I giovani di fronte all’enigma della sofferenza riflessa nella Sindone

Bioetica e Scuola

di Clara Di Mezza *
pubblicato il 26 maggio 2015
I giovani di fronte all’enigma della sofferenza riflessa nella Sindone

Nel nostro mondo camminano fianco a fianco l’assurdità della sofferenza innocente e la malvagità di chi è causa di tanta sofferenza. All’angoscia dello smarrimento del senso, del capovolgimento dei valori, l’immagine che parla da quel Telo benedetto continua a proporre l’unico valore che la spiega: l’ubbidienza. Ubbidienza a un amore totale, misterioso, che persegue i suoi obiettivi di salvezza, per vie non gradite, e pure infallibili, efficaci proprio nel momento in cui sembrano divenute prive di speranza

G. GHIBERTI, Dalle cose che patì, 2004

 

I giovani “si mettono in cammino” verso il mistero della Sindone e della Passione e Risurrezione di Cristo

Dal 19 Aprile al 24 Giugno 2015, i giovani dell’Arcidiocesi di Torino sono chiamati a compiere il loro personale pellegrinaggio alla scoperta di uno dei segni più grandi dell’Amore di Dio Padre e ad impegnarsi con gioia nell’accoglienza di coloro che giungeranno a Torino da tutto il mondo per pregare dinanzi alla Sindone.

Per i giovani questo “mettersi in cammino” si fonda sulla progressiva riscoperta ed il conseguente approfondimento del mistero della Sindone, nella sua doppia accezione di riferimento diretto al mistero della Passione e Risurrezione del Signore e di sorprendente mistero legato alla sua origine, tutt’ora studiata dalla scienza e indagata dalla fede.
Cristo, nell’immagine preziosa della Sindone, si presenta agli uomini – e in special modo ai ragazzi – come la chiave ultima di lettura dell’uomo e della storia. Il Signore Gesù, con la sua morte e risurrezione, è una irruzione nella storia umana che rivela l’uomo a sé stesso, lo decifra, lo interpreta, lo trasfigura. Il Cristo della croce trasfigura tutto della vita del credente, anche il suo dolore, donandogli un senso.

I giovani vivono oggi in un mondo spesso aridamente tecnicizzato, desacralizzato, fattosi trasparente ai valori dello spirito e dominato da imperativi economici e materiali. Questa è la cornice di una società in cui gli adulti non sempre riescono ad essere per i giovani esempio di condivisione, di perdono e di vero amore. La vita, poi, appare a molti quale esperienza priva di un senso chiaro, ancor più se essa deve essere vissuta nel dolore e nella sofferenza. Ma in realtà ogni persona cerca ciò che può dare un senso a tutto: vita, fatica, sofferenza, solitudine, morte. L‘interpretazione dell’uomo sofferente che ci viene fornita dalla cultura contemporanea innesca l’istanza di rivedere le nozioni antropologiche che la tradizione ci ha consegnato, per cui l’insufficiente comprensione di senso cui le scienze umane giungono (ed anche la bioetica!) nel loro percorso, obbligano il credente ad un passaggio importante, cioè passare da un’antropologia delle “facoltà” alla scoperta di una coscienza individuale che cresce e si sviluppa nell’esistenza umana. Solo la presa di coscienza dell’imprescindibile significato culturale della sofferenza ci permette di metterla a tema in una riflessione critica che non sia spersonalizzata e astratta.

Come la sofferenza può essere percepita

La cultura postmoderna tende ad assumere nei confronti della sofferenza atteggiamenti in parte contraddittori. Infatti, essa ha radicalizzato la resistenza, la lotta attiva contro la sofferenza con il contributo dello sviluppo medico-scientifico, ma ha altresì sviluppato un certo senso di fuga, di “censura” di tutto ciò che è segno di fragilità umana.
La sofferenza è oggi molto spesso ridotta ad un modello meccanico, senza riferimento all’esperienza morale e religiosa dell’uomo. In sostanza, il dolore è oggi affrontato più come questione da risolvere tecnicamente e scientificamente, ovvero con mezzi clinici. In tal modo ci troviamo forse di fronte ad una società spesso dimentica della domanda di senso intrinseca nel patire.
La sofferenza, inscritta nel senso complessivo della vita, è un’occasione preziosa ed unica da vivere, attraversandone tutta la complessità. Anche nella prova, momento nel quale il desiderio rischia l’annullamento, all’uomo è data la possibilità di sperare.
La sofferenza è esperienza pratica che provoca e interpella la libertà personale. Essa non è altro dal soggetto, anzi è rivelatrice della sua unicità e singolarità. È qui che all’uomo è chiesto di scoprire i segni della cura di Dio per lui e per tutti. Anche il tempo della sofferenza e della malattia, quindi, si rivela come “tempo buono”, un tempo opportuno per l’educazione del desiderio, poiché lo apre alla speranza. Il dolore rimane sempre e comunque un enigma e una sfida da vivere.
La sofferenza è enigma, sia perché è un nodo che non si può sciogliere e indagare compiutamente senza mettere in gioco la nostra libertà, sia perché è una realtà che alla fine entra nel progetto di Dio, nel mistero della salvezza.
La sofferenza è anzitutto esperienza da vivere, non quindi da subire con rassegnazione, ma da ‘attraversare’ con fede e speranza nella sequela di Cristo, perseveranti nella prova. Vivere con Dio, con gli altri, nella fede che sa di potersi affidare ad un Amore che non abbandona, significa poter vivere dal di dentro l’esperienza enigmatica del dolore senza lasciarsi travolgere dal non senso o dalla disperazione. Dopo il buio, l’angoscia, il non senso del dolore, la morte, c’è la luce di una nuova vita! Questo è ciò che la Sindone annuncia ad ogni uomo.

Ora, alla luce di queste rapide e  assai limitate considerazioni, ritengo importante che ogni educatore richiami i più giovani a diventare “pellegrini” e “viandanti della fede”, per lasciarsi nuovamente affascinare e conquistare dalla concreta capacità dell’Amore di trasformare la vita, perché solo l’Amore vero, l’Amore di Dio, può lasciare in tutti un segno autentico della Sua presenza. Questo, allora, sarà il senso dell’essere cristiano:

Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, fare qualcosa di se stessi (un peccatore, un penitente o un santo), in base a una certa metodica, ma significa essere uomini; Cristo crea in noi non un tipo d’uomo, ma l’uomo. Non è l’atto religioso a fare il cristiano, ma il prendere parte alla sofferenza di Dio nella vita del mondo (D. BONHOEFFER)

(*) Teologa morale e Docente di Insegnamento religione cattolica (IRC)
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