Editoriale

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 31 maggio 2016

Cari lettori e lettrici,

Il gioco d’azzardo patologico è “una vera e propria malattia e non un fenomeno sociale” , riferisce il sito del Ministero della Salute che descrive come la persona affetta infatti possa assumere comportamenti che la portino a trascurare lo studio, il lavoro, ricorrere ad azioni illecite come furti o frodi, rovinare l’armonia familiare e i rapporti relazionali e giungere persino al suicidio. In quanto ludopatia rientra nell’ambito dei Lea per la prevenzione, cura e riabilitazione.

Le iniziative di sensibilizzazione dello slot mob sui rischi hanno un graduale riscontro positivo sul territorio dove si svolgono e soprattutto nei giovani. Ma l’esito sembra ancora lontano. La campagna nazionale contro i rischi del gioco d’azzardo Mettiamoci in gioco tra i promotori Libera – ha presentato due proposte:  una nel 2015 alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica riguardo al  divieto assoluto di pubblicità del gioco d’azzardo quale passo ulteriore ai limiti alla pubblicità approvati in Parlamento di recente – e l’altra presentata in una recente conferenza stampa prevede l’uso della tessera sanitaria per poter giocare al fine di ridurre l’accesso ai minori, tracciare i flussi finanziari come manovra antiriciclaggio.

Una realtà su cui riflettere.

Il problema dei minori non va sottovalutato. Luca Rolandi evidenzia infatti che «in Italia giocano d’azzardo 1 milione 200 mila adolescenti fra i 15 e i 19 anni (fonte: Consiglio Nazionale delle Ricerche). Sono numeri in crescita: dicono assenza di controlli e mancata percezione di un pericolo reale, dato che gli adolescenti che giocano almeno quattro volte la settimana – definibili quindi come dipendenti – sono già 200 mila» («LaVoce del Tempo.it», 31.03.2016).

Fabio La Rosa, professore associato di economia aziendale presso Università di Enna Kore, curatore di una ricerca sul tema Il gioco d’azzardo in Italia. Contributi per un approccio interdisciplinare (Franco Angeli, 2016) afferma in un’intervista a La Repubblica.it che «dai dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (2013), nonostante la crisi, il gioco d’azzardo, ha conosciuto una crescita esponenziale: il comparto rappresenta il 4% del PIL e il valore delle giocate è aumentato, dal 2008 al 2012, da 47,5 a 88,6 miliardi di euro, determinando un incremento, nell’ultimo quinquennio, di oltre l’86%. Paradossalmente, però, la crescita esponenziale del settore dell’offerta ludica, non è coincisa con un analogo incremento delle entrate erariali che hanno, invece, registrato una sensibile contrazione» (Silvana Mazzocchi, Azzardo, se il gioco diventa patologia, «Repubblica.it», 2 febbraio 2016).

A tuttora non esiste una legge nazionale che regoli la distribuzione delle slot machine e delle sale gioco, solo «il decreto Balduzzi (2012)  aveva previsto una progressiva ricollocazione delle sale con gli apparecchi da gioco “che risultano territorialmente prossimi a istituti scolastici primari e secondari, strutture sanitarie e ospedaliere, luoghi di culto”», come afferma Umberto Folena in« Avvenire.it» del 28 maggio scorso in  Lo Stato latita, Regioni e Comuni “fai da te”: «Il testimone è passato a regioni e comuni».

(*) redazione Bioetica News Torino
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