Il Film «La memoria dell’acqua» di Guzmán P.

di Valerio Sammarco *
pubblicato il 30 maggio 2016
Il Film «La memoria dell’acqua» di Guzmán P.

Critica cinematografica di Valerio Sammarco, La memoria dell’acqua di Patricio Guzmán, in http://www.cinematografo.it, 27 aprile 2016

Natura e storia, infinitezza del tempo, finitezza dell’uomo

«Siamo tutti ruscelli di una stessa acqua». Lo dice il poeta cileno Raúl Zurita, lo conferma questo straordinario lavoro di Patricio Guzmán, dopo Nostalgia della luce  – 2010, grazie a I Wonder Pictures nelle sale congiuntamente -, che partiva dal deserto di Atacama, prosegue in questo ideale dittico (il terzo capitolo potrebbe riguardare la catena montuosa delle Ande) un discorso documentaristico ed emozionale atto a fondere natura e storia, infinitezza del tempo e finitezza dell’uomo, dal titolo La memoria dell’acqua (El botón de nácar)1.

La memoria dell’acqua che rievoca la storia dei desaparecidos e dei Selknams

Riprese aeree mozzafiato per sorvolare la Patagonia occidentale, il più grande arcipelago esistente al mondo. Un bottone di madreperla incrostato nella ruggine di una rotaia in fondo al mare  è l’unica traccia rimasta dei desaparecidos di Villa Grimaldi a Santiago, il grande centro cileno di detenzione e tortura sotto la dittatura di Pinochet. Un fiume che scorre e il tintinnio delle cascate: è la canzone dell’acqua alla base della cultura dei Selknams, popolazione nativa sudamericana trucidata dai colonizzatori. Due massacri e la memoria dell’acqua sono le chiavi narrative per raccontare la storia di un Paese e delle sue ferite ancora aperte, percorrere il Cile e la sua bellezza, il Cile e la sua violenza.

La memoria dell'acqua di P. Guzman_film- scena

Scena La Memoria dell’acqua di P. Guzmán da trailer

Un bottone, come quello con cui i colonizzatori inglesi pagarono “Jemmy Button”, nativo della tribù degli Yámana, delle isole della Terra del Fuoco vicino Capo Horn, prelevato e portato in Inghilterra insieme ad altri per essere “educato e cristianizzato”, per essere poi riportato nella sua tribù per “civilizzarla”. «Viaggiò mille anni nel futuro e poi mille anni indietro, nel passato», come dice la voce narrante del film: esule tra la sua stessa gente, “Jemmy Button” non tornò mai più ad essere quello che era prima.

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La memoria dell’acqua di P. Guzmán, poster

Forse, ci suggerisce Guzmán  – regista che, dopo il Golpe che ha rovesciato il governo di Salvador Allende, è stato tenuto prigioniero allo Stadio Nazionale di Santiago, minacciato di morte e ha abbandonato il Cile nel novembre 1973 -, l’acqua che circonda quelle terre custodisce in sé anche il ricordo di uomini – e donne –  forzatamente cambiati dal tempo. E scomparsi. L’acqua nasconde (come anni più tardi fece con i corpi dei desaparecidos, impacchettati e appesantiti dai 30 chili dei pezzi di rotaia con cui venivano gettati a mare), contribuisce a trasformare, logora,  ma prima o poi riconsegna alla storia la memoria del tempo. E degli uomini. Un mistero eterno, ciclico, poetico e doloroso.

 

La memoria dell’acqua (El botón de nàcar, tit. orig.) di Patricio Guzmán, a colori, 82ʹ, Cile, Francia, Spagna 2015


Sitografia

1 La memoria dell’acqua (El botón de nácar), documentario  storico e politico sulle ferite ancora aperte del Cile diretto dal regista e sceneggiatore Patricio Guzmán, che ha lasciato il suo Paese dopo  la prigionia nel periodo di Pinochet e trovato rifugio in Francia.

Un bottone di madreperla incrostato nella ruggine di una rotaia in fondo al mare: è una traccia dei desaparecidos di Villa Grimaldi a Santiago, il grande centro cileno di detenzione e tortura sotto la dittatura di Pinochet. Un fiume che scorre e il tintinnio delle cascate: è la canzone dell’acqua alla base della cultura dei Selknams, popolazione nativa sudamericana trucidata dai colonizzatori. Due massacri, e la memoria dell’acqua: sono le chiavi narrative per raccontare la storia di un Paese e delle sue ferite ancora aperte, per percorrere il Cile e la sua bellezza, il Cile e la sua violenza.

Ha scritto la sceneggiatura del film che è stata premiata con l’Orso D’Argento al 65° Festival di Berlino nel 2015 dove ha conseguito anche il Premio della Giuria Ecumenica.
Ha partecipato alla produzione fotografica accanto a Katerll Djian. I contributi fotografici sono pervenuti anche da David Bravo (II), Yves De Peretti, Patricio lanfranco e Raul Beas.
È una realizzazione di Renate Sachse per Atacama Production in coproduzione con Valdivia Film, Mediapro, France 3 Cinema.
Dal 28 aprile 2016 è  nelle sale cinematografiche italiane distribuito da Wonder Pictures/Unipol Biografilm Collection.

Valutazione: 4,5/5. Scheda tecnica: www.cinematografo.it

(*) Redattore Rivista del Cinematografo - Cinematografo.it
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