediante dispositivi medici» (art. 1, comma 5) e nel successivo comma che il medico è tenuto a «rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo e, in conseguenza di ciò, è esente da responsabilità civile o penale». Non è però esente da contraddizione quando, nella frase successiva, la legge afferma che il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari alla deontologia professionale. Come si dovrà allora comportare il medico quando ritenga che l’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione siano ancora utili al malato e quindi la sospensione non sia deontologicamente conforme?

La richiesta di una clausola che apra all’obiezione di coscienza su alcune procedure non si è fatta attendere. «Se la proporzionalità tra la risposta eccezionale della obiezione e la grave ingiustizia della legge deve essere mostrata in tutta la sua evidenza», come sostiene nel suo articolo su Avvenire.it , 20 gennaio 2018, «Biotestamento per una obiezione ragionevole» ⌈internet, 20.02.2018⌉ Roberto Colombo, docente ordinario di Biochimica e biochimica clinica presso l’Università Cattolica del «Sacro Cuore» – Policlinico Gemelli, e bioeticista, «il giudizio sulle norme della legge che sono oggetto di obiezione e la decisione di avvalersi di essa rappresentano un “lavorare instancabilmente per la costruzione di una civiltà dell’amore e di una cultura della vita” (papa Francesco, 2017) nella misura in cui si pongono pubblicamente come scelta condivisa e notoria, fatta propria in solido da associazioni e gruppi di medici e di infermieri e posta in essere dai singoli sanitari nei luoghi di lavoro con una giustificazione palese a colleghi e cittadini, rinunciando a particolarismi e accenti diversificanti che indeboliscono la forza disarmata e disarmante della testimonianza di un rifiuto della “cultura dello scarto” più volte denunciata dal Santo Padre».

A ben guardare la legge,  i cattolici devono  allora impegnarsi su tre fronti: il primo, intessere una relazione di fiducia tra medico e paziente e l’equipe sanitaria,  tra l’altro espressa nell’art. 20, Titolo 3 del Codice di D.M.; il secondo, portare nella fase finale della malattia, il sollievo dalla sofferenza, «dalla penosità del processo del morire» attraverso le cure palliative che «con una risposta assistenziale tendono a realizzare una “presenza amorevole” intorno al morente e ai suoi familiari» (si veda n. 147, NCOS, citazione dal discorso di Giovanni Paolo II sull’assistenza ai malati in un convegno del 1992; art. 3 Titolo 2 C.di D.M 2014); infine il terzo, aiutare a comprendere la stesura delle Dat, per chi le desideri, seppure non sia obbligatorio.

Il rischio odierno è che piano piano «si fa strada un concetto di dignità graduabile, che dipende in sostanza da come sto o da quello che riesco a compiere, a capire: cioè dalla mia qualità di funzionamento» come intuisce suor Costanza Galli, medico primario di oncologia, dirigente Unità di cure palliative, Livorno («Suor Costanza Galli (primario oncologia): “Le persone non sono macchine che vanno rottamate”», Agensir.it , 10 febbraio 2018, ⌈20,02.2018⌉). Nella sua esperienza vi sono state persone malate inguaribili che chiedevano l’eutanasia per diversi motivi dal sentirsi un peso per la famiglia, per la sua comunità di appartenenza, inutile per il suo ridotto funzionamento, sofferente nel fisico e nell’anima ma per ciascuna vi era «una risposta a portata di mano prima di arrivare a togliere la vita ad una persona». Tra le tante contraddizioni sulla cultura e società del nostro tempo che suor Sr Galli esprime, in uno “sfogo”, riferisce che «la nostra è una società anche sanitaria che spende molti soldi per farmaci che non allungano di niente la vita delle persone ma che costano migliaia di euro e che poi non ha soldi per pagare gli infermieri e i medici che vengono a casa ad assistere i malati» e anche che «è una cultura sanitaria in cui il dolore fisico non è ben gestito, come indicano le linee guida scientifiche, e in cui 9 sanitari su 10 non sanno che vuol dire dolore totale o assistenza spirituale».

Concludiamo, infine con una nota di perplessità etica sull’esperimento in laboratorio effettuato da un gruppo di ricercatori guidati dal genetista Hiromitsu Nakauchi della Standford University su un embrione di pecora “early-stage sheep embryo” inserendo cellule staminali umane per  lo sviluppo di embrioni ibridi da consentire la crescita nelle pecore di organi umani selezionati e trapiantabili (The Guardian.it,  «Breakthrough as scientists grow sheep embryos containing human cells» di Davis N., 17 feb. 2018 ⌈20.02.2018⌉; Avvenire.it, Usa. «Creato embrione  pecora-uomo per trapianto di organi», di F. Ognibene, 19 feb 2018 ⌈20.02.2018⌉. Il tutto è motivato dalla possibilità di crescere organi umani in altre specie, come in questo caso animali,  per ricevere organi adatti e compatibili con il sistema immunitario al fine di rimuovere il problema del rigetto, nonché far fronte al problema della  mancanza di organi da trapianto.  Attualmente è stato consentito lo sviluppo di tali embrioni ibridi fino al 28 giorno ma il dr. Nakauchi, nell’articolo citato di The Guardian.it,  ne auspica il protrarsi fino al settantesimo giorno qualora ricevesse il permesso dalle autorità competenti istituzionali. Rimane però la preoccupazione etica, il divieto di proseguire tale sperimentazione se le cellule umane venissero a trovarsi nel cervello animale, come sostiene nello stesso articolo del The Guardian.it il dr Pablo Ross dell’Università della California, tra l’altro un membro  del team di ricerca sullo sviluppo di organi umani in altre specie.
Il genetista Domenico Coviello, direttore del Laboratorio di genetica umana dell’Ospedale Galliera di Genova, precisa − in un articolo su Avvenire.it del 20 febbraio 2018, «Ibridi uomo-pecora: «C’è un limite da rispettare» di E. Negrotti ⌈20 feb. 2018⌉» sull’esperimento che «solo dopo l’inizio dello sviluppo le cellule ovine sono state affiancate da cellule umane ⌈…⌉ cellule adulte riprogrammate, quindi portate indietro nello sviluppo per essere molto più “elastiche”, in grado di adattarsi all’ambiente» e che «c’è il rischio di ottenere qualcosa che modifichi in modo drammatico e non naturale l’essere umano».

Lo staff di «Bioetica News Torino»

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