Eutanasia. Appello di Nosiglia “La libertà si esprime solo attraverso la vita”

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 23 settembre 2019

«Non possiamo accettare l’idea che il diritto di decidere il tempo del proprio morire sia proposto come un atto di legittima autonomia personale. La scelta dell’annientamento del sé, infatti, non è espressione di libertà, ma il suo opposto. La libertà, infatti, si esprime solo attraverso la vita»: sono le parole iniziali dell’appello firmato dall’Arcivescovo di Torino monsignor Cesare Nosiglia e dal padre generale della Piccola Casa della Divina Provvidenza don Carmine Arice, unitamente al Centro Cattolico di Bioetica dell’Arcidiocesi di Torino,  contro la legittimazione dell’eutanasia e del suicidio assistito,  in prossimità del pronunciamento della Corte Costituzionale,  atteso domani 24 settembre sul sospetto di illegittimità costituzionale dell’articolo 590 del codice penale, che punisce o istiga una persona al suicidio. Sospetto che è stato  sollevato nel processo di Marco Cappato per aver aiutato nell’intento suicidario l’amico Fabio Antoniani.

La dichiarazione è stata diffusa sul settimanale diocesano «La Voce e il Tempo» ieri, domenica  22 settembre, In essa viene espresso dapprima il sostegno al Presidente della Cei  Cardinale Gualtiero Bassetti su quanto ha  affermato, a nome dei Vescovi, su eutanasia e suicidio assistito rivolgendo un caldeggiante invito ai parlamentari di discutere sull’argomento prima della Corte Costituzionale. E poi si richiama l’attenzione a dialogare sull’argomento fra componenti religiose, politiche e sociali  affinché si  possa avere «proposte condivise sul principio fondamentale del bene di ogni persona, non lasciata mai sola a decidere, ma sostenuta da un rapporto di fiducia con il proprio medico e con la propria coscienza».

Il documento torinese mette in evidenza il contrasto della professione medica con un atto che procuri la morte richiamando l’art. 3 del codice deontologico, quel del dovere primario: «la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera».  E che l’obiezione di coscienza sia del personale sanitario sia degli ospedali cattolici diverrebbe necessario nel caso si promulgasse  una legge che preveda anche una benché minima velata forma di eutanasia.

Da una parte si precisa che si potrebbe differenziare le azioni per l’aiuto al suicidio ma la depenalizzazione  comporterebbe il rischio di  dover approvare una deriva eutanasica  per una qualunque  ragione in contraddizione al dovere della società che è  di sostenere e curare la persona che si trova in difficoltà. Dall’altra si fa notare come  le risorse economiche personali potrebbero  incidere sul principio di iniquità nella sistema sanitario perché per coloro che possiedono meno risorse sarebbe più facile sentirsi un peso e decidere paradossalmente per darsi la morte contro la loro volontà.

Si ribadisce e chiarisce come la Chiesa non sostenga ogni forma di accanimento terapeutico mentre vedrebbe un aiuto  importante nell’accompagnare amorevole della persona malata quando  è inguaribile e nell’imminenza della morte con la necessaria palliazione per alleviare i sintomi o anche la sedazione profonda dinanzi a dolori insopportabili. Le  strutture sanitarie che accolgono i  malati terminali, i cosiddetti hospice, non sono sufficienti, dovrebbero aumentare  e aprirsi anche a  persone affette da patologie neurologiche degenerative estremamente invalidanti come la sla, nonché una  maggiore  estensione delle cure palliative domiciliari.

Oltre alla citata dichiarazione sull’eutanasia si era espresso la settimana scorsa Papa Francesco nell’udienza ai partecipanti della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (FNOMCeO) durante le giornate romane sugli Stati generali della professione medica, affermando: «di fronte, dunque, a qualsiasi cambiamento della medicina e della società da voi identificato, è importante che non si perda di vista la singolarità di ogni malato, con la sua dignità e la sua fragilità. Un uomo o una donna da accompagnare con coscienza,  intelligenza e cuore, specialmente nelle situazioni più gravi. Con questo atteggiamento  si può e si deve respingere la tentazione indotta anche da mutamenti legislativi – di usare la medicina per assecondare una possibile volontà di morte del malato, fornendo assistenza al suicidio o causandone direttamente la morte con l’eutanasia». Il Papa poi  sul principio di autonomia precisa che tali scelte non sono, «come potrebbero sembrare espressione di libertà della persona quando includono lo scarto del malato come possibilità» e cita la Nuova Carta degli Operatori Sanitari che all’articolo 169 recita «non esiste un diritto a disporre arbitrariamente  della propria vita, per cui nessun medico può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente».

Il prof. Alberto Gambino presidente nazionale di Scienza e Vita, spiegava nell’incontro dell’11 settembre  a Roma sul tema dell’eutanasia e del suicidio assistito con oltre una cinquantina di associazioni, che se non ci sarà la possibilità di un supplemento di tempo  per il Parlamento per incardinare una discussione di un disegno di legge e un testo definitivo (preferibile comunque una legge dello Stato) altrimenti la Corte Costituzionale emetterà una sentenza – probabilmente quella stessa che già si intravede nel testo dell’ordinanza 207/2018, legalizzazione  del suicidio anche medicalmente assistito –  che non potrà essere più modificata. Se passerà tale decisione della Corte, come sembrerebbe dal testo dell’ordinanza in determinate situazioni,  affermava Gambino che «nelle corsie di ospedale troveremo un modulo del consenso informato che avrà la possibilità di mettere una crocetta in più» si potrà, in determinate condizioni,  ricorrere ad un farmaco letale per porre fine alla propria esistenza.  Pose anche la perplessità  sull’entrata di un’eutanasia “attiva” con inezione letale in Italia. Saremmo il quarto paese nell’Unione Europea, dopo Belgio, Olanda, Lussemburgo.

(*) redazione Bioetica News Torino
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