Fine vita: Papa Francesco “umanità all’accompagnamento del morente” e rinuncia all’accanimento terapeutico

Convegno su fine vita Pav e World Medical Association

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 17 novembre 2017
Fine vita:  Papa Francesco “umanità all’accompagnamento del morente” e rinuncia all’accanimento terapeutico

«Gli interventi sul corpo umano diventano sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute. Occorre un supplemento di saggezza, perché oggi è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona»: sono le parole di papa Francesco  durante il suo discorso di apertura  letto dal cardinale Peter Turkson, prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo  umano integrale,   inviato a monsignor Vincenzo Paglia, presidente PAV e ai partecipanti del congresso della sezione europea  World Medical Association per il loro incontro di due giorni sulle questioni del fine vita  in Vaticano  iniziato ieri, 16 novembre.   Un incontro  internazionale in cui convengono sul fine vita  medici professionisti, autorità giuridiche, esperti in cure palliative ed etica medica, studiosi teologi e filosofi.

Papa Francesco richiama l’attenzione a evitare, quando non vi  è possibilità di guarigione,  l’accanimento terapeutico, riprendendo due documenti magisteriali durante il pontificato di Pio XII intervenuto sul tema nel 1957 (Acta Apostolicae Sedis XLIX) e  della  Congregazione  per la Dottrina della Fede che si è espressa sulla proporzionalità delle cure nel 1980  (Dichiarazione sull’eutanasia, Acta Apostolicae Sedis LXXII): «È dunque moralmente lecito rinunciare alll’applicazione di mezzi terapeutici , o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”».  Ciò non va confuso con l’eutanasia come una  determinazione di anticipare la morte naturale, che è un atto illecito “in quanto si propone di interrompere la vita, procurando la morte» (Catechismo Chiesa Cattolica).  La Chiesa propone invece un cambiamento di prospettiva, quella  di  arrendersi alla normale limitatezza umana e  di «non poterla ⌈la morte⌉ impedire»  restituendo «umanità all’accompagnamento del morente».

Non vi sono regole da applicare ma fattori di cui tener conto con un rigoroso discernimento: «l’oggetto morale, le circostanze e le intenzioni dei soggetti coinvolti».  Le decisioni spettano alla persona malata,  se ne ha competenza e capacità (Catechismo della Chiesa Cattolica) in dialogo  − come  specifica Papa Francesco − «con i medici, di  valutare i trattamenti che gli vengono proposti e giudicare sulla loro effettiva proporzionalità nella situazione concreta, rendendone doverosa la rinuncia qualora tale proporzionalità fosse riconosciuta mancante», rimarcando quanto sia difficile oggi tale valutazione «in cui la relazione terapeutica si fa sempre più frammentata e l’atto medico deve assumere molteplici mediazioni, richieste dal contesto tecnologico e organizzativo».

Il Pontefice  si sofferma sulla questione della sostenibilità dei servizi sanitari  e di un equo accesso a trattamenti e cure sofisticate e costose accessibili a fasce sempre più ristrette di persone e popolazioni e dove il rischio di disuguaglianza terapeutica per motivi economici incorre giù nei Paesi ricchi.  E invita ad assumere quella prossimità responsabile  prendendo dall’esempio del buon Samaritano che si è fermato e assistito la persona ferita senza chiedere prima  il suo stato sociale o religioso. Stando accanto al malato, instaurando una relazione di amore e di vicinanza, «ciascuno dia amore nel modo che gli è proprio: come padre o madre, figlio o figlia, fratello o sorella, medico o infermiere», afferma papa Francesco. Se non è possibile garantire la guarigione  alla persona malata «dobbiamo sempre prenderci cura: senza abbreviare noi stessi la sua vita, ma anche senza accanirci inutilmente contro la sua morte» con le cure palliative,  aggiunge il pontefice.  Questa medicina «riveste una grande importanza anche sul piano culturale, impegnandosi a combattere tutto ciò che rende il morire più angoscioso e sofferto, ossia il dolore e la solitudine».

Auspica un dialogo riflessivo e rispettoso dell’altro –  visione del mondo, convinzioni etiche e appartenenza religiosa –  che porta a «soluzioni – anche normative – il più possibile condivise. Se lo Stato è chiamato a tutelare tutti i soggetti coinvolti, in particolar modo i più deboli, dall’altro anche «la legislazione in campo medico e sanitario richiede questa ampia visione e uno sguardo complessivo su cosa maggiormente promuova il bene comune nelle situazioni concrete».

Nel saluto di apertura il presidente monsignor  Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita,   espone alcuni aspetti del tema del Congresso. Parla delle DAT che «possono fornire all’equipe curante una valida indicazione sulla volontà dell’ammalato» quando «la persona non è più in grado di esercitare la propria competenza decisionale». Ma «naturalmente occorre che esse vengano raccolte con le dovute attenzioni. Prima fra tutte, la qualità della comunicazione che dovrebbe caratterizzare il dialogo nel percorso che conduce alla loro formulazione. Occorre evitare di ridurre le Dichiarazioni a un atto burocratico, avulso dal contesto medico-sanitario e privo del conveniente accompagnamento in un clima di reciproca fiducia».  Della prossimità amorevole, detta da Papa Francesco, «una prossimità che non deve essere intesa in un’ottica paternalistica e dirigistica, in contrasto con l’autodeterminazione» e «tuttavia, consapevoli che all’autonomia vengono attribuiti diversi significati, essa a mio avviso non va considerata in una prospettiva individualista e astratta, quanto piuttosto relazionale e concreta».  Dell’accompagnamento e sostegno di chi soffre, in particolar modo quando il momento della morte si avvicina, «evitando ogni forma di abbandono (terapeutico)». Della riflessione sul suicidio medicalmente assistito il cui caso investe «oltre la dimensione privata, individualisticamente intesa, la sfera pubblica, l’alleanza tra società e professione medica».

 

 

(*) redazione Bioetica News Torino
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