I volti della sofferenza. Introduzione

di Giorgio Palestro
Preside Emerito Scuola di Medicina - Università degli Studi di Torino
Presidente del Centro Cattolico di Bioetica - Arcidiocesi di Torino

29 ottobre 2019
I volti della sofferenza. Introduzione

INDICE

I volti della sofferenza. Introduzione

I. Premesse
II. Il Telo
III. Le impronte corporee
IV. Sintesi
V. Conclusioni

 I. Premesse

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Prof. Giorgio PALESTRO, Preside Emerito della Scuola di Medicina  dell’Università degli Studi di Torino, Presidente del Centro Cattolico di Bioetica – Arcidiocesi Torino, Convegno I volti della sofferenza, Facoltà Teologica di Torino, 28 settembre 2019- Bioetica News Torino©D’Angelo

La lunga storia umana è radicata nel paradigma della sofferenza, stato psico-emozionale che si riverbera essenzialmente nell’espressione del volto.

Quando si pensa agli innumerevoli esempi di “volti della sofferenza” umana, viene subito in mente quello che è l’esempio storicamente e umanamente più sconvolgente, per il peso intrinseco che ha per noi cristiani, e cioè “il volto della sofferenza dell’Uomo della Sindone”.
Pertanto, è al ricordo di quell’evento che voglio dedicare la mia introduzione al tema di oggi.

Evento che ha le sue basi storiche nella narrazione dei Vangeli, ma che ha il suo riscontro nell’immagine del Sacro Telo. Ancora molti sostengono che assegnare la realtà dell’immagine sindonica a Gesù abbia solo un valore essenzialmente fideistico. Ma non è così! Non è così perché le conoscenze si sono così arricchite di dati storici, risultati scientifici, in particolare quelli prodotti da una sempre più sofisticata tecnologia che costituiscono prove ormai convincenti sull’identità dell’Uomo della Sindone, che solo una illogica ostinazione, o una preconcetta avversione, possono negare che la figura impressa nella Sindone appartenga a Gesù.
E grazie alle moderne conoscenze, i sindonologi sono diventati più esperti e più sicuri delle prove raccolte nel tempo.

Fra questi il dottor Luigi Malantrucco (radiologo: L’equivoco Sindone, p. 9) afferma che il dilemma che incombe sulla Sindone nel corso dei secoli, si condensa in una sola domanda e cioè:

si tratta di Immagine vera o falsa? Miracolo o autentico imbroglio? ⌈…⌉ fino ad arrivare ai tempi moderni nei quali si aggiungono i pregiudizi ideologici per i quali tutto ciò che non corrisponde a certi schemi filosofici, definiti “razionali”, non può esistere e quindi se esiste, o è sbagliato o è falso ⌈…⌉. Il conflitto viene improvvisamente riacceso dalle fotografie di Secondo Pia, che sul finire dell’ ’800 mettono in evidenza, in modo inconfutabile, la “diversità” dell’immagine sindonica da qualsiasi altra immagine e segnano altrettanti punti a favore della sua “verità”.

E così, con la scoperta della negatività delle impronte somatiche del corpo avvolto, la Sindone diventa oggetto di studio sul piano scientifico. Inizia dunque la cosiddetta “fase scientifica” della Sindone, perché è ragionevole e doveroso che gli scettici chiedano indagini, ricerche, verifiche; e la Chiesa, in quanto custode e responsabile sul piano religioso accetta le richieste del mondo scientifico.

Le indagini e le analisi rivolte a definire l’autenticità della Sindone poggiano essenzialmente su due categorie di elementi: le caratteristiche tessili del telo e dei materiali fossili ivi compresi e le impronte corporee impresse in esso.

Al Convegno I Volti della Sofferenza, Facoltà Teologica di Torino, alla tavola rotonda partecipano da sinistra i relatori: dr Ferdinando GARETTO, Medico oncologo palliativista; Monsignor Marco BRUNETTI Vescovo Diocesi di Alba e responsabile Pastorale della Salute CEP - Tutela dei Minori; Prof. Enrico LARGHERO Medico bioeticista e moderatore del convegno; dr Augusto CONSOLI Medico psichiatra - Bioetica News Torino

Convegno I Volti della Sofferenza, Facoltà Teologica di Torino. Alla tavola rotonda partecipano, da sinistra,  i relatori: dr Ferdinando GARETTO, Medico oncologo palliativista; Monsignor Marco BRUNETTI Vescovo Diocesi di Alba e Responsabile Pastorale della Salute CEP – Tutela dei Minori; Prof. Enrico LARGHERO Medico e bioeticista e moderatore del convegno; dr Augusto CONSOLI  Medico neuropsichiatra – Bioetica News Torino

 

II. Il Telo

Per quanto riguarda il primo punto, mi limiterò a ricordare soltanto alcuni dati essenziali:

a) la spigatura del tessuto del Telo, descritta “a spina di pesce”, riproduce una tipica tecnica diffusa ai tempi di Gesù nell’area siro-palestinese e già ben nota fin dal 3.400 a.C., come afferma il Prof. Franco Testore (professore di Tecnologia Tessile − Politecnico Torino; cit. da Emanuela Marinelli, La Sindone. Un’Immagine “impossibile”, p. 12).
Inoltre, il Telo è costituito da un cotone diffuso in Medio Oriente ai tempi di Gesù che indusse Gilbert Raes (direttore dell’Istituto Tecnologico Tessile − Università di Gand), a dedurre che la Sindone doveva essere stata realizzata in quei tempi.

Per quanto riguarda i materiali trovati nel telo

b) il prof. Baima Bollone nel suo libro, Sindone la prova (p. 128) afferma che «prelievi di superficie della Sindone eseguiti nelle sedi prerotulee, dove sono evidenti lesioni escoriative, hanno permesso di identificare tracce minerali di aragonite, compatibili con il terreno delle strade di Gerusalemme».
Il biologo e naturalista professor Max Frei, direttore del laboratorio scientifico della polizia di Zurigo, trovò nel Telo 58 specie di pollini di fiori, tre quarti dei quali erano esistiti solo nell’area della Palestina circa 20 secoli or sono (Marinelli, La Sindone cit., p. 26). Il che significa che la Sindone era stata a Gerusalemme prima di venire in Europa.
Da sottolineare che il Telo, a partire dal 1350 d.C. non è mai uscito dall’Europa e dunque il dottor Malantrucco si chiede, a ragione (L’equivoco cit., p. 15):

Se, come si afferma, il lenzuolo è stato manufatto intorno al 1300, chi vi ha sparso i pollini orientali? E a quale scopo lo ha fatto, visto che non aveva nessuna conoscenza né della loro costituzione microscopica, né della possibilità di poterne dimostrare la presenza, a distanza di molti secoli, con un mezzo così particolarmente sofisticato come un microscopio elettronico?

III. Le impronte corporee

Ma l’obiettivo più importante dell’analisi dell’immagine dell’Uomo della Sindone consiste nel riuscire a dimostrare che le impronte del volto umano sofferente dell’Uomo della Sindone appartengono al corpo sofferente di Gesù.
Il reperto fotografico ottenuto dall’avvocato Pia il 25 maggio 1898, fotografo molto esperto, per quanto dilettante, che dopo avere fotografato la Sindone, vide, inaspettatamente, comparire sulla lastra fotografica la presenza di un volto umano, in positivo, rivelando così che l’immagine della Sindone in realtà era un gigantesco negativo fotografico, è il primo sconvolgente e misterioso documento!

Seguirono poi altre assai numerose immagini fotografiche commissionate ad esperti come il cav. Giuseppe Enrie nel 1931 (su commissione vescovile) e il sindonologo Judica Cordiglia, Professore di Medicina Legale dell’Università di Milano nel 1969.

Tuttavia, per evidenziare la sofferenza del volto e del corpo di Gesù è necessario un minuzioso confronto delle lesioni visibili nel Telo con i testi evangelici nel linguaggio originale greco, onde evitare spicciole esegesi di molti esperti che finiscono per non tenere conto del rapporto tra le immagini e la narrazione evangelica la cui veridicità è garantita dall’autorità di Giovanni (Gv 19,35), dove è scritto: «E chi ha visto ha testimoniato e la sua testimonianza è vera, ed egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate». In questa analisi comparativa tra immagine sindonica e i testi evangelici, si sono cimentati i sindonologi più esperti e accreditati e ai quali farò riferimento.

Un’importante descrizione esegetica del volto dell’Uomo della Sindone ce la propone don Antonio Persili (Sulle tracce del Cristo Risorto, p. 199 e segg.) in cui rimarca i seguenti aspetti dell’immagine facciale della Sindone deducendone anche la genesi:

tutta la parte destra del volto è gonfia, tumefatta, distorta: il gonfiore inizia dallo zigomo, la cui tumefazione coinvolge anche l’occhio, che risulta semichiuso; sotto lo zigomo una striscia nera attraversa la guancia dal basso verso l’alto fino a raggiungere il naso che, in direzione della striscia nera, è estremamente gonfio e ha la cartilagine rotta; al di sotto della striscia nera, la parte inferiore della guancia è anch’essa tumefatta e il gonfiore si estende fino all’angolo della bocca, dalla quale fuoriesce un abbondante versamento di sangue, che si è raggrumato sui peli della barba. Questa vasta tumefazione,⌈…⌉ è stata prodotta da un’unica causa, riconoscibile in quella striscia nera,⌈…⌉ causata da un colpo di verga inferto da un individuo che si trovava sulla destra del percosso e che impugnava la verga con la mano sinistra.
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A sinistra il Professor Oreste AIME,  Docente di Filosofia della Religione, Filosofia Morale, Logica e filosofia del linguaggio alla Facoltà Teologica di Torino, mentre tiene  la conferenza sul tema «”Non togliere lo sguardo”. Il male e la sofferenza nella riflessione filosofica»; accanto il prof. Enrico LARGHERO, direttore scientifico Master in Bioetica Facoltà Teologica e moderatore del Convegno I Volti della Sofferenza – Bioetica News Torino

a) Tale deduzione ha un forte peso di verità perché è in pieno accordo con i Vangeli (Persili,  p. 201) Ecco che cosa risulta dal Vangelo di Giovanni (Gv  18,22): nella versione originale greca si parla di un colpo di verga (e non di uno schiaffo come nella versione tradotta in latino e in italiano infatti – sottolinea don Persili – la parola ràpisma significa percossa con una verga o con un bastone. E ancora: Gesù protestò (e questa è l’unica “protesta” del mite Gesù in tutta la lunga e dolorosa passione) dicendo: «Tì me déreis?»  (Gv 18,23), cioè «perché mi bastoni?» dove il verbo greco déro ha il significato di “cavare la pelle, scorticare”, il che non può essere prodotto da uno schiaffo, ma da un colpo di verga! (da déro viene derma).

b) (Persili, p. 291) La parola ràpisma viene usata anche nel Vangelo di Marco il quale nel descrivere i trattamenti riservati a Gesù dai soldati e dai servi del tempio aggiunge «i soldati⌈…⌉ con una canna gli battevano il capo» (Mc 15,19). Marco usa due verbi per descrivere quello che facevano alcuni e poi quello che fecero i servi: kolaphìzein, che significa dare schiaffi, mentre quando fa riferimento al trattamento più duro dei servi usa l’espressione ràpisma, cioè colpire con bastoni.
In sostanza, la lesione che appare sul lato destro del volto dell’Uomo raffigurato nella Sindone è in accordo con i racconti evangelici secondo i quali Gesù fu colpito al volto da un violento colpo di verga (Persili, p. 203).

c) Nel 1978 avviene una svolta importante: Il Prof. Giovanni Tamburelli (Ingegnere elettronico -Politecnico Torino), utilizzando l’analizzatore VP-8 costruì una immagine tridimensionale dell’Uomo della Sindone. In sostanza, l’immagine rivela l’esistenza di uno spazio tra il corpo e il lenzuolo. Si tratta di un reperto straordinario, infatti, applicando lo stesso procedimento a un dipinto o a una normale fotografia si ottenevano solo immagini deformate.
Inoltre, l’immagine evidenzia sulle palpebre due «piccoli rigonfiamenti che – come afferma il dott. Daniel Esparza (esperto in Storia dell’Arte) – non si adattavano ad alcuna particolarità morfologica». Il gesuita teologo americano padre Filas ritenne trattarsi con estrema verosimiglianza di monete, che, secondo il numismatico Agostino Sferrazza, sarebbero state coniate nel 29 d.C.
Nonostante la questione dei reperti numismatici sulle palpebre dell’Uomo della Sindone resti oggetto di dibattito, tuttavia, si sono ormai accumulate prove tecnologiche sofisticate e precise che rivelano anche tratti parziali di iscrizioni che dimostrano che si tratta di monete, deponendo quindi a favore della veridicità di tali reperti.

M BRUNETTI E PP DONADIO i volti della sofferenza 2019- 10 BNT

Monsignor Marco BRUNETTI Vescovo Diocesi di Alba e Responsabile Pastorale Salute CEP – Tutela dei Minori e il Prof. Pier Paolo DONADIO, Medico anestesista durante la pausa del Convegno I volti della sofferenza, Aula Magna Facoltà Teologica, Torino 28 settembre 2019 – Bioetica News Torino F D’Angelo

d) Il polso sinistro mostra una grossa macchia di sangue, conseguente a una grave ferita (Marinelli, p.18). La presenza di un rivolo di sangue lungo l’avambraccio destro indica che anche sul polso destro doveva esserci una ferita analoga, ferite provocate dai grossi chiodi della crocifissione. L’iconografia abituale, dal periodo bizantino a quello moderno, secondo cui i chiodi vengono riprodotti in corrispondenza del metacarpo e del metatarso, costituisce una rappresentazione insostenibile nella realtà, poiché, come ricorda il chirurgo Barbet (Giulio Ricci, L’Uomo della Sindone è Gesù. Diamo le prove, p. 46), una forza di trazione solo di 40 kg sul metacarpo e metatarso avrebbe determinato la fuoruscita del chiodo dalla mano e dal piede, per lacerazione dei tessuti. Inoltre, la mancanza delle impronte dei pollici, chiaramente dovuta alla loro flessione forzata contro il palmo della mano, che è riferibile alla lesione del nervo mediano, prodotta dal chiodo, dimostra che il chiodo stesso fu infisso nel carpo, all’altezza del cosiddetto spazio di Destot. È importante considerare, fra le sofferenze spaventose di Gesù, proprio quella prodotta dalla lesione del nervo mediano, la cui funzione motoria spiega la posizione coatta del pollice, mentre la sua funzione sensitiva causa un dolore lancinante “da mandare in delirio”, come ricorda Monsignor Ricci (L’Uomo della Sindone cit.).
Dunque, l’unica posizione possibile affinché i chiodi potessero sostenere il peso del Crocifisso è quella che corrisponde alle immagini sindoniche: in corrispondenza dell’area carpale negli arti superiori e tarsale in quelli inferiori.

e) La grossa ferita presente sul lato destro della cassa toracica, con asse longitudinale parallelo al decorso degli archi costali anteriori, è compatibile con una ferita inferta dalla punta di una lancia, come riportato dai Vangeli (Gv 19,31-37). Fotografie all’ultravioletto hanno evidenziato aloni di siero ai margini dei coaguli ematici e invisibili a occhio nudo (Marinelli, p. 32). non riproducibili di certo a es. con un pennello.

f) Gesù fu flagellato. La disposizione regolare e la direzione delle ferite da flagellazione indicano che il corpo dell’Uomo della Sindone è stato colpito con metodica regolarità in modo che non ci fosse parte del corpo non colpita ad eccezione della zona capo e del cuore (Persili, p. 204) per evitare l’insorgenza di una grave lesione pericardica (Ricci,  p. 35) verosimilmente mortale, che avrebbe dunque impedito di realizzare il programma di Pilato, il quale voleva infliggere una “severa” punizione per potere poi liberare Gesù (Lc 23,15,16, 22).

Infatti, Pilato, dopo avere interrogato Gesù ed essersi accertato della sua innocenza, comunicò questa sua intenzione ai giudei: «Io non trovo in lui nessuna colpa» (Gv 19,4). E con l’intenzione di liberarlo, decise di punire Gesù, con la flagellazione, non per punirlo di una colpa, perché era innocente, ma, come riferisce Marco solo per soddisfare la sete di invidia, dunque di vendetta e di sangue dei giudei contro Gesù (Mc 15,10), in realtà, con l’intenzione di salvarlo dalla crocifissione.

Luca (Lc  23,15,16,22) riferisce esplicitamente questa volontà di Pilato di volere liberare Gesù, dopo averlo punito: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò». Sappiamo come poi è andata a finire, ma questa era la volontà di Pilato.
Tutto questo significa non solo che la flagellazione fu eseguita ben prima della crocifissione, ma che il corpo era ben fermo e legato a una apposita colonna e i colpi appaiono quindi regolari (Persili, p. 204) − profetico il Salmo 128: «hanno reso il mio corpo come un campo arato, lunghi solchi hanno segnato ⌈…⌉.
Ma questo non era il rituale della flagellazione, che veniva praticata prima della crocifissione perché, secondo il Diritto penale Romano, i condannati alla crocifissione venivano flagellati soltanto durante il percorso dal tribunale al luogo del supplizio, oppure immediatamente prima della crocifissione (Persili, p. 204). Pertanto i colpi risultavano distribuiti in modo disordinato, cioè a casaccio nelle varie parti del corpo.

Quanto al numero dei colpi, è opinione di molti sindonologi che fosse superiore a 40, numero che, secondo il costume ebraico non doveva essere superato, secondo quanto prescritto nel Deuteronomio (Dt  25,3 cit. da Persili, p. 204).
Quindi, la flagellazione dell’Uomo della Sindone risulta essere avvenuta secondo il costume romano, che non prevedeva limitazione di colpi. Condizione che però avrebbe dovuto escludere il supplizio della crocifissione indicando quindi una infrazione sia alla volontà di Pilato, sia alle regole del Diritto Romano e che, nella storia delle crocifissioni si riscontra solo nell’Uomo della Sindone.

g) Nell’Uomo della Sindone (Persili, p. 206) si ravvisa inoltre un’anomalia ancora più grave rispetto alla procedura penale romana: la coronazione di spine. Non ne esistono altri esempi (Malantrucco, p. 16; Marinelli, op. cit.  v. foto coronazione spine; L. Schiatti, La Sindone,  p. 21).
I soldati condussero Gesù nel pretorio (cortile)  (Mt  27,27-30; Mc  15,16-20) cioè fuori dalla vista di Pilato. Allora, approfittando dell’assenza del capo, come ricorda Persili (p. 206): «Al termine della flagellazione ⌈…⌉ i soldati inscenarono una ignobile commedia. Misero addosso a Gesù ⌈…⌉ un mantello scarlatto di un centurione, intrecciarono una corona di spine e gliela misero sul capo; gli posero una canna nella destra e lo fecero sedere su un sedile di pietra».
Avevano dunque voluto deridere Gesù offrendogli farsescamente gli attributi di un re: trono, scettro, corona e manto; poi lo dileggiavano insultandolo, gli sputavano addosso, lo percuotevano sul capo, “Salve re dei giudei” (Mt  27,327-30; Mc 15,16-20). Questo comportamento costituiva una vera e propria licenza dei soldati, ma non rientrava nelle procedure abituali.
E l’Uomo della Sindone dovette subire anche questo anomalo trattamento, in stretta coincidenza con quanto avvenuto a Gesù.

Come descrive don Schiatti (p. 21) il capo dell’Uomo della Sindone mostra una costellazione di ferite con rivoli di sangue concentrati sulla nuca  mentre il volto ha meno colature di sangue come se fosse stato deterso prima della crocifissione. Secondo la tradizione (Persili, p. 207), durante il cammino di Gesù al Calvario, una donna pietosa e coraggiosa gli si avvicinò e gli deterse il volto con un telo su cui sarebbe rimasta l’impronta del volto. Fu chiamata Veronica: vera immagine (vera eikòna).

h) Infine: nei Vangeli non si parla mai di cadute di Gesù lungo la strada del Calvario, come invece mette in evidenza la tradizione della “Via Crucis”. L’Immagine mostra però due lesioni di tipo lacero-contuso, sull’apice del naso e sul ginocchio sinistro, compatibili con cadute e che in corrispondenza delle quali sono state trovate nelle indagini del 1978 evidenti residui di terriccio contenente tracce di aragonite, come quelle trovate nei piedi, il che dimostra, come afferma il dottor Malantrucco (p. 17), che: «le ferite sono state prodotte da impatto di queste regioni sul terreno».

i) Furono inoltre trovate tracce di nano-particelle biologiche di creatinina legate a particelle di ossido di ferro, legame che, come sostengono i ricercatori dell’Istituto Officina dei Materiali del Cnr di Trieste e dell’Istituto cristallografico del Cnr di Bari, si formerebbe nell’organismo umano in seguito a gravi politraumatismi. È un’altra prova che l’Uomo della Sindone è stato sottoposto a pesanti torture prima di una morte cruenta.
Questi dati, rivisti in estrema sintesi rispetto al numero e alla complessità degli studi fatti sul Telo sindonico costituiscono fortissimi indizi che, nel loro complesso, forniscono una prova, difficilmente contestabile, che la tela della Sindone risale al tempo e all’area dove era vissuto Gesù.

IV. Sintesi

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Aula Magna. Facoltà Teologia di Torino: partecipanti al Convegno I volti della sofferenza, 28 settembre 2019 – Bioetica News Torino F. D’Angelo

Esistono sostanziali punti in comune tra l’Uomo della Sindone e Gesù: «sono almeno sette le “coincidenze” – ricorda don Lamberto Schiatti (p. 19) – tra i racconti del Vangelo e l’immagine sindonica»: la flagellazione; la coronazione di spine; il carico del patibolo; la crocifissione con chiodi dei polsi e dei piedi; la sospensione a un patibolo; la trafittura al costato; la sepoltura al tempo di Pilato e di Tiberio.

L’Uomo della Sindone e Gesù sono accomunati dall’aver sofferto due tormenti come la flagellazione e la coronazione di spine. Flagellazione che, come già detto, non avveniva in quel modo. Inoltre, come fu dimostrato, in nessun caso veniva posta sul capo una corona di spine, per quanto risulta dalla storia, dalla tradizione e dall’archeologia e dalla procedura penale dell’epoca.

L’Uomo della Sindone ha portato sulle spalle il patibolo, come testimoniano le due ferite contusive sulla scapola destra e l’altra, più in basso, sotto la scapola sinistra e come descritto nei racconti evangelici, e non l’intera croce, perché sarebbe stato impossibile per l’eccessivo peso. Per cui la frase “portare la croce” degli evangelisti, è una figura retorica come la sineddoche: cioè nominare il tutto invece di una parte.

L’aspetto cruciale rimane comunque il meccanismo della morte di Gesù. La ferita indotta dal colpo di lancia alla destra del torace da cui uscì, come riporta Giovanni (19,34) “sangue e acqua”, indica come più credibile, fra le molte ipotesi sulla morte di Gesù, quella di un emopericardio con conseguente tamponamento cardiaco (Malantrucco, p. 43; Ricci p. 57) e morte rapida. Bisogna quindi presupporre l’esistenza di un infarto miocardico con conseguente rottura del cuore. Condizione che si verifica per la rapida evoluzione malacica dell’area necrotica cardiaca in caso di infarto esteso. Come è noto, un gravissimo stress psico-fisico può accelerare fortemente la rottura malacica del cuore, che, anziché verificarsi, come più spesso, verso la fine della prima settimana, può svilupparsi dopo sole 46- 48 ore o anche 24 ore dall’evento infartuale, come posso testimoniare personalmente nella mia lunga pratica professionale di patologo.

C DI MEZZA E A CONSOLI I volti della sofferenza F 17 BNT

Prof.ssa Clara DI MEZZA (relatrice) Teologo morale, Docente presso la Facoltà Teologica di Torino, e il Dr Augusto CONSOLI (relatore) Medico neuropsichiatra, al Convegno I volti della sofferenza – Bioetica News Torino F. D’Angelo

Possiamo quindi dedurre anche la patogenesi: l’episodio dell’ematoidrosi di Gesù nel Getsemani descritto da Luca (22,39-46) è stato la conseguenza di un rarissimo e gravissimo stress psico-fisico, come descritto in letteratura (E. Conti: Osservatorio malattie rare, 1917) la cui violenta sofferenza è stata ragionevolmente la causa di un infarto transmurale. Peraltro, non si può escludere l’effetto di un trauma toracico!
Come sostiene Malantrucco (p. 86) «Nel caso di un episodio di simile violenza, prolungato nel tempo, può avvenire di tutto: anche uno spasmo coronarico così prolungato da innescare un processo infartuale». «L’anima mia è triste fino alla morte» (Mt  26,38; Mc 14,34)  «cominciò a essere preso da terrore espavento (Mc 14,33) «Padre mio, se è possibile passi da me questo calice» (Mt  26,39, Mc 14,36).
Queste sono le espressioni terrificanti del dolore estremo che Gesù sta soffrendo e che giustifica lo stress psichico tremendo e fisicamente destruente.

Considerando il significato psico-fisico di queste agghiaccianti espressioni, mi pare importante sottolineare anche un altro aspetto della sofferenza umana di Gesù, che non è soltanto quella terrificante attestata dall’analisi dell’immagine sindonica. Infatti, per lunghi secoli è mancata una riflessione sulla psicologia e la personalità di Gesù; i pochi esempi sono del secolo scorso, come afferma il dott Malantrucco (p. 91-93):

L’immagine umana di Gesù che ne viene fuori è quella di un uomo continuamente soggetto a tutte le reazioni emotive proprie dell’umanità, ma ad un livello di sensibilità molto superiore al normale⌈…⌉ Il fatto di dover porre l’attenzione su episodi specifici (l’insieme degli episodi emblematici: i miracoli, le parabole, i suoi discorsi…) ci distoglie un poco dagli aspetti del viver quotidiano di un uomo, per cui la figura di Gesù viene in un certo senso idealizzata.

Ma Gesù non è un robot: è uomo completo pur nella sostanza divina. Nella realtà, Gesù viveva quotidianamente in continua sollecitazione psicologica ed emotiva, con tensioni interiori (Idem, p. 91) «rese più pesanti dalla sua raffinata sensibilità di uomo perfetto e totale! ⌈…⌉ ben superiore a quella di ogni comune uomo» e le viveva nella pienezza della sua umanità. I Vangeli ci offrono numerosissimi episodi che non possono non avere suscitato tensioni quotidiane: dalla tentazione nel deserto, alla cacciata dei profanatori nel Tempio, alle frequenti e aspre invettive contro i farisei, alla necessità di sfuggire ai rischi di aggressione con l’intento di eliminarlo vissuti ogni giorno, come testimoniano i Vangeli, alla angosciosa e continua persecuzione mentale della prospettiva dell’avvicinarsi della Passione. Nell’interpretare l’aggressiva risposta data da Gesù alla Madre durante le nozze di Cana («Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora») (Gv 2,1-11) , è importante considerare l’autorevole parere del prof. Antonelli, nella sua relazione al Convegno di Medicina e Morale del 1078 (cit. da Malantrucco,  p. 91) che così commenta: «A Cana Gesù prova l’angoscia: sta per abbandonare la tranquillità di una vita privata, per iniziare una vita pubblica che si concluderà con il dramma del Golgota».

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Facoltà Teologica, partecipanti al Convegno I volti della sofferenza, sala adiacente all’Aula Magna in cui l’evento si è tenuto – Bioetica News Torino – F. D’Angelo

Il grande psicologo prof. Marco Marchesan (Mentalità e carattere di Gesù e Maria, p.92) scrive a proposito di Gesù: «In conseguenza dell’ipersensibilità massima, le reazioni interiorizzate conseguenti alle offese ricevute sono di dolorosità acutissima ⌈…⌉ con intensità massima nelle varie forme dell’ansia, dell’angoscia, della depressione e della disperazione ⌈…⌉ la (sua) personalità è costretta ad una lotta terribile contro le proprie paure, i propri avvilimenti le proprie disperazioni».
Dunque, anche lo stato psico-emotivo di Gesù e la conseguente sofferenza si sarà certamente riverberata sul suo “Volto” prima ancora della sua deformazione traumatica, indotta dall’indicibile sofferenza della passione.

V. Conclusioni

Il raffronto tra i Vangeli e i reperti medici presenti nel Telo sindonico offre  prove sostanziali per ritenere che il “volto sofferente” dell’Uomo della Sindone sia quello di Gesù e rende quindi speciosa e inaccettabile ogni altra interpretazione alternativa.
In sostanza, la crocifissione di Gesù e quella dell’Uomo della Sindone dicono, dunque, che si tratta della stessa crocifissione, la prima descritta con le parole, la seconda avallata dalla figurazione.

Non mancano, infine, le ragioni per ritenere che durante il periodo della vita pubblica di Gesù si manifesti sul suo volto uno stato, che possiamo definire, di permanente sofferenza, dovuto a una condizione di fortissima e continua pressione psico-emotiva, che precede la sofferenza più terrificante, soprattutto fisica, del martirio del suo ultimo tratto di vita.

Giorgio Palestro
Preside Emerito Scuola di Medicina - Università degli Studi di Torino
Presidente del Centro Cattolico di Bioetica - Arcidiocesi di Torino
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