Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt. 10,8)

Messaggio dell'Arcivescovo di Torino Monsignor Cesare Nosiglia in occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato

di Mons. Cesare Nosiglia *
pubblicato il 14 marzo 2019
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt. 10,8)
Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date (Mt. 10,8)

Questo detto di Gesù ci fa comprendere che Dio ha compiuto per noi cose grandi offrendoci doni gratuiti che segnano da sempre la nostra esistenza.

Che cosa abbiamo ricevuto? E che cosa possediamo che non abbiamo ricevuto? La vita, anzitutto, come dono che il Signore ci ha dato per amore. Se è dono, la vita non può essere considerata un possesso o una proprietà privata, anche se le potenzialità, di cui oggi disponiamo, potrebbero far pensare che l’uomo è padrone del suo destino. Sono soprattutto le conquiste della scienza e della tecnica a dare questa impressione di “onnipotenza”. Perfino la vita, nel suo mistero di inizio e di temine, viene oggi manipolata con conseguenze assai gravi e tragiche per l’umanità.

Monsignor Cesare Nosiglia Arcivescovo di Torino © D'Angelo_Foto Archivio

Monsignor Cesare Nosiglia Arcivescovo di Torino © D’Angelo_Foto Archivio

Al contrario la vita è un dono di Dio, da accogliere ed amare sempre, anche quando è sofferente e segnata dal limite. La Parola di Dio ci dice che c’è un disegno su ogni persona creata, un progetto: «Prima che tu nascessi, Dio ti ha conosciuto, ti ha scelto e amato». Su questa convinzione si radica la prima vocazione-chiamata, che ci rende umili e docili per scoprire questo disegno con consapevolezza e viverlo poi con quel sì di totale adesione alla volontà di Dio di cui si è resa responsabile Maria Santissima di cui ricordiamo in questi giorni le apparizioni a Lourdes, santuario dove i malati trovano ristoro nell’animo e nel corpo e fonte di speranza.  In ogni uomo c’è dunque questo sigillo di Dio, che va riconosciuto e valorizzato, anche quando la vita di una persona, all’apparenza, sembra inutile e solo oggetto di cure costose o di impegni esorbitanti da parte di chi gli sta vicino.

Riconoscere in ogni persona un figlio di Dio significa amarlo come Dio lo ama, o meglio ancora rispettare quell’amore che Dio gli offre e farsene servi con umiltà e obbedienza. A questi doni si aggiunge poi, incommensurabile, per voi, cari operatori sanitari, la vocazione speciale, che vi è stata concessa e che consiste nella chiamata, senza merito, ad incontrarlo e servirlo nei malati e ad esercitare dunque il ministero della consolazione e per voi ministri ausiliari della Eucaristia, che rende visibile l’amore di Dio e della Chiesa verso malati, anziani e sofferenti. È questo un privilegio, di cui siete stati rivestiti grazie alla benevolenza di Dio che gratuitamente appunto ve l’ha concesso e si è impegnato a sostenervi perché lo esercitiate con la massima dedizione e amore verso ogni ammalato.

Gratuità nella Bibbia non significa solo no profit circa il servizio o i beni che si offrono a chi ne ha bisogno ma qualifica il proprio agire sull’esempio di Cristo che ha dato tutto se stesso per noi. Il dono di sé dunque connota la gratuità di ogni operatore sanitario, sia medico che infermiere e ne accompagna le competenze e le terapie volte a rassicurare il malato che necessita certo di cure appropriate ma anche segni di affetto e di prossimità.

Se amate solo quelli che vi amano o è facile amare, perché rispondono volentieri ai vostri servizi, che merito ne avete? Non fanno così anche i peccatori? L’amore o è gratuito e in perdita, e allora nasce da Dio, altrimenti cerca la propria soddisfazione, e allora non serve per il regno e ha già ricevuto la sua ricompensa.

Il “gratuitamente avete ricevuto” dunque risuoni dentro il vostro cuore con particolare forza e concretezza e vi spinga a lodare e ringraziare il Signore, ma anche ad assumervi fino in fondo le vostre responsabilità in ordine all’impegnativo compito che vi è stato assegnato per restituire gratuitamente quello che avete ricevuto. A voi, infatti, è stato rivelato il vero segreto della gratuità dell’amore: amiamo, perché siamo amati. Dalla radice dell’amore nei nostri confronti, che manifesta la misericordia di Dio, scaturisce l’amore vicendevole verso il prossimo. L’amore a Cristo e la fede in lui si vivono nell’amore al fratello sofferente, perché la carne di Cristo oggi vivente è lo stesso corpo piagato e malato del fratello, come ci ricorda san Giovanni Crisostomo:

Impariamo ad onorare Cristo come lui stesso vuole essere onorato. Colui che ha detto “Questo è il mio corpo” è il medesimo che ha detto “Voi mi avete visitato malato “. A che serve che la tavola eucaristica sia sovraccarica di calici d’oro quando lui soffre e tu non lo sostieni e accompagni con amore? Gli offri un calice d’oro e non gli dai un bicchiere d’acqua? Che beneficio ne ricava? Addobbando la casa di Dio, bada di non dimenticare tuo fratello, che soffre, perché questo tempio è più prezioso dell’altro.

Si tratta dunque di riconoscere Cristo nel malato e sofferente, bisognoso di speranza, di amore, di accoglienza, di condivisione. Tante persone soggette a malattie gravi e devastanti le possiamo definire i poveri dei poveri, perché non si sa, a volte, come aiutarli, che cosa dirgli non solo di consolatorio, ma di gesti concreti che aiutino ad affrontare con fiducia e speranza la loro situazione.

Aggiungo un ultimo pensiero che riguarda l’impegno pubblico e “politico” in senso pieno e alto del termine nel campo della promozione della salute delle persone. Poiché non si può dare per carità ciò che è dovuto per giustizia, la pastorale della salute giustamente richiama le istituzioni e la società a sviluppare una serie concreta di azioni, programmi e risorse per offrire a chi è nel bisogno ciò che gli è dovuto in quanto persona umana e cittadino, soggetto di diritti che vanno accolti e riconosciuti. Penso alla legislazione relativa ai nostri fratelli e sorelle diversamente abili; al sostegno umano, spirituale e terapeutico verso le persone affette da malattie incurabili e degenerative, la cui assistenza e cura pesa per lo più sulle famiglie; penso all’integrazione scolastica dei minori in difficoltà fisica o intellettiva; a chi vive negli hospice l’ultimo tratto della sua vita; a chi è solo in casa e non viene assistito nelle sue precarie condizioni fisiche; a chi attende per lungo tempo prima di poter accedere a una analisi o a un servizio anche urgente di terapie; a chi per la esosità delle spese non riesce a sostenere un intervento dentistico ad es. o di altro genere… e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

Ringrazio infine i cappellani degli ospedali e della case di risposo per anziani, i volontari che operano nella sanità pubblica e privata; le comunità terapeutiche che aiutano molti a uscire dal tunnel della droga o dell’alcolismo e tante realtà di volontariato, che affrontano le situazioni di persone anziane o gravate da malattie devastanti come l’Alzheimer, la Sla o il Parkinson e molte altre, giorno per giorno, con iniziative concrete e mirate a dare un sostegno effettivo a chi ne ha effettivamente bisogno.

Solo una solidale azione, che operi in rete sul territorio tra istituzioni, volontariato, cittadinanza e gli stessi interessati e loro famigliari, potrà garantire risposte convincenti e risolutive. L’uomo ha bisogno di un amore incondizionato che gli faccia dire con l’apostolo Paolo: «né morte, né vita, né angeli né principati, né presente, né futuro, né potenze, né altezze, né profondità, né alcuna creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio che è in Gesù Cristo nostro Signore». Solo Cristo è l’amore assoluto, che dà garanzia all’uomo di essere guarito da qualunque male morale e fisico e da qualunque sofferenza e perfino la morte.

Di questo amore incondizionato ed assoluto voi, cari amici operatori sanitari e volontari, siete testimoni e promotori nel vostro ministero. Maria Immacolata Vergine di Lourdes vi guidi e vi sia di esempio per rivestirvi dunque, di questo amore, che, in Cristo, vi viene continuamente dato gratuitamente nella Chiesa mediante la Parola di Dio e l’Eucaristia; potrete così ridonarlo gratuitamente ai fratelli e sorelle sofferenti, rivelando loro quanto Dio li ama e riconoscendo in loro il volto e la presenza stessa del nostro comune Signore e Salvatore.

(*) Arcivescovo Diocesi di Torino
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