I doni del malato: maestro di vita, partecipe della sofferenza redentiva

di Marco Brunetti *
pubblicato il 4 dicembre 2012
I doni del malato: maestro di vita, partecipe della sofferenza redentiva

Natale richiama sempre il tema del dono, in quanto Gesù che si fa bambino è il dono che Dio fa dell’umanità e che noi cristiani ogni anno celebriamo con grande gioia. Vorrei evidenziare questa dimensione etica del dono da parte di chi soffre e da parte di chi visita i malati.

I malati non sono solo oggetto dell’amorevole sollecitudine della comunità ecclesiale, ma possono, a loro volta, fare dono di qualcosa di se stessi agli altri. Ciò può avvenire a vari livelli.

Innanzitutto essi possono offrire il dono di una lezione di vita, mostrando che anche in situazioni difficili la persona umana può riuscire a mantenere la propria integrità, scoprire nuovi valori, coltivare il fiore della serenità, crescere in spiritualità. In tali situazioni, chi si avvicina al sofferente con animo libero, può imparare che la “saluteè un valore che esprime qualcosa di più della semplice vitalità fisica; che, di conseguenza, la guarigione è un processo che può aver luogo anche quando il corpo rimane in preda alle forze distruttrici del male e che «nella sofferenza – come ancora afferma la Salvifici Doloris – si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo» (n. 26); infatti «le sorgenti della forza divina sgorgano proprio in mezzo all’umana debolezza» (n. 27; cf. 2 Cor 12, 9-10).

La storia passata e recente, ma anche la nostra esperienza diretta, offrono una galleria di persone malate che hanno  saputo raggiungere una mirabile maturità umana, diventando maestre di vita per quanti le accostavano.

In secondo luogo, come afferma Giovanni Paolo II, i malati, partecipando «alle sofferenze di Cristo conservano nelle proprie sofferenze una specialissima particella dell’infinito tesoro della redenzione del mondo, e possono condividere questo tesoro con gli altri» (Giovanni Paolo II, Salvifici Doloris, n. 27).

È la via dell’imitazione di Gesù servo sofferente, dalle cui piaghe siamo stati guariti (cf. Is 53, 5), seguita da innumerevoli persone che hanno fatto del soffrire una fonte di guarigione e di salvezza per sé e gli altri. Grandi santi e comuni cristiani hanno dimostrato nella loro esperienza di dolore una grande dedizione e un amore senza confini, dimostrando la verità di quanto afferma ancora il Papa nella Salvifici Doloris:

 Nella croce di Cristo non solo si è compiuta la redenzione mediante la sofferenza, ma anche la stessa sofferenza umana è stata redenta  [ …] Operando la redenzione mediante la sofferenza, Cristo ha elevato insieme la  sofferenza umana a livello di redenzione: Quindi anche ogni uomo, nella sua sofferenza, può diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo (n. 19).

Il donare non è un movimento senza ritorno. Chi “regala” un po’ di se stesso e della propria vita ai malati, non tarda ad accorgersi che il dono fatto all’altro è fonte di crescita anche per se stesso. Molti visitatori dei malati concordano nel dire: «È molto più quello che ricevo di quello che do», confermando così le parole di san Francesco: «È dando che si riceve, / perdonando che si è perdonati, / morendo che si risuscita a vita nuova». Molteplici sono i doni che si possono ricevere dai malati.

Una presa di coscienza sempre più profonda della condizione umana, fatta di grandezza e di miseria, di speranza e di abbattimento, di vita e di morte. Nell’esperienza di chi soffre, l’esistenza umana appare nella sua fragilità, ma anche nella sua preziosità. Proprio perchè è fragile, la vita è preziosa.

Un risveglio e un’attivazione dei sentimenti di solidarietà e di fraternità. Il povero e il debole non sono solo oggetto di carità e di amore, e ancor meno essi sono inutili o da emarginare o da considerare come un peso o un problema; essi sono chiamati ad essere maestri di vita per noi tutti. Se sappiamo ascoltare, essi ci insegnano ciò che è essenziale: ci chiamano alla verità, alla competenza, alla compassione, alla capacità di mettere al centro la persona.

Questo concetto è ben sviluppato nella lettera apostolica Salvifici Doloris di Giovanni Paolo II:

Si potrebbe dire – afferma il Papa – che la sofferenza presente sotto tante forme diverse nel nostro mondo umano, vi sia presente anche per sprigionare nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del proprio “io” in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti. Il mondo dell’umana sofferenza invoca, per così dire, senza sosta un altro mondo: quello dell’amore umano; e quell’amore disinteressato, che si desta nel suo cuore e nelle sue opere, l’uomo lo deve in un certo senso alla sofferenza (n. 29).

Così rispondeva una mamma a chi le domandava se il suo figlio affetto dal morbo di down avesse apportato qualcosa a lei e alla famiglia: «Oh, sì. E tanto. Ci fa sentire più uniti. E nei momenti in cui si sono fatti sentire  i problemi, normali in ogni famiglia, egli ci ha aiutati a diminuirne l’importanza, a superarli. È una creatura tanto pulita!».

Il rimarginarsi della propria ferita. Nel libro del profeta Isaia ricorrono alcune espressioni molto efficaci che sottolineano l’effetto terapeutico di quel movimento; interiore che porta verso l’altro bisognoso di aiuto:

Così dice il Signore: “Sciogli le catene inique, togli i legami dal giogo, rimanda liberi gli oppressi e spezza il giogo”. Non consiste forse il digiuno nel dividere il tuo pane all’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi della tua gente? Allora la tua ‛luce’  sorgerà come l’aurora, la tua ‛ferita’  si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”

Se toglierai di mezzo l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio (Is 58, 6-10).

In netto contrasto con la pratica dei suoi contemporanei, il profeta Isaia afferma che è vero digiuno quello che porta ad un cambiamento interiore, promuovendo sensibilità e amore verso il prossimo, soprattutto verso i poveri e i malati.

L’esercizio delle opere di carità contiene una duplice azione terapeutica. Da una parte esso accende una luce all’interno dell’individuo, aiutandolo a comprendere il senso della vita, a discernere i valori autentici che favoriscono la crescita propria e altrui; e, dall’altra, rimargina le ferite presenti nell’individuo, causate dall’egoismo, l’indifferenza e la violenza. Tale azione risanatrice sfocia in una relazione con Dio, caratterizzata da una dimensione dialogica ricca di affetto.

(*) Don Marco Brunetti
Direttore Ufficio per la Pastorale della Salute – Arcidiocesi di Torino
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