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Editoriale

di Giorgio Palestro *
pubblicato il 17 luglio 2017

Esiste uno stretto e diverso rapporto tra lingua e malattia. C’è un aspetto fisico che costituisce una sorta di generica cartina di tornasole del nostro stato di salute cui i medici assegnano non poca importanza per sospettare l’esistenza di uno stato di non completo  benessere. Ma le malattie interferiscono con diversa intensità, sugli aspetti, non più fisici della lingua, bensì lessicali, perché tendono a riflettersi sull’espressività emozionale, di cui la lingua, intesa come linguaggio, è un traduttore importante. Infatti, il linguaggio, sia nel tono, sia nei contenuti, proprio attraverso gli stati emozionali, esprime lo stato di salute, i riflessi mentali, che vengono percepiti dai familiari e dagli amici. La malattia, infatti, assai spesso si riflette sul tono dell’umore, sul tono vitale: può generare uno stato di melanconia o di ansia e scoraggiamento, altera in vari modi la vita intellettuale, a seconda della gravità percepita dal paziente, fino a generare uno stato di vuoto o di nostalgico rimpianto. Per non parlare del linguaggio delirante negli stati febbrili elevati.

C’è poi un terzo ambito in cui la malattia incide nel linguaggio e riguarda le alterazioni patologiche che interessano la psiche, dalle alterazioni dei processi cognitivi alle diverse sindromi psichiatriche.

Quest’ultimo aspetto è stato trattato di recente in un confronto interdisciplinare da psicologi, psicoterapeuti, oncologi, filosofi e linguisti in un recente convegno, accreditato ecm per tutte le professioni sanitarie, dal titolo «Le lingue della malattia» presso la struttura Residenza Richelmy di Torino alla luce della presentazione degli esiti di un innovativo progetto di ricerca in ambito clinico e  interdisciplinare sul rapporto tra linguistica e medicina del Gruppo «Remedia – Lingua Medicina Malattia» del Dipartimento degli Studi Umanistici di Torino, gruppo presieduto da Raffaella Scarpa.

In questo numero doppio luglio-agosto vi presentiamo alcune delle esperienze illustrate durante il convegno legate al mondo dell’Alzeihmer, della ricerca e dello studio linguistico in ambito clinico e della realtà oncologica.

L’iniziativa aperta da Remedia di «identificare una grammatica della malattia» può rappresentare un primo passo per un nuovo sapere della vita. Infatti I risultati del lavoro di ricerca raccolti in  «Le lingue della malattia», volume curato dalla studiosa linguista Scarpa Raffaella ed edito da Mimesis (2016), mostrano come  la vita psichica si rifletta nel linguaggio, di significato anche clinico nelle diverse alterazioni patologiche analizzate dalla schizofrenia ai  disturbi dello spettro autistico alla sindrome di Asperger alla demenza di Alzheimer. Riguardo ai significati squisitamente clinici, come afferma Beatrice Dema nel suo articolo «L’epistolario di uno Psicotico. Proposta di analisi» (p.103), il linguaggio può rivelare importanza essenziale  − attraverso l’individuazione di elementi caratteristici di una certa patologia psicotica «che possano diventare strumenti utili alla decifrazione della sua natura profonda»   come ad esempio  «nell’ambito della “schizofrenia di tipo paranoide”»   in cui il linguaggio si manifesta con una «importante produzione delirante su contenuti prevalentemente persecutori».

Ed è proprio nel contesto delle diverse affezioni psichiatriche, come ad esempio la schizofrenia, ma non solo, che la linguistica – come afferma Giulia Ferrero, nell’articolo «Linguaggi schizofrenici. Analisi linguistica del Corpus CIPPS» (p. 10) –  potrebbe fornire «un contributo fondamentale ⌈…⌉ in quanto proprio questa (in questo caso la schizofrenia) sarebbe la disciplina dotata degli strumenti più adatti per indagare il linguaggio, la sfera in cui il disturbo si manifesta con maggiore evidenza».

(*) Presidente Centro Cattolico di Bioetica - Arcidiocesi di Torino
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