Esperienza. Essere infermiere oggi

di Angela Luparia *
pubblicato il 19 dicembre 2015
Esperienza. Essere infermiere oggi

Fino ad alcuni anni fa si sentiva spesso  parlare di “missione” quando ci si riferiva all’attività di infermiere.  Una vocazione che richiedeva allora come oggi impegno e competenza.  Non tutti  infatti si sentono predisposti a svolgere una attività assistenziale a 360° ad una persona malata. Oggi però non sempre rimane valevole il binomio vocazione-infermiere. Accade anche si arrivi a tale traguardo dopo aver bussato, senza successo, ad altri ambiti lavorativi.

Chi è l’infermiere? È un professionista sanitario che, in possesso della laurea triennale in infermieristica, iscritto al Collegio Ipasvi, all’albo professionale e nel rispetto del suo Codice Deontologico,  è responsabile dell’assistenza infermieristica alla persona nelle diverse fasi della vita. È necessario un continuo aggiornamento  formativo scientifico e  impegno ad arricchirsi in  umanità e “del cuore” per un operare  professionale efficace e di prossimità. Non è sufficiente viaggiare da un convegno all’altro ma occorre  percorrere un viaggio dentro di sé perché, cosi facendo, è possibile unire alla competenza tecnica anche preziosi tratti della personalità che ci rendono adatti a rispondere alle domande più profonde, scoprendo giorno dopo giorno il valore della professione e impegnandoci ad agire per il bene globale del malato.

La disponibilità all’ascolto, il sorriso, il confronto umile e confidente nel far leva sulle risorse del malato, non solo contribuirà a liberare almeno in parte la paura della malattia ma infonderà coraggio e fiducia.  Non sarà solo un tecnico “del corpo”, ma un filantropo al servizio della persona malata.  Il malato conserva sempre il suo valore di persona, anche nelle situazioni più difficili, con la sua inviolabile dignità di persona umana e figlio di Dio.

L’infermiere  imparerà a “vedere“ il  bisogno della persona in difficoltà, facendosi prossimo, disponibile a rivolgere attenzioni utili e necessarie, come nella parabola del Buon Samaritano. Le malattie non sono tutte uguali e ogni persona reagisce di fronte alla sofferenza  con modalità diverse.  Inoltre il concetto di malattia e di cura possono essere profondamente diversi nelle varie culture.  Il tesoro spirituale racchiuso nella sofferenza può rivelarsi scuola privilegiata dell’umanità teologale, come Giovanni Paolo II nell’enciclica Spe Salvis chiama luogo di apprendimento della speranza.

Nella bacheca di un reparto mi ha colpito una frase di ringraziamento  scritta da una persona ricoverata: «Un posto dove si respira amore, con personale preparato, nato per alleviare il nostro dolore».

Da «Acos Piemonte»,  n. 7 dicembre 2015, pp. 4

(*) Acos Piemonte
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