Il Nobel per la Chimica a studi che affondano le radici nel passato

di Redazione Bioetica News Torino *
pubblicato il 7 ottobre 2015
Il Nobel per la Chimica a studi che affondano le radici nel passato

Al terzo giorno, il Nobel per il Dna è arrivato. Grandi favoriti alla vigilia, gli studi sul codice genetico – forse il settore su cui più si concentrano oggi gli sforzi delle scienze della vita – erano stati trascurati lunedì, quando il premio per la Medicina è andato a più umili cure contro le infezioni dei paesi poveri. Oggi il riconoscimento è andato a tre ricercatori  che del Dna hanno studiato un aspetto solo all’apparenza secondario: i meccanismi di riparazione. Il codice genetico non solo contribuisce alla nostra salute nel corso della vita, ma viene anche trasmesso alle generazioni future. Una strategia per preservarlo dai danni di radiazioni, inquinamento, cibo, raggi ultravioletti, o dai frequenti errori di trascrizione che avvengono durante la duplicazione delle cellule, è garanzia di stabilità per una specie intera, non solo per un individuo. Senza le proteine che continuamente monitorano le due coppie di 23 cromosomi, lunghe quasi 300 metri, il Dna sarebbe ridotto a un caos ancor prima della nascita di un bambino. E i tumori – alla cui origine ci sono proprio alterazioni del codice genetico – prolifererebbero incontrastati.

Ancora una volta, gli studi premiati con il Nobel di quest’anno affondano le radici nel passato: alla fine degli anni ’60, quando la scoperta della conformazione del Dna era ancora fresca (Watson e Crick descrissero la doppia elica nel 1953) e lo svedese Tomas Lindahl – uno dei tre premiati di oggi – cominciava a speculare sulla natura di quel prezioso equilibrio grazie al quale i nostri cromosomi sono capaci di trasformarsi (altrimenti l’evoluzione non sarebbe mai avvenuta) ma senza farsi stravolgere dalle migliaia fra guasti ed errori di replicazione che ogni giorno una molecola di Dna subisce.

Descrivere il contenuto della “cassetta degli attrezzi” del Dna è stato il compito di Aziz Sancar, un giovane medico di campagna nato a Savur, una cittadina a sud-est della Turchia, in una famiglia povera con 8 figli, trasferitosi poi a studiare negli Stati Uniti contemporaneamente a Paul Modrich, il terzo vincitore di oggi. I due biochimici hanno scoperto quali enzimi, dividendosi i compiti, individuano un guasto nella lunga catena del Dna, tagliano la sezione danneggiata, infine ricostruiscono e “cuciono” la parte mancante ripristinando la situazione iniziale.

Per descrivere e catalogare tutti gli enzimi coinvolti nel meccanismo di riparazione ci sono voluti circa vent’anni. Solo più tardi si è scoperto che alcune forme di cancro sono causate proprio da un mancato funzionamento della “cassetta degli attrezzi”. E i ricercatori, scrive il Comitato dei Nobel nella sua motivazione, “stanno cercando oggi di sfruttare queste conoscenze per trovare nuove armi nella lotta contro il cancro”. Si parte da lontano, da uno studio ventennale sulla biologia dei batteri, e a volte si arriva a una scoperta utile all’umanità. Ecco perché, dice spesso Paul Modrich, “è importante portare avanti la ricerca di base, quella motivata solo dalla curiosità. Non sai mai dove potresti arrivare, con l’aiuto di un po’ di fortuna”.

Elena Dusi
Fonte: «La Repubblica.it»

Approfondimenti su motivazione della premiazionehttp://www.nobelprize.org/nobel_prizes/chemistry/laureates/2015/advanced-chemistryprize2015.pdf 

(*) Redazione Bioetica News Torino
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