«Il corpo “strapazzato”: anoressia, bulimia e cutting nell’adolescenza»

di Enrica M. Fusaro *
pubblicato il 26 giugno 2017
«Il corpo “strapazzato”: anoressia, bulimia e cutting nell’adolescenza»
Corpo e inconscio

Il corpo per ogni persona esiste da sempre, esiste prima della coscienza che inizia ad avere i suoi albori intorno ai 2, 3 anni di vita. Prima del linguaggio verbale non sembra si sviluppi nella mente una consapevolezza: si formano delle rappresentazioni, si fissano delle impressioni, ma solo il corpo custodisce fin dalla nascita le emozioni, il sentire che accompagna ogni esperienza. Nel corso della vita il corpo verrà a costituire lo strumento principale attraverso cui le persone si conoscono, essendo la prima immagine che ci si forma degli altri, ma anche il luogo dell’espressione più intima della esperienza affettiva e sessuale. Alfred Adler, allievo del fondatore della psicoanalisi Sigmund Freud, si accorse fin dall’inizio dei suoi studi della centralità del corpo sia nelle relazioni, sia nel recepire ed esprimere lo stato di benessere o malessere della persona: si può dire quindi, che il corpo e l’inconscio, tutto ciò che ogni soggetto ha vissuto ed esperito nella vita, coincidano.

Come si sviluppa il rapporto tra la persona ed il proprio corpo?

Nell’infanzia il corpo è l’unico strumento con cui il bambino, il neonato, entra in comunicazione con il corpo della madre: permette il contatto, trasmette il calore e la sicurezza o l’insicurezza o l’ansia della madre. Via via l’apparato fisiologico e neurologico maturano e il bambino comincia a sviluppare delle piccole autonomie che tendono a separarlo dal corpo materno. Il bambino cerca progressivamente di distinguersi dalla mamma attraverso delle azioni che sono affermative, si potrebbe dire “aggressive”, volte a consolidare il Sé: gli aspetti affettivi portano a fondersi, mentre l’aggressività, l’autonomia, spingono verso la distinzione. Su questi due piani, fondersi e distinguersi, si gioca l’evoluzione di tutta la capacità di stare in relazione.

Dimensione relazionale: esperienza del nutrimento

All’interno di questo processo, un aspetto fondamentale di relazione è costituito dall’esperienza del nutrimento, una prima dimensione relazionale che si sviluppa con ripetizione, con costanza, in una dinamica fortemente dipendente. Le cure igieniche sono presenti già da subito, ma nel momento del nutrimento il bambino per quanto piccolo, è già in qualche modo attivo in risposta a quello che la mamma gli offre e al modo con cui questa si approccia a lui e lo accudisce. Il nutrimento connesso all’accudimento è una esperienza che porta con sé molte sfaccettature e molti significati: il piacere del cibo, la sua digeribilità, il ritmo nel nutrimento, le ansie della madre di fronte ai rifiuti del bambino.
Anna Freud ha sottolineato il legame tra il piacere del nutrimento e i conflitti che si possono generare con la figura materna: il bambino che rifiuta il cibo, il bambino che non vuole “quel” cibo, ad esempio, durante lo svezzamento. Tutto ciò è legato anche al piacere che la madre prova verso il cibo o all’ansia verso la crescita del figlio, nella ricerca di segnali che confermino che è una “buona” madre.

Il nutrimento all’inizio si attua attraverso l’azione del succhiare, ma dopo alcuni mesi, si trasforma nell’esperienza del mordere, del masticare, con le sue implicazioni aggressive. Queste prime esperienze di relazione secondo John Bolwbycostituiscono il fondamento di ogni relazione successiva, costituendo un modello di “attaccamento”, un modo di stare insieme, che caratterizzerà le relazioni successive: fiducia, accessibilità, sicurezza o al contrario, sospetto, instabilità, paura diventano qualità che connoteranno le esperienze affettive negli anni a venire, costituendo la rappresentazione originaria del rapporto tra Sé e il mondo. L’alimentazione nel corso della vita progredisce diventando da una prima risposta al bisogno della fame, un evento simbolico ricco di molti significati affettivi, relazionali, sociali: si pensi al significato che il cibo assume nelle diverse culture, come momento di incontro, condivisione, comunicazione. Il cibo mette in gioco significati intimi, che concernono sia la cura, l’accudimento, sia il controllo, il potere: attraverso il rifiuto del cibo ad esempio, il bambino si impone, attiva sentimenti complessi nella madre, riuscendo a modificare anche gli stati d’animo di tutta la famiglia.

Che cosa accade nell’adolescenza?

Con la pubertà, la maturazione fisica che modifica il corpo in modo rapido, disarmonico, la base dell’identità del ragazzino e della ragazzina è messa in discussione, per le trasformazioni e per lo spostamento dell’attenzione sul corpo come luogo della sessualità. La maturazione cognitiva e sessuale spinge il preadolescente verso la società, verso i modelli sociali proposti, verso i ruoli maschili e femminili. Il compito dell’adolescenza sarà quello di trovare un’armonia tra i modelli che ha vissuto, che ha introiettato nella famiglia con le spinte personali che avverte, per arrivare a una integrazione con ciò che propone la società, il gruppo dei pari, per arrivare a costituire il proprio Sé definitivo.

Distorsione dell’immagine del corpo e il rapporto disarmonico che si produce

Una importanza fondamentale assume l’immagine del corpo: l’immagine assorbe tutti gli investimenti dinamici, aggressivi, funzionali. “Piacersi” e “piacere” per un lungo periodo, diventa lo scopo più importante della vita, sia per ridare forza alla propria identità, sia per le pressioni del gruppo dei pari e della società che esalta il culto della perfezione estetica. Il corpo però, cresce lungo la propria linea genetica e l’adolescente si trova a dover costruire un modo positivo di rapportarsi con il proprio corpo. In questa fase, tra i problemi che si possono manifestare, la distorsione dell’immagine del corpo e il rapporto disarmonico che si produce, aprono un ampio spazio ai disturbi dell’alimentazione, chiamati anoressia e bulimia.

Personalità anoressica

L’anoressia una volta era un fenomeno tipicamente femminile, mentre oggi pervade anche i maschi: nasce inizialmente come ricerca di un corpo migliore, come esigenza di dieta, ma può diventare un problema grave nella misura in cui attiva una ossessione: l’adolescente inizia ad assumere un numero di calorie inferiori a quelle che sono necessarie al suo momento evolutivo, comincia a manifestare ansie particolari rispetto all’aumento del peso o a una certa disarmonia del corpo, fino a manifestare delle vere e proprie alterazioni del modo con cui viene vissuto il corpo. Dal piacere di perdere qualche etto si può velocemente passare all’obiettivo non tanto di migliorare l’immagine, quanto di “controllare” il cibo e il corpo, slegandosi sempre più dalla percezione reale del peso e del corpo stesso. Talvolta il controllo del cibo si associa a delle condotte di eliminazione, tramite sostanze lassative, piuttosto che a forme più estreme di consumo delle calorie; al processo di eliminazione si aggiunge il significato simbolico di purificare il corpo stesso, eliminare tutto il negativo che potrebbe contenere, fino a renderlo puro, etereo, quasi angelico.

La personalità anoressica inizia a manifestare una rigida autodisciplina, trova piacere nel riuscire a controllare il proprio desiderio di fame, assume un senso di potenza e onnipotenza incidendo sui processi biologici. Molto spesso questi comportamenti diventano ossessivi e compulsivi, essendo oramai un’idea fissa che si ripete a prescindere dalle circostanze esterne, collegate al cibo. Molte anoressiche collezionano ricette oppure fanno la spesa per i familiari e gli impongono i cibi che vogliono loro, oppure accumulano cibo, ma non lo consumano.
Secondo la teoria dell’attaccamento l’anoressia rivela una disfunzione nel rapporto madre-bambino, una conflittualità relazionale che viene spostata sul cibo.

Altro disturbo di condotta: la bulimia

La bulimia invece, è il ricorso frequente all’abbuffata, è la perdita del controllo e il bisogno di riempirsi come per riempire un vuoto interiore. Spesso la quantità del cibo o la sua natura zuccherina caratterizzano una voracità nell’ingoiare, che viene, dopo, riportata sotto controllo provocandosi il vomito oppure utilizzando dei lassativi o dei diuretici. La perdita di controllo spesso è accompagnata da una perdita dell’autostima: la persona bulimica si arrabbia con se stessa, perché non vede il miglioramento del proprio corpo.

Anoressia e bulimia costituiscono disturbi della condotta che si manifestano insieme o separatamente. La compresenza o meno delle due condotte è un indicatore della gravità del disturbo: laddove si alternano anoressia e bulimia la situazione è meno grave, perché l’interesse viene mantenuto e orientato sul corpo, sul raggiungimento di un certo peso o di una certa immagine. Quando l’anoressia si manifesta da sola e soprattutto prende la forma del controllo sulla fame, ci si trova di fronte ad una situazione più grave, perché è minacciata la visione autentica del corpo, aumenta il bisogno di potere e l’adolescente inizia a perdere contatto con il mondo reale. Il corpo diventa un antagonista; si annienta il piacere di rendere desiderabile il proprio corpo, anzi si cerca proprio di togliere al corpo ogni gradevolezza, rendendolo asessuato. Il corpo ingombra, l’adolescente tende ad una dimensione di pura immaterialità, sotto la spinta di un rigore normativo potente: nella personalità anoressica le energie sembrano infinite e non si osserva quasi mai, anche nelle fasi avanzate, una diminuzione delle attività, sia di studio, sia fisiche in senso stretto.

Che cosa fare?

Aiutare una persona anoressica è un compito difficile, che impegna innanzitutto la famiglia ed in seconda battuta la rete di relazioni che la circondano. La complessità ha due caratteristiche: da un lato la personalità è poco disponibile a farsi curare, negando il problema, dall’altro il comportamento genera in chi vive vicino una forte angoscia, un senso di impotenza e disperazione. I familiari spesso ricorrono ad aiuti psicoterapeutici e medici. I compagni di scuola, gli insegnanti vengono anch’essi colpiti dall’assistere al lento processo di svuotamento del corpo. C’è chi si difende raccontandosi che non è un proprio problema, ma di fatto il senso di morte che aleggia intorno alla personalità anoressica suscita a volte angoscia, a volte rabbia o altri sentimenti ancora. Un aiuto che gli insegnanti potrebbero offrire ai coetanei in classe è quello di spiegare la natura della difficoltà, rassicurare sulle strade di cura, riconoscere la complessità dei sentimenti che si possono provare, evitare emulazioni o semplici imitazioni.

Di fronte alla personalità bulimica si aprono più strade di aiuto, perché emergono bisogni di colmare la propria ansia, un senso di vuoto o la volontà di migliorare il corpo, di arrivare a un’immagine di sé più gradevole. C’è il desiderio in queste persone di migliorare la propria immagine, non c’è la dispercezione del proprio corpo: sentirsi accettati, cogliere un ambiente meno competitivo, sentire valorizzate le qualità personali e non solo fisiche, sono tutti aspetti che aiutano la persona a riacquistare fiducia, abbandonando l’ossessione di non piacere. L’insegnante può cogliere l’emarginazione che vive la persona bulimica ed incoraggiare le relazioni, educando il gruppo ad una accettazione positiva delle risorse di ciascuno.

Un altro fenomeno di attacco al corpo è costituito dal cutting

È questo un comportamento  tipicamente adolescenziale tagliarsi, incidere, disegnare il corpo. Ha la caratteristica di essere sia un fenomeno personale, individuale, sia un fenomeno collettivo o più correttamente, culturalmente approvato. Viene classificato nelle forme superficiali dell’autolesionismo. Si possono esaminare le forme più lievi, su cui è possibile intervenire anche nel gruppo classe. Il fenomeno del cutting di solito si manifesta nella preadolescenza; tendenzialmente ha dei periodi circoscritti di durata, però sono periodi molto intensi e sono periodi accompagnati anche dalla condivisione sociale. Il taglio o la lesione che producono diventa qualcosa che si può condividere tramite i social, come se si volesse da un lato manifestare il disagio, dall’altro, proprio in ragione di questi aspetti un po’ ritualizzare, si volesse sentire l’appartenenza a una tipologia di gruppo costituito, tipo gli emu o altri gruppi di identificazione. Sono gruppi che hanno delle pratiche condivise che sono più o meno codificate.

Significati del taglio

Molto spesso il significato del taglio è un significato che è collegato al rapporto con il corpo, più che alla manifestazione della pelle in senso stretto: un conto infatti, è l’incisione che vuole essere una sorta di segno, che funziona come un tatuaggio (imprimere in modo definitivo il ricordo ad esempio di un’esperienza particolare), un conto è il taglio in relazione a qualcosa di intrapsichico, qualcosa che spinge la persona a utilizzare il corpo, anche come un elemento di confine rispetto al proprio dolore.
Molto spesso la pratica del cutting è associata a dei momenti di particolare trauma o dolore che possono essere molto intensi: quando raggiungono dei livelli d’angoscia elevati, il taglio, il dolore che si produce incidendosi risveglia, sposta la sofferenza psicologica verso una sofferenza fisica, placando così l’angoscia. Altre volte tagliarsi è un modo attraverso cui personalità poco definite, che si sono percepite insignificanti nella relazione con la madre o con le figure di attaccamento, unificano, avvertono tramite il dolore la presenza di un Sé definito, unificato dal dolore. Si materializza il confine corporeo tra Sé e il mondo, attraverso la percezione del dolore fisico. Altre volte ancora contiene una forma punitiva rispetto a idee di negatività, di colpa, dell’essere sbagliati.
Nei processi dell’infanzia dopo la fase del nutrimento, la fase orale, si manifesta un periodo importante, la fase anale, caratterizzato dal controllo sfinterico introno a cui si gioca la tematica dell’igiene, dell’autonomia, la tematica del positivo e del negativo, del buono e del cattivo. Difficoltà maturate in questo periodo, trovano nella preadolescenza una debolezza nella persona o una tendenza alla scissione, a percepirsi ad esempio, solo negativi, ricorrendo quindi, alla ricerca del dolore nelle diverse accezioni evidenziate. Si avverte, in sintesi, la complessità del periodo della pubertà e dell’adolescenza in cui si riattivano “fantasmi” originati nell’infanzia che, nell’apertura al mondo esterno alla famiglia e nel bisogno di assumere in forma definitiva la propria personalità, possono minacciare lo sviluppo armonico del Sé ed il piacere di relazionarsi via via in modo autonomo.


Bibliografia

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(*) Formatrice e docente Scuola Adleriana di Psicoterapia
Psicoterapeuta, didatta SIPI
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