Giovani fragili: il quadro di una realtà spesso nascosta

I Millennials – i giovani che hanno una età compresa indicativamente tra i 18-32 anni – presentano delle caratteristiche specifiche sia rispetto alle precedenti generazioni che alla successiva, ovvero gli adolescenti. Hanno mediamente un capitale culturale e sociale piuttosto sviluppati a cui non corrisponde tuttavia, nella maggioranza di casi, un capitale economico adeguato. Seppure non siano pienamente nativi-digitali, hanno una spiccata familiarità con le nuove tecnologie della comunicazione, che utilizzano comunque ancora “a mezzo-servizio”, per intrattenersi e divertirsi piuttosto che per trovare delle risposte a loro problemi concreti e quotidiani, quali la ricerca del lavoro, ad esempio. Immersi nella Rete, sono anche esposti a molti rischi e trappole: fake news, trolling e hate speech. A questa generazione sono state conferite diverse etichette, che non lasciano ben sperare per il loro futuro se non ci sarà una inversione di tendenza: “precari”, “neet”, “expat”. Le indagini dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo mettono in evidenza, che, pur non vivendo un tempo semplice, i Millennials sono ugualmente resilienti. A ben vedere ciò che li infragilisce maggiormente è l’impossibilità di diventare pienamente protagonisti del loro tempo, di progettare il loro futuro. C’è un errore di fondo, che andrebbe scardinato e che non possiamo più permetterci: continuare a pensarli come un problema da risolvere piuttosto che una risorsa per il nostro Paese è innaturale, oltre che controproducente per i giovani, ma anche per la società nel suo complesso.

di Cristina Pasqualini *
pubblicato il 21 dicembre 2017
Giovani fragili: il quadro di una realtà spesso nascosta

Introduzione

I Millennials – la generazione di coloro che hanno indicativamente un’età compresa tra i 18 e i 32 anni – sono studiati dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto «Giuseppe Toniolo» con indagini sia quantitative che qualitative, che consentono di elaborare una fotografia complessa ed articolata della loro condizione di vita, delle loro potenzialità ma anche delle loro vulnerabilità.

Quando parliamo di giovani non possiamo non tener conto delle tante differenze strutturali/di contesto e di quanto queste pesano sui loro percorsi di vita, sulle loro scelte, sulla loro progettualità. Queste differenze – che ci sono ma che non dovrebbero trasformarsi in disuguaglianze – attengono la dimensione territoriale – un conto è nascere e crescere al Nord, un conto al Sud −, il loro capitale culturale – quanto hanno investito in formazione − il loro capitale sociale – quanto sono forti le loro reti sociali, a cui possono ricorrere in caso di bisogno, ma anche il loro capitale economico – su quante risorse materiali possono far conto.

Chi sono i Millennials?  Quali tratti li  contraddistinguono dalla Generazione X e da quella Z?

Consapevoli delle tante sfaccettature che questa generazione può assumere, le ricerche effettuate in questi anni ci consentono di dire che i Millennials hanno delle caratteristiche proprie, che li rendono riconoscibili rispetto ai fratelli maggiori – la Generazione X – ma anche rispetto ai fratelli più piccoli – la Generazione Z. Questa generazione da un lato ha dei tratti che la identificano come forte e adeguata alle richieste e agli standard del nostro tempo, e, dall’altro, l’esposizione ai cambiamenti socio-culturali contemporanei la espongono a vissuti faticosi, la rendono una generazione fragile, perché infragilite sono le certezze, i punti fermi, sui cui non possono più far conto a prescindere. Quali sono allora le caratteristiche di questa generazione? Proviamo a prenderne in esame alcune.

Social “a mezzo-servizio”

Familiarità con i social media

Non sono i veri nativi digitali – o meglio, non lo sono pienamente come la Generazione Z – ma sono comunque nati in un clima assolutamente favorevole alle nuove tecnologie e sicuramente la quasi totalità può disporre di una connessione internet in casa, così come di uno o più device mobili per navigare in Rete e nei social network1. Questa è una prima loro caratteristica: la familiarità con i social media. Familiarità che non equivale ad un loro uso sempre virtuoso. I dati ci dicono che i Millennials hanno una presenza nei social network molto elevata, oltre il 90%, ad esempio, ha un account attivo su Facebook, meno su LinkedIn (22%) e su Twitter (40%).

I social, più come ambienti ludici che dell’impegno

Indipendentemente dagli account attivi, maschi e femmine indistintamente si sentono a loro agio soprattutto su social come Facebook e Instagram, social vocati più alla condivisione di immagini, di emozioni, del proprio vissuto più personale, piuttosto che alla ricerca/produzione/condivisione di informazioni “alte”. I social vengono percepiti più come degli ambienti ludici, della leggerezza, piuttosto che dell’impegno/del fare individuale e collettivo: «stare sui social è un passatempo come un altro», dice la maggioranza dei Millennials intervistati (57,3%). Soltanto l’1,6% considera stare sui social una importante occasione di partecipazione civica e politica, per il 3,4% è oramai indispensabile per autopromozione in ambito lavorativo.

In realtà, in Rete possono passare anche contenuti importanti. Sapere usare i social in tutte le loro potenzialità – alte e leggere – può voler dire fare networking, entrare a far parte della Rete e coltivare al contempo legami forti e legami deboli, questi ultimi particolarmente efficaci per trovare lavoro. Cosa che al momento non fanno molto, tanto che li abbiamo definiti «una generazione social a mezzo-servizio»2. A ben vedere i social network per i giovani in questione sono un nuovo modo per stare insieme, per fare gruppo e per sentirsi parte di esso. Considerano i social network degli ambienti da cui non si può restare fuori, e, quando questo accade, il rischio che si corre è l’isolamento e l’esclusione sociale.

Esposti ai rischi della Rete

Social network: ambienti poco affidabili

Tutti connessi nella Rete h24 grazie agli smartphone, i Millennials considerano i social network degli ambienti poco affidabili, in cui le stesse informazioni che circolano vanno prese con le pinze, vanno verificate prima di condividerle. Oltre alle trappole – fake news3 e trolls4 – è facile trovare anche dei veri e propri rischi, come episodi di hate speech5.

Rispetto alle trappole, il Rapporto Giovani 2017 ci dice che hanno fatto esperienza di trolling il 37,7% come spettatore, il 9,3% come responsabile e il 13% come vittima. Il 38,6% non ne ha avuto esperienza diretta, mentre il 16,5% non ne ha mai sentito neppure parlare. Il trolling sembra essere un fenomeno sociale che riguarda in prevalenza giovani non giovanissimi, in quanto è più diffuso tra gli over 25 e tra coloro che hanno un capitale culturale elevato – spesso sono laureati. Non è un fenomeno per teenagers. I Millennials sono molto d’accordo nel ritenere che le persone “trollano” perché sono alla ricerca di una loro visibilità da perseguire con ogni mezzo (73%), lo fanno per puro passatempo, è un divertimento come un altro (63,1%).

La presenza di fake news nei social, invece, ha fatto aumentare progressivamente nella maggioranza dei giovani (75,4%) la sensibilità nei confronti di “contenuti sospetti”: il 53,2% indipendentemente dalla fonte, prima di condividere cerca di verificare i contenuti. Infine, l’odio in Rete risulta essere molto pericoloso soprattutto se pensiamo che può avere delle ripercussioni devastanti sulla propria auto-percezione, sul grado di autostima, sulla fiducia personale nei confronti degli altri.

Il 90% dei Millennials condanna l’hate speech. Sono stati vittime di hate speech online: spesso l’1,4%, qualche volta-raramente il 22,7%, mai il 76%. Sono stati responsabili di hate speech online: spesso il 2,2%, qualche volta-raramente il 24,6%, mai il 73,2%. Secondo la loro esperienza e i loro ricordi, in Rete i gruppi sociali più esposti all’hate speech sono gli immigrati (58,8%), le singole persone pubbliche −politici, artisti, opinion leader, ecc. −  (37,1%), i musulmani (33%), ma anche le donne in generale (25,3%). Se da un lato le femmine sono più responsabili dei maschi in Rete, condannano maggiormente l’hate speech, sono ancora oggi le più esposte a questo fenomeno6.

Altro problema è il sexting7, ossia la diffusione in Rete di materiale pornografico, che può riguardare altre persone, persone che non si conoscono, ma anche conoscenti, oltre a se stessi. A questo fenomeno sono esposti potenzialmente tutti i naviganti della Rete, ma i rischi maggiori li corrono i giovanissimi, gli adolescenti, la Generazione Z8, in quanto non sempre hanno la sufficiente maturità per comprendere che tali pratiche possono compromettere per sempre la propria reputazione online e offline, con danni irreversibili sulla propria stabilità psicologica ed accettazione sociale da parte della comunità, della rete amicale, di cui fanno parte.


Note

1 Nell’ambito del Rapporto Giovani, indagine scientifica nazionale sulla condizione dei Millennials in Italia, realizzata annualmente dall’Osservatorio Giovani dell’Istituto «Giuseppe Toniolo», nel 2016 è stato realizzato un approfondimento su «Usi e consumi dei social network nei Millennials». Sono stati intervistati 2.182 giovani, nati tra il 1982 e il 1997. I principali risultati sono pubblicati nel saggio di INTROINI, PASQUALINI, 2017, contenuto nel «Rapporto Giovani 2017»
2Cfr. INTROINI, PASQUALINI (2017)
3Nel linguaggio della rete, si chiamano troll quelle persone che intralciano il normale svolgimento di una discussione inviando messaggi provocatori, irritanti, falsi o fuori tema con lo scopo di disturbare, provocare reazioni forti negli altri agendo sia sui profili di comuni utenti, che di personaggi pubblici o sulle pagine di aziende e brand conosciuti
4Le fake news, altrimenti dette “bufale”, sono notizie apparentemente vere che poi si rivelano essere false, che girano in Rete e in particolare nei social network
5Tra le insidie della Rete possiamo considerare anche il fenomeno dell’hate speech, un concetto che sta ad indicare un insieme di parole e discorsi che hanno la funzione di esprimere odio e intolleranza verso una persona o un gruppo e che rischiano di provocare reazioni violente. Nel linguaggio ordinario indica più ampiamente un genere di offesa fondata su una qualsiasi discriminazione (razziale, etnica, religiosa, di genere o di orientamento sessuale) ai danni di una persona o di un gruppo.
6Proprio perché la comunicazione in Rete è importante e i giovani debbono imparare ad utilizzare uno stile di comunicazione non ostile, nel 2017 l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, l’Università Cattolica del «Sacro Cuore», insieme alla comunità «Parole Ostili» ha stilato un accordo con il MIUR per la diffusione, nelle scuole e più in generale tra i giovani, del Manifesto della «Comunicazione non ostile». Il Manifesto della «Comunicazione non ostile» contempla dieci principi: 1. Virtuale è reale. Dico e scrivo in rete solo cose che ho il coraggio di dire di persona; 2. Si è ciò che si comunica. Le parole che scelgo raccontano la persona che sono: mi rappresentano; 3. Le parole danno forma al pensiero. Mi prendo tutto il tempo necessario a esprimere al meglio quel che penso; 4. Prima di parlare bisogna ascoltare. Nessuno ha sempre ragione, neanche io. Ascolto con onestà e apertura; 5. Le parole sono un ponte. Scelgo le parole per comprendere, farmi capire, avvicinarmi agli altri; 6. Le parole hanno conseguenze. So che ogni mia parola può avere conseguenze, piccole o grandi; 7. Condividere è una responsabilità. Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati, compresi; 8. Le idee si possono discutere. Le persone si devono rispettare. Non trasformo chi sostiene opinioni che non condivido in un nemico da annientare; 9. Gli insulti non sono argomenti. Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della mia tesi; 10. Anche il silenzio comunica. Quando la scelta migliore è tacere, taccio. (www.paroleostili.com). Sempre interessante è il video che è stato realizzato per la campagna di sensibilizzazione: https://www.youtube.com/watch?v=QATKI1I-79Y
7Neologismo, sintesi di due parole: Sex (sesso) e Texting (inviare messaggi elettronici). Indica l’invio di messaggi, testi e/o immagini sessualmente espliciti, tramite smartphone o altri strumenti informatici
8Una recente indagine realizzata dall’Osservatorio Giovani sulla Generazione Z mette proprio in luce le pratiche di sexting. I risultati, di prossima pubblicazione, sono contenuti nel volume curato da P. BIGNARDI P., MARTA E., ALFIERI S., forthcoming


Neet/Precari, affamati di/dal lavoro

L’incapacità di sapersi attivare adeguatamente può portare i giovani a non sapere scegliere più che a non voler scegliere, a rimanere in standby per anni, oppure muoversi verso scelte inadeguate, che possono arrecare anche sofferenza psico-fisica ed esclusione sociale. È il caso dei Neet, ossia di coloro che non studiano e non lavorano. Nel nostro Paese abbiamo una percentuale troppo alta di giovani in questa condizione: nel 2016 sono oltre 2,2 milioni9. Gli studi sembrano confermare che se un giovane rimane per troppo tempo in questa condizione di immobilità corre seri rischi di esclusione sociale, ossia non solo di restare fuori dal mercato del lavoro, ma anche da una vita dignitosa.

Patologie psico-sociali riferite dai Neet

Le patologie psico-sociali riferite dai Neet di lunga data sono spesso problemi alimentari, la depressione, ma anche l’asocialità, la difficoltà a entrare in contatto con i loro coetanei e con adulti significativi, sempre che ne incontrino. L’inattività di questi giovani è l’esempio più concreto di quanto non possiamo più permetterci il lusso di farli aspettare ai margini della società, completamente trasparenti e invisibili, considerati un peso, un problema difficile da risolvere. Perché così tanti giovani sono in questa condizione di inattività? Che cosa trovano una volta terminati gli studi? Sicuramente c’è un problema serio di transizione scuola-lavoro, che in Italia non è lineare, ma inceppato.

I Millennials sono nati e cresciuti in un Paese, l’Italia, in cui il lavoro era completamente cambiato, lasciandosi definitivamente alle spalle attributi come “a tempo indeterminato” a favore di “precario”, “a tempo determinato”. Oltre al fatto di essere a intermittenza, per i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro, quest’ultimo è spesso poco gratificante da un punto di vista personale ed economico. Oggi il lavoro è un bene raro e la sua carenza alimenta e fa crescere irreversibilmente da diversi anni a questa parte il tasso di disoccupazione giovanile.

Sono stati etichettati “choosy”, ossia schizzinosi, quando in realtà, se guardiamo i dati del Rapporto Giovani raccolti in questi anni, non lo sono affatto. L’80% è disponibile a svolgere lavori manuali, seppur ben retribuiti. I lavori/le professioni che tornano ad essere desiderabili dai giovani sono quelli che danno maggiori garanzie, maggiore stabilità, anche se talvolta minor benessere economico: mestieri come l’impiegato nel settore pubblico (70%) è maggiormente ambito rispetto al medico (31,4%). Sta di fatto che il 47% si adegua a una retribuzione insoddisfacente, il 46,5% si adatta a svolgere una attività non pienamente coerente con il proprio percorso di studi. La stragrande maggioranza (90%) è convinta che la propria generazione si trovi con molte meno opportunità rispetto alle precedenti. Non sono molto ottimisti rispetto al futuro: per il 15,5% degli intervistati il loro salario percepito a 35 anni sarà inferiore ai 1000 euro. Dato peraltro confermato da altre indagini nazionali, in particolare da Almalaurea.
Sono giovani che studiano, studiano anche a lungo, sono preparati, e poi? E poi non trovano lavoro in questo Paese, non trovano il lavoro per cui hanno studiato. Alla luce di questa situazione il 43% dei Millennials italiani è molto d’accordo nel ritenere l’emigrazione – fuga da un paese bloccato e con poche prospettive per i giovani – l’unica opportunità di realizzazione. Il 75,6% dei giovani italiani concorda sul fatto che le opportunità offerte dal Paese sono peggiori rispetto a quelle degli altri paesi sviluppati.

Expat

Una volta verificato che in Italia non c’è possibilità di realizzarsi, che si fa? La generazione dei Millennials sono i nuovi migranti italiani, a cui è stata attribuita l’etichetta di Expat. Se ne vanno perché qui non possono restare, restare vorrebbe dire rinunciare a progettare il proprio futuro, rimanere ancora non si sa per quanto altro tempo dipendenti, sia da un punto di vista economico che abitativo, dai genitori.
I nuovi migranti, a differenza delle precedenti generazioni, sono meglio attrezzati nell’affrontare il percorso migratorio, in quanto sono cresciuti con il paradigma dell’euro-mobilità10, considerano l’Europa come il loro naturale campo da gioco. Parlano l’inglese e hanno avuto esperienze internazionali fin dall’adolescenza, usufruendo di programmi di mobilità scolastica, oltre ad aver viaggiato con la propria famiglia in diverse occasioni.

Predisposizione all’euro-mobilità

Se guardiamo i dati del Rapporto giovani 201711 vediamo che il 43,8% dei Millennials italiani ha intenzione di emigrare perché pensa sia una esperienza che possa arricchire, il 18,3% è favorevole all’emigrazione ma solo se fosse senza lavoro nel proprio paese, l’8,7% è ancora meno favorevole, ma dice comunque sì, soltanto se avesse però la certezza che sarebbe per un breve periodo. Complessivamente il 70,8% ha risposto “sì”, una percentuale superiore rispetto ai coetanei europei.  Passando dalle intenzioni ai fatti, vediamo che tra i Millennials il 32,5% ha già fatto una esperienza all’estero di studio; il 18,9% ha già fatto una esperienza di studio all’estero per lavoro. Infine, il 7,2% ha fatto una esperienza all’estero di servizio civile. L’84,3% considera positiva l’esperienza di studio all’estero, il 78,1% quella di lavoro e il 55,4% quella di servizio civile.

Soffrono il distacco dal loro Paese di origine

Questa spiccata predisposizione all’euro-mobilità è assolutamente positiva, è una chance in più che hanno a loro disposizione, che nella maggioranza dei casi viene vissuta positivamente. Non da ultimo perché sono potuti tornare. Il problema è quando è l’unica chance possibile, quando l’emigrazione risulta essere l’unica soluzione percorribile, ossia quando la migrazione diventa forzata, quando è di sola andata. L’indagine Rapporto Italiani nel Mondo 2017, curata annualmente dalla Fondazione Migrantes, ci conferma che gli Expat soffrono il distacco dal loro Paese di origine, ma soprattutto dalla loro famiglia e dalla loro cultura12. Fenomeni di ansia e depressione, di mancata integrazione sono facilmente rinvenibili nella maggioranza degli Expat. Anche nei più felici e realizzati una punta di nostalgia mista ad amarezza si riscontra.

Note conclusive

Potremmo concludere che i Millennials sono sì infragiliti dal tempo che si trovano a vivere, di certo non semplice e pieno di sfide ed insidie, ma sono anche piuttosto resilienti, in virtù anche della loro età. Mettono in campo strategie anche innovative, risorse nuove, per orientarsi e trovare senso nelle cose che fanno. Di sicuro hanno le carte in regola per vivere il loro tempo, hanno un buon capitale culturale e sociale che non spetta altro che incanalarsi in progetti di vita concreti. Giunti a questo punto del loro percorso biografico, i Millennials non possono più restare in panchina, sarebbe un grande errore per loro e per la società.
Non chiedono protezione e aiuti, quanto autonomia, poter diventare finalmente protagonisti nei diversi ambiti in cui sono già inseriti, che frequentano già da alcuni anni, con cui hanno familiarità. Se non diamo ai Millennials lo spazio che meritano, a cui anche solo anagraficamente dovrebbero poter finalmente accedere, il rischio è quello di infragilirli ulteriormente, di metterli nelle condizioni di rinunciare a progettare il loro futuro.
Purtroppo sono già troppi anni che viene fatto questo errore nel nostro Paese: continuare a considerare i giovani un problema da risolvere piuttosto che una risorsa. Sentirsi un peso per la società non è quello che meritano i Millennials.
Storicamente il ricambio generazionale c’è sempre stato ed è sempre stato portatore di nuove idee e di innovazione sociale. Perché proprio con i Millennials questo non dovrebbe accadere? Soltanto quando li lasceremo avanzare e diventare realmente attori e non più spettatori del presente, quando la smetteremo di considerarli un problema da risolvere, degli extraterrestri incomprensibili e pieni di pretese, potremo pensare che la fragilità lascerà spazio all’autorealizzazione, alla soddisfazione personale, alla felicità.


Note

ROSINA (2015)
10INTROINI, PASQUALINI (2014)
11BICHI (2017); PASQUALINI, ROSINA (2017)
12PASQUALINI, ROSINA (2017)

 


Bibliografia

BICHI  R., «Leave or remain: integrazione, appartenenza e mobilità dei giovani europei», in Istituto Giuseppe Toniolo (a cura di), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2017, Il Mulino, Bologna 2017, pp. 97-119

BIGNARDI P., MARTA E., ALFIERI S. (a cura di), Generazione Z: guardare il mondo con fiducia e speranza, Vita e Pensiero, Milano, forthcoming.

INTROINI F., PASQUALINI C., «I giovani e l’Europa», in Istituto «Giuseppe Toniolo» (a cura di), La condizione giovanile in Italia. Rapporto Giovani 2014, Il Mulino, Bologna 2014 pp. 123-155

ID.,  « I Millennials. Generazione social?», in Istituto «Giuseppe Toniolo» (a cura di), La condizione giovanile in Italia. Rapporto 2017, Il Mulino, Bologna 2017 pp. 121-156

PASQUALINI C., ROSINA A., «La mobilità all’estero dei Millennials italiani e il post Brexit», in Rapporto Italiani nel mondo 2017, Tau Editrice, Roma, pp. 138-146

ROSINA A., Neet. Giovani che non studiano e non lavorano, Vita e Pensiero, Milano 2015

(*) Docente di Sociologia dei fenomeni collettivi presso l'Università Cattolica di Milano
Collaboratrice dell'Osservatorio Giovani dell'Istituto Giuseppe Toniolo
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