I giovani e il tempo: inquadramento sociologico

Un'analisi del prof. F. Garelli in "Piccoli atei crescono"

di Ilaria Losapio *
pubblicato il 16 ottobre 2018
I giovani e il tempo: inquadramento sociologico
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Prof. Franco Garelli, Docente di Sociologia dei processi culturali e Sociologia delle religioni all’Università degli Studi di Torino

«Più che incredula è una generazione che nell’anima sperimenta forme ardite di pluralismo e attorno a sé vive forme originali di  biodiversità religiosa»: è il commento del  sociologo dell’Università degli Studi di Torino  prof. Franco Garelli nel suo recente libro Piccoli atei crescono: davvero una generazione senza Dio?, edito da Mulino,  sui risultati dell’indagine condotta con interviste a 1450 ragazzi dai 18 ai 29 anni, attraverso i quali ha delineato l’identikit spirituale di una generazione sempre più secolarizzata e lontana al mondo ecclesiastico.

Che i giovani di tutto il mondo stiano mano a mano prendendo le distanze dalla religione non è una novità, d’altra parte non ci si deve dimenticare che siamo fagocitati da una realtà caratterizzata da forti rindice ben inferiore. Rimembranze, per così dire, illuministiche, dove la verità empirica è considerata l’unica inopinabile. In mezzo a tanto materialismo e scetticismo verso tutto ciò che non è sostenuto da fatti tangibili non stupisce, dunque, che fede e spiritualità fatichino a far sentire la propria voce.

Resiste uno zoccolo duro di giovani cattolici convinto e attivi: il 10,5% […] La trasmissione della fede avviene soprattutto in famiglia grazie a genitori e a nonni che non si limitano a dire “Vai a messa” o “Hai detto le preghiere?” Ma che vivono il dato religioso come fondativo della propria esistenza, sforzandosi di essere coerenti.

Tuttavia nel nostro Paese, l’ateismo pur essendo in crescita in confronto agli altri Paesi Europei presenta un indice  ben inferiore. Fatto questo non trascurabile: il 28% contro il 50-65% dei Paesi come la Svezia, la Germania e l’Olanda; complici, forse, una tradizione religiosa fortemente radicalizzata e la non indifferente influenza vaticana. Nonostante questo, va sottolineato il crescente bisogno da parte dei giovani credenti di una Chiesa riformata, meno «antiquata in campo etico»  e rigorosa, più aperta alle necessità di una società frenetica sempre più variegata e in continua evoluzione.

Nuove speranze di cambiamento in questo senso sono state alimentate da Papa Francesco, il cui carisma verso i giovani e l’attenzione ai loro problemi, oltre che alle persone sofferenti e  povere, hanno suscitato ammirazione perfino tra i non credenti. Eppure i reiterati episodi di pedofilia e l’ostentazione di una ricchezza non necessaria (dagli abiti talari riccamente rifiniti ai luculliani oggetti liturgici) hanno rafforzato la convinzione (non solo tra i più giovani) che della Chiesa si possa anche fare a meno. D’altro canto, l’opinione pubblica e i media pesano come un macigno: ad oggi, bastano un tweet o qualsiasi fake news di basso livello a fomentare l’odio e la rabbia di milioni di persone. In tale confusa realtà è quasi impossibile ritrovare un filo di senso e ragionevolezza.

GARELLI F., Piccoli atei crescono, Mulino 2016, copNel suo libro Piccoli Atei  crescono afferma: «All’interno dell’appartenenza cattolica si avverte di generazione in generazione un doppio dinamismo: l’indebolirsi del rapporto con la Chiesa è l’affermarsi di un sentire religioso sempre più soggettivo e autonomo».
Ecco dunque che si assiste a un decadimento del ruolo di mediazione della Chiesa a favore di una spiritualità più indipendente e di libera interpretazione, frutto di una scelta consapevole e ponderata più che una mera omologazione.
La domanda da porsi, dunque, non è se i giovani credono o meno in Dio – in quanto anche nella tumultuosa società contemporanea persistono i quesiti teologici che hanno accompagnato l’intera evoluzione umana – piuttosto occorre chiedersi – se è giusto continuare a pensare al rapporto uomo-Dio nei termini classici e ormai consumati dal tempo.

Anacronistica, dice il prof. Garelli, non è la fede, ma la chiesa. Certo, una piccola parte della popolazione giovanile rimane ancorata ai solidi valori del cattolicesimo tramandato di generazione in generazione, ma la maggior parte lo fa senza effettivo trasporto e convinzione, riconoscendolo più come un atto di passiva adesione, svalutando così enormemente quello che per millenni ha costituito le fondamenta dell’umanità stessa. Dopotutto, si sa, la fede richiede grande impegno, costanza e riflessività, valori sempre più inconciliabili con la società odierna, ricca di stimoli quanto povera di risposte decisive per la vita.

Sale, a ogni modo, il numero di giovani che si dichiarano con convinzione atei o agnostici, rigettando apertamente la religione in quanto riconosciuta come espressione di ignoranza e arretratezza. Questo scetticismo galoppante è figlio di un mondo fondato sulla cultura del dubbio, in cui tutto è messo in discussione e ogni cosa acquista un significato diverso a seconda del punto di vista adottato; una condizione del tutto estranea alle generazioni precedenti, più propense ad accettare di buon grado le usanze e i modelli di pensiero ereditati dai genitori. Siamo quindi di fronte a un’eclissi della religione senza precedenti nella storia.

La famiglia di origine mantiene, comunque, un’importanza non indifferente nell’orientamento religioso dei più giovani: un individuo nato in una famiglia fortemente religiosa conserverà più facilmente uno stile di vita e di pensiero consoni ai valori tradizionali; allo stesso tempo, anche il gruppo dei pari esercita una notevole influenza sulle scelte personali. Non è poi  raro vedere “non credenti” svolgere volontariato alla Caritas o altra istituzione di ispirazione cattolica.
Da non dimenticare sono le parrocchie e gli oratori, che contribuiscono in buona misura a mantenere coese le comunità giovanili, attraverso lo sport e l’organizzazione di altre attività ricreative.

Un altro aspetto curioso sul quale riflettere, dice Garelli, è che

«molti giovani che si professano atei ritengono plausibile credere in Dio anche nella società contemporanea, negando quindi l’assunto che la modernità avanzata sia la tomba della religione e al tempo stesso che molti credenti sono consapevoli di quanto sia plausibile non credere di fronte alle difficoltà che si incontrano

Una ricerca della spiritualità, dunque, che resiste stoicamente ai colpi dell’odierno, sfrenato materialismo, persino tra i non credenti. Si tratta, a ogni modo, di una spiritualità di stampo new age, che si esprime attraverso pratiche olistiche e meditative di ispirazione orientale (si pensi al sempre più gettonato yoga, allo shiatsu o all’esoterismo) il che conferma la ricerca del sacro e del divino a livello interiore, piuttosto che attraverso antichi riti religiosi considerati ormai obsoleti. Una spiritualità che però va contestualizzata nell’ambiente socio culturale e religioso, dal quale non può prescindere.

Appare chiaro, a questo punto, che in una realtà così variegata e confusa circa le proprie credenze sia molto difficile, se non impossibile, delineare un orizzonte ideologico ben definito. Dice Garelli:

il fatto è che i profili e i percorsi si mescolano. I giovani dello stesso orientamento non vivono separati, ma fanno parte degli stessi gruppi, si confrontano, accettando e rispettando la biodiversità religiosa. Ci sono atei incalliti e credenti granitici che si evitano; ma molti di più sono i giovani (credenti e non) attenti gli uni alle buone ragioni degli altri, delineando una possibile convivenza pur nella diversità degli orizzonti

Punti di vista lontani anni luce gli uni dagli altri, dunque; eppure, nonostante tutto, incredibilmente vicini.

(*) Dottoressa in Scienze della Comunicazione
Redazione Bioetica News Torino
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