Giornata del Lavoro. Un modello di sviluppo che tenga conto della dignità umana

di redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 1 maggio 2016
Giornata del Lavoro. Un modello di sviluppo che tenga conto della dignità umana

Alla recita del Regina Coeli in piazza San Pietro a Roma,  domenica 1 maggio, solennità di San Giuseppe lavoratore e di celebrazione in tutto il mondo della festa dei lavoratori, Papa Francesco ha rivolto un appello, in occasione della Conferenza Internazionale che si sarebbe svolta all’indomani,  sul tema Lo sviluppo sostenibile e le forme più vulnerabili di lavoro,  affinché le  autorità,  istituzioni politiche ed economiche e la società civile promuovano «un modello  di sviluppo che tenga conto della dignità umana, nel pieno rispetto delle normative sul lavoro e sull’ambiente».

Dal Quirinale, nel suo discorso, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha messo in luce il problema dell’emarginazione sociale: «la Festa del Lavoro è davvero tale se assume il diritto al lavoro come bandiera, se pone al centro chi oggi vive le difficoltà della precarietà, della disoccupazione, della povertà che ne è conseguenza e, talvolta, al tempo stesso, causa. Il lavoro è essenziale per integrarsi pienamente nella società, per vivere a testa alta nella propria comunità. Non è modernità quella che immagina lo sviluppo come inevitabile creazione di fasce di emarginati, di territori di esclusi, di aree di dimenticati».

Della mancanza del lavoro in Italia che « porta sempre più persone, impaurite dalla prospettiva di perderlo o di non trovarlo, a condividere l’idea che nulla sia più come è stato finora: dignità, diritti, salute finiscono così in secondo piano. Si tratta di una deriva preoccupante messa in moto dal perdurare di una crisi economica stabilmente severa, da una disoccupazione che tocca diversi segmenti anagrafici e demografici (i giovani, le donne e gli ultracinquantenni), e da un cambiamento tecnologico che da più parti viene definito in termini di “quarta rivoluzione industriale” », è la preoccupazione della Cei  nel messaggio firmato dalla Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro,  per la Giornata del primo maggio dal titolo Il lavoro: libertà e dignità dell’uomo in tempo di crisi economica e sociale .
I vescovi invitano alla «responsabilità che tutti ci troviamo  a condividere:  l’incapacità di fermarci e tendere la mano a chi è rimasto indietro. Intimoriti e atterriti da un mondo che non offre certezze, scivoliamo nel disinteresse per il destino dei nostri fratelli e così facendo perdiamo la nostra umanità, divenendo individui che esistono senza trascendenza e senza legami sociali. La ricerca della «giusta misura» è la missione consegnataci dal Papa nel Discorso per il ventennale del Progetto Policoro (14 dicembre 2015), quando ha invitato a riscoprire la “vocazione” al lavoro, intesa come “il senso alto di un impegno che va anche oltre il suo risultato economico, per diventare edificazione del mondo, della società, della vita”».  Si è richiamata l’attenzione sul fatto che « il lavoro deve tornare a essere luogo umanizzante, uno spazio nel quale comprendiamo il nostro compito di cristiani, entrando in relazione profonda con Dio, con noi stessi, con i nostri fratelli e con il creato. Bisogna, in altre parole, fuggire dall’idea che la vera realizzazione dell’uomo possa avvenire nell’alternativa “solo nel lavoro o nonostante il lavoro”».  Un’educazione al lavoro che va però «ritrovata all’interno delle istituzioni formative, facendo in modo che scuola e lavoro siano due esperienze che si intrecciano e interagiscono: i giovani devono poter fare esperienze professionali il prima possibile, così da non trovarsi impreparati una volta terminati gli studi». Infine la segnalazione che «il destino delle diverse aree del Paese non può essere disgiunto: senza un Meridione sottratto alla povertà e alla dittatura della criminalità organizzata non può esserci un Centro-Nord prospero. Non è un caso che le mafie abbiamo spostato gli affari più redditizi nelle regioni del Nord, dove la ricchezza da accaparrare è maggiore».  La necessità, tra le varie misure,  di «uno strumento di  contrasto alla povertà che poggi su basi universalistiche e supporti le persone che hanno perso il lavoro, soprattutto gli adulti tra i 40 e i 60 anni che non riescono a trovare una ricollocazione».

A livello diocesano, l’Arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia, nel suo messaggio ha sottolineato che nonostante i segnali positivi  per la vocazione manifatturiera e artigianale di Torino, «molto resta ancora da fare e tante sono purtroppo le persone e famiglie che soffrono la carenza del lavoro come vero dramma esistenziale che distrugge la dignità della persona, getta un pesante fardello sulla famiglia che rischia così di sfaldarsi, apre il gravissimo capitolo degli sfratti incolpevoli, tarpa le ali della speranza nei giovani».  Infatti, prosegue: «La crescente dispersione scolastica e la sfiducia di tanti di loro che né studiano più, né cercano un lavoro, perché scoraggiati e lasciati soli senza una prospettiva positiva per il loro futuro, comporta che si promuova al più presto un sussulto di responsabilità da parte di tutte le componenti politiche, economiche e sociali, puntando a investimenti massicci, sia pubblici che privati, in questo campo». Rivolge l’attenzione soprattutto al problema della disoccupazione giovanile, rinnovando la richiesta di «una preso in seria e convinta considerazione da tutte le componenti del mondo del lavoro e della società, a cominciare dalla politica, e non solo, come spesso si usa, con promesse o riferimenti a impegni pure importanti promossi nel nostro territorio, ma con un comune progetto concreto, fattibile e realizzabile nel breve periodo, da parte di quanti hanno attivamente partecipato all’Agorà del sociale negli anni scorsi».

(*) redazione Bioetica News Torino
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