Il dopo COVID-19, narrare per conservare ed imparare

di Piero Bottino
Medico geriatra e counsellor sistemico
16 maggio 2020
Il dopo COVID-19, narrare per conservare ed imparare
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Piero BOTTINO ©BOTTINO

Per cominciare a immaginare una vita “dopo” il Covid, mentre ancora l’epidemia è in corso, seppure in riduzione, ritengo sia ora indispensabile riflettere su di una vita “con” il virus. Ci aspettano mesi di convivenza con un nuovo modo di gestire la quotidianità, il lavoro, la scuola, le relazioni sociali, familiari e amicali.

L’impatto della diffusione del virus

Molti paragonano l’epidemia ad uno tsunami, ad una “grande onda” che si è abbattuta sulle nostre vite.

Di solito lo tsunami arriva, più o meno annunciato dai vari servizi di sorveglianza, dopo un terremoto.

Il terremoto è avvenuto, nella nostra metafora, in Cina e i servizi di sorveglianza hanno dato notizie in ordine sparso. L’onda si è propagata, ha colpito l’Italia e poi quasi tutti gli stati. Qualcuno è stato più rapido e cauto nel cogliere i segnali. Altri si sono concentrati sulle conseguenze economiche, altri ancora deridendo l’Italia e la sua “nota” volontà di esagerare.

Ma l’onda, del tutto indifferente, ha continuato ad avanzare. E allora si è scatenato il “si salvi chi può”. Quando l’onda arriva si scappa, si cercano luoghi in alto, al sicuro. Molti riescono a fuggire, altri non ce la fanno e sono travolti.

La resilienza

Noi siamo fuggiti negli ospedali, nelle terapie intensive, nelle RSA, chiusi nelle case. Ma l’onda è stata davvero alta e potente. Abbiamo reagito, creando nuove strutture di ricovero, cercando medici, infermieri e operatori che rinforzassero le carenze. Abbiamo dimenticato molti, perso altri.

Ma poi l’onda (tutte le onde lo fanno) ad un certo punto perde potenza, comincia a rallentare e poi si ferma. Chi scappa verso l’alto non sente più il rumore della distruzione, si volta, guarda cosa è rimasto.

Una ferita non ancora emarginata dove fa capolino la speranza

Noi stiamo per voltarci e guardare.

Di solito rimane poco di ciò che ricordavamo. Una spianata di detriti e di rovine. Ma poi, guardando meglio, in mezzo alle rovine qualcosa si muove. Si comincia a pensare di ricostruire.

Credo che proprio in questo momento, quando si ha la possibilità di ripartire, si giochi gran parte del prossimo futuro.

L’epidemia, sull’onda della solidarietà e dell’emergenza, ci ha fatto capire che si può vivere anche in altri modi. Si può, ad esempio, fare a meno di molte cose che si pensavano indispensabili. Si può vivere insieme, condividere spazi anche piccoli in famiglia. Si può aiutare il vicino che non riesce a fare la spesa, si può stare in coda (la coda, per gli italiani, è sempre stata un tabù) come bravi anglosassoni.

Ma, d’altro canto, non poter più comprare liberamente nei negozi, andare a cena con gli amici, rinfrescare il taglio di capelli, ha significato l’immediata cessazione di attività di lavoro, e quindi di sostentamento, per tantissime famiglie. La disperazione economica è grandissima per chi vive di attività che prevedono il contatto sociale.

La tempesta crea e distrugge.

Come vivremo? Cosa abbiamo imparato?

Penso che, innanzitutto, dovremmo vivere ricordandoci degli altri.

Dall’esperienza si è appreso…

In una società come la nostra, iperconnessa ma nello stesso tempo estremamente individualista, di colpo siamo stati costretti, nel bene e nel male, a rivolgerci ad altre persone.

Per sopravvivere:  e allora è scomparsa la malasanità e sono nati infermieri e medici eroi, che, rischiano e perdono la vita per salvare quella dei pazienti.

Per mangiare:  e allora chi fa consegne a domicilio diventa categoria indispensabile;  le cassiere e i trasportatori sono figure essenziali della nostra quotidianità.

Per mantenere la scuola e la formazione  con professori che, a qualunque età, diventano esperti di video lezioni, piattaforme ecc.

Per mantenere amicizie e affetti con gli schermi di qualunque forma e dimensione che diventano angoli di chiacchiere, confessioni, sorrisi o pianti. Chi si ricorda più di quando criticavamo i social!

Le forze dell’ordine sono una presenza vitale per mantenere le regole sociali.

Ma l’altro (gli altri intorno a noi) può anche essere fonte di contagio e pericolo. E allora mascherine, distanze, guanti, lontananza e ancora chiusure di luoghi affollati.

Vivremo ancora cosi per molto tempo.

Nei prossimi mesi avremo la possibilità di scegliere cosa mantenere di tutto questo.

Potremmo forse tenere più a mente che un medico, un infermiere o un operatore sanitario sono persone, con le loro fatiche e le loro paure. E allora, prima di minacciare ed insultare, si potrà provare ad accogliere e ascoltare ciò che, reciprocamente, si proverà a condividere.

Potremmo mantenere una maggiore consapevolezza dell’uso del denaro. L’enorme massa di donazioni per cosa sarà poi usata? Donare significa condividere e l’epidemia ci ha insegnato che condividere è la prima scelta da fare. Condividere soldi ma anche tempo, forze e competenze. Potremmo scegliere, in futuro, se la dimensione del dono potrà rimanere parte della vita o se cercheremo, il più rapidamente possibile, di tornare ad un mondo dove la ricchezza globale è in mano a pochissimi. Mi sono chiesto, pensando alla infinita disponibilità di capitali di alcune persone, peraltro di altissima capacità imprenditoriale, se, condividendo parte delle loro ricchezze avrebbero perso molto della loro qualità di vita, riducendo però povertà e fatiche, magari dei loro stessi dipendenti.

Potremmo ricordare che un nonno ci manca, che non vederlo per settimane è doloroso, anche se le video chiamate ci aiutano (quanti anziani sono diventati abili nell’uso dello smartphone!).

Potremmo ricordare che la politica, quella vera, è a servizio delle persone e non strumento di potere, dove l’uso delle tragedie diventa mezzo di propaganda e ricerca di consenso.

Tutto questo sarà possibile se manterremo la capacità di ricordare e di “narrare” questi mesi. La narrazione è l’unico strumento che la specie umana ha per dare senso a ciò che succede. Da sempre raccontiamo, parlando, scrivendo, registrando, ora anche conservando nella rete, emozioni, ricordi e molto altro.

Narrare ai figli, agli amici e a chi ci sta vicino è il modo che avremo per conservare qualcosa di tutto questo nel “DOPO”, quando arriverà.

Se le narrazioni saranno state proficue, se impareremo da loro, potremo forse costruire qualcosa di utile, di più umano e rispettoso dell’altro e del pianeta. Altrimenti anche questa parentesi di storia non sarà stata altro che un capitolo, come tanti passati, che non modificherà la nostra inevitabile e progressiva corsa verso l’autodistruzione.

Piero Bottino
Medico geriatra e counsellor sistemico
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