Il dono dell’ospitalità

di Teresa Audasso *
pubblicato il 4 dicembre 2012
Il dono dell’ospitalità

Benché l’immagine del presepe abbia un significato particolarmente evocativo per la fede cattolica, l’universalità del valore di donare non è solo parte integrante della cultura cristiana, ma appartiene a qualsiasi credo religioso, a qualsiasi visione del mondo e delle cose.

Il presepe rappresenta infatti il valore del dono che lega fra loro generazioni in un passaggio ideale. I Magi infatti, che la tradizione indica come sapienti astronomi venuti da Oriente, rappresentano anche le tre età dell’uomo e i vari popoli della terra che offrono oro, incenso e mirra per omaggiare la sacralità dell’infanzia innocente e indifesa che Gesù Bambino rappresenta.

Risuona ancora nella nostra memoria, nella notte americana per la rielezione del presidente Obama, il suo discorso di ringraziamento invitante a una nuova definizione di popolo che cammina insieme, che non lascia indietro nessuno, che trae la sua forza dal restare uniti.

Mai come in quest’epoca di crisi economica globale lo scontro generazionale pare acuirsi in una sorta di sfida tra l’impossibilità delle nuove generazioni di ricevere il testimone da chi li ha preceduti e la fatica, per chi ha già intrapreso gran parte del suo cammino di vita, di poter lasciare il passo alle nuove leve.

Ma anche al di fuori del mondo del lavoro, si stenta ormai a riconoscere nel meccanismo del “risarcimento generazionale”, ossia nella capacità dei singoli di restituire al consorzio civile e alla propria famiglia l’investimento umano ed educativo fatto nei loro confronti, un legittimo collante sociale che unisce le diverse età della vita.

Il filo di questo discorso ci viene suggerito non solo dalla riflessione sull’etica dell’allocazione delle risorse e sulle dinamiche dell’invecchiamento della nostra società, ma anche dall’etimologia stessa della parola ospitalità.

Nonostante il termine latino «hospes» in senso classico voglia dire nemico, il significato primitivo della nozione «hostis» è quello di uguaglianza per compenso: è «hostis» colui che compensa il “dono “ con un “contro-dono”.

L’etimologia sembra quindi suggerirci che alla radice dell’ospitalità c’è il senso del dono, del muto scambio di accoglienza. Dove il primo ospite non può che essere la persona, nella sua integrità e nella centralità del suo ruolo. L’incontro con l’altro si sviluppa solo a patto di rinunciare a i propri egoismi per far spazio a punti di vista diversi, al riconoscimento di bisogni e istanze differenti dalle nostre, ma che sanno suscitare così un’idea di comunità nella quale convergono risposte comuni di benessere e realizzazione personale.

Questa sollecitudine al bene affettivo, economico e sociale della persona si riflette anche sulla pratica della cura di chi soffre, di chi è malato. Si tratta di una propensione alla presa in carico di chi è fragile e che richiede nel tempo della malattia, di affiancarsi in un cammino che coinvolge non solo il malato, ma anche i suoi familiari.

Cammino spesso faticoso, perché foriero di battaglie contro malattie non sempre guaribili, molto spesso con esiti invalidanti, che mettono in discussione la responsabilità di una società nel non lasciare ai margini chi non è produttivo, chi fa fatica e soffre. Ecco un altro regalo che ci offre l’apertura all’altro: un’etica della responsabilità che non può tirarsi indietro dinanzi a una definizione di persona che va accolta a prescindere da qualunque considerazione, anche solo per il suo valore ontologico che ci spinge a riconoscere nell’altro noi stessi.

In gioco c’è la possibilità di veicolare un’idea di società che passi dal semplice “stare insieme” a quella di “essere per l’altro”, implicante quindi il dovere pedagogico di trasmettere alle future generazioni una costruzione identitaria che coinvolge gli altri, che reciprocamente invita tutti alla responsabilità di  favorire il dialogo e l’accoglienza. Una sorta di narrazione comunitaria che riconosce come le nostre singole storie umane sono intrecciate ed attraversate dal destino e dalla presenza del prossimo.

Tutto il mondo del volontariato è in fondo testimonianza che non stiamo parlando solo di belle intenzioni: si tratta invece di offrire concretamente il proprio contributo per una cultura della reciprocità e della gratuità.

Una sollecitudine ad occuparsi del prossimo che diventa un’istanza di giustizia e di riscatto sociale quando lo sguardo viene allargato allo scenario internazionale, ai paesi in via di sviluppo e ai popoli che ancora soffrono per l’impossibilità di vedere riconosciuti i loro inalienabili diritti individuali.

Tali diritti hanno infatti anche loro bisogno di trovare ospitalità, di essere accolti nella loro dimensione globale come strumenti favorenti un ‘idea di uomo che lotta perché, ciò che non viene garantito a tutti, in un certo senso viene negato anche a noi .

È il riconoscimento che i valori universali di libertà, di giustizia, di autodeterminazione sono alimentati dall’impegno comune di vederli rispettati per tutti, in ogni tempo e in ogni luogo.

Si tratta del principio di solidarietà che fa spesso fatica a trovare dimora nei discorsi politici, negli impegni governativi e nella riflessione di una società , che spinta dalla crisi economica, pare sempre più piegata sugli interessi dei singoli piuttosto che sul benessere collettivo.

Sollecitudine, giustizia, responsabilità sono pilastri necessari all’umanizzazione di una società che muove i suoi passi verso un orizzonte valoriale messo sempre più in discussione dalle scoperte del  progresso e della ricerca scientifica, che rischia di avere da una parte l’opportunità di manipolare la vita ma dall’altra di perderne il senso e l’essenza ultima. Così come l’individualismo diventa una chiave di lettura che mette contro vecchie e nuove generazioni, che pone paletti tra i privilegiati e chi non lo è , che lascia indietro i più deboli.

Per questo il viaggio dei Magi ci appare precursore di una ricerca di senso e di significato, che trova come sua destinazione la provocazione di ciò che è piccolo, umile, fragile, ma portatore di un messaggio universale di speranza e di riscatto.

Non a caso a far posto nella mangiatoia e a dare ospitalità a chi è stato respinto, sono le semplici figure dei pastori, che vivono la condivisione del poco che hanno, che lottano con sacrificio per una quotidianità di stenti, ma che sanno riconoscere in quell’inerme bambino il segno prodigioso della vita che si rinnova e del comune destino dell’uomo.

La stella cometa invita tutti a ritrovare la strada maestra verso un senso dell’ospitalità e dell’accoglienza, che lasciando aperte le porte del dialogo e della condivisione, riesca a difendere e promuovere in ogni età della vita il valore e la centralità della persona umana.

(*) Dott.ssa Teresa Audasso
Responsabile Ufficio Medicina Preventiva
Presidio Ospedaliero Riabilitativo «Beata Vergine della Consolata»
Fatebenefratelli di San Maurizio Canavese
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