Il nome di Dio è Misericordia

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 30 maggio 2016
Il nome di Dio è Misericordia

Uscire dalle chiese e dalle parrocchie, uscire e andare a cercare le persone là dove vivono, dove soffrono, dove sperano. L’ospedale da campo, l’immagine con la quale mi piace descrivere questa “Chiesa in uscita”
Francesco, Il nome di Dio è Misericordia,  Piemme, Milano 2016

Presentazione del volume di Papa Francesco, Il nome di Dio è Misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli (Piemme) tenutasi al Centro Congressi Santo Volto di Torino, 12 aprile 2016. Sono intervenuti alla serata condotta da Alberto Chiara di «Famiglia Cristiana», S.E. Monsignor Cesare Nosiglia, Arcivescovo di Torino, Andrea Tornielli, autore del libro – intervista © foto M. Masone

Facendo riferimento alla citazione «Uscire dalle chiese e dalle parrocchie, uscire e andare a cercare le persone là dove vivono, dove soffrono, dove sperano. L’ospedale da campo, l’immagine con la quale mi piace descrivere questa “Chiesa in uscita”»  (p. 68) cerco di delineare alcuni tratti dell’umanità sofferente nella società di oggi e l’incontro di una Chiesa ai tanti “feriti”.

Il Vangelo si attualizza nella vita quotidiana attraverso l’amore per il prossimo e la compassione verso le persone sofferenti, bisognose e più deboli.

La crisi economica degli ultimi anni continua a lasciare ferite nelle famiglie, tra i giovani, gli anziani e i bambini, lasciando volti umani sempre più vulnerabili, colpendo non solo chi viveva già in condizioni di povertà (assoluta e relativa)  ma anche categorie sociali nuove come chi ha già un lavoro o  famiglie con minori. E se rassicura una lieve ripresa del Pil in volume (+ 0,8%) non conforta tuttavia la situazione generale emersa dal recente Rapporto Istat 2016:

«Tra il 2014 e il 2015 rimane sostanzialmente invariata la quota di coloro che permangono nella condizione di grave deprivazione (il 7,3 per cento della popolazione) […] e aumenta quella di chi non vi si è mai trovato (all’83,7 per cento dall’81,6) […] Si confermano gli elevati valori di disagio economico tra i membri delle famiglie […] e particolarmente grave anche la condizione dei genitori soli e delle famiglie con almeno due figli, soprattutto se minori, e di quelle residenti nel Mezzogiorno, dove la quota delle persone gravemente deprivate è oltre tre volte più elevata che nel Nord […] Anche il quadro della povertà assoluta è sostanzialmente immutato: come nel  2014 al 6,8 per cento, circa il doppio rispetto al 2008». (www.istat.it, I vol p. 6)

Dall’analisi del sistema di protezione sociale nel nostro Paese l’Istat evidenzia l’aumento della  disuguaglianza nella distribuzione del reddito, la difficoltà nel migliorare la propria condizione, del  lavoro per le giovani generazioni e  la crescente vulnerabilità dei minori.  Lavoro, famiglia e demografia sono le questioni emergenti sulle quali qualche settimana fa la  69 Assemblea Generale dei Vescovi aveva  richiamato l’attenzione (Massimo Calvi, Welfare, ecco perché i nonni non bastano, «Avvenire.it» 21 maggio 2016).

Il fenomeno della povertà è complesso e variegato, comprende non solo il tema alimentare ma anche  economico e dell’esclusione sociale, come afferma la Caritas nel «Rapporto Povertà 2015»  che  dai dati raccolti da 154 diocesi italiane nel 2014 delle persone che si sono rivolte  ai Centri di Ascolto afferenti  fa sapere che il bisogno più frequente è stato quello della povertà economica, seguito dai problemi di lavoro ed  abitativi.  E che dal confronto dei primi semestri 2013 – 2015 sono emersi cambiamenti di tendenza come l’aumento di incidenza degli italiani, della prevalenza maschile e delle famiglie monogenitoriali o senza partner o conviventi e  delle persone sole.

Tale Rapporto rimarca anche la solidarietà delle persone e della comunità nonostante la crisi: «Sul piano dell’aiuto concreto, colpisce la dimensione numerica dell’intervento Caritas, in gran parte basato sull’apporto del volontariato locale, che non ha mai mancato di garantire un valido supporto, anche nel pieno della recessione economica e della perdita di occupazione».

La crisi può diventare anche occasione per poter ri-costruire insieme una società più umanizzante attraverso  la riscoperta di valori culturali e di nuove politiche incentrate sul rispetto della vita e della dignità umana,  non basata solamente su consumismo ed efficientismo.  Un concetto che viene espresso più volte  da  Papa Francesco:

«Così come il comandamento “non uccidere” pone un limite chiaro per assicurare il valore della vita umana, oggi dobbiamo dire “no a un’economia dell’esclusione e della inequità”. Questa economia uccide. Non è possibile che non faccia notizia il fatto che muoia assiderato un anziano ridotto a vivere per strada, mentre lo sia il ribasso di due punti in borsa. Questo è esclusione. Non si può più tollerare il fatto che si getti il cibo, quando c’è gente che soffre la fame. Questo è inequità. Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole» (Evangelii Gaudium, 53).

Non ci può essere indifferenza ai volti sofferenti che “gridano aiuto”, sia che si trovino vicino o  in  luoghi a noi lontani. Ad Instabul si è riunito il primo Vertice umanitario mondiale, voluto dall’Onu, con la sfida di mettere al centro la persona, i diritti umani, riflettendo su misure da adottare per venire incontro alle drammatiche situazioni dovute a conflitti, disastri ambientali e altre emergenze di estrema povertà nel pianeta. Parole forti e decisive quelle di Papa Francesco per il  Vertice al Segretario generale Onu Ban Ki-moon, lette dal segretario di Stato Pietro Parolin:

«[…] non deve esserci nessuna famiglia senza casa, nessun rifugiato senza accoglienza, nessuna persona senza dignità, nessun ferito senza cure, nessun bambino senza infanzia, nessun giovane, ragazzo o ragazza, senza un futuro, nessun anziano senza una decorosa vecchiaia» («L’Osservatore Romano», 25 maggio 2016).

Dietro ai numeri statistici ci sono persone reali. L’Alto Commissariato dell’Onu per i rifugiati riferisce – in una nota del 31 maggio 2016 – di 2.510 persone morte nel Mediterraneo  in fuga da persecuzioni, conflitti, miseria a confronto delle 1.855 dello scorso anno. Ferite psicologiche profonde, difficili da rimarginare sono lasciate nelle donne che hanno perso il loro figlio, nelle famiglie unite o spezzate dalla morte di uno o più membri, negli anziani soli, nei bambini con o senza genitori. Ma anche  di  donne violentate o vittime di traffici, ridotte in schiavitù sessuale come emergono dai loro drammatici racconti.

La Caritas presenta il problema dei minori non accompagnati rimasti in Italia che «avviene nella stragrande maggioranza dei casi, ancora in strutture di accoglienza straordinarie al Sud e solo poco più del 10% in strutture familiari e case famiglia» (Caritas italiana, La primavera dei profughi. Dossier informativo, aprile 2016).

Come Dio è misericordioso, così siamo chiamati ad essere misericordiosi noi  gli uni verso gli altri. Ci ha richiamato così Papa Francesco nella Bolla di Indizione del Giubileo straordinario della Misericordia:

«L’amore, d’altronde, non potrebbe mai essere una parola astratta. Per sua stessa natura è vita concreta: intenzioni, atteggiamenti, comportamenti che si verificano nell’agire quotidiano. La misericordia di Dio è la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni. È sulla stessa lunghezza d’onda che si deve orientare l’amore misericordioso dei cristiani. Come ama il Padre così amano i figli» 11 aprile 2015).

Viviamo oggi  in una società multietnica, multiculturale e multireligiosa. La pastorale della salute può oggi favorire l’incontro, il dialogo e la pace con tradizioni religiose diverse e  non cristiane. «L’impegno in ambito medico-sanitario può facilitare un confronto sulla vulnerabilità dell’uomo e la sua dipendenza ontologica da Dio-Creatore e, in più, condurre ad una promozione in comune dei diritti umani, dell’accesso alle cure, della giustizia sociale e dell’equità e della sanità sostenibile nella prospettiva di una nuova civiltà dell’inclusione, cara a Papa Francesco», ha affermato Monsignor Jean-Marie Mate Musivi Mupendawatu, segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori sanitari  per la pastorale della salute al convegno nazionale della Pastorale della Salute dedicato alla «Cultura dell’incontro e della pace Immigrazione, dialogo interreligioso e salute». Il segretario ha concluso affermando: «La promozione della dignità della persona umana, la valorizzazione della nostra fraternità umana possono costruire i ponti necessari per un incontro con il mondo musulmano per la ricerca comune del senso della salute, dell’importanza delle cure sanitarie, della custodia del creato e della promozione della tutela della vita e del rispetto per l’altro».

Con le parole di Papa Francesco si chiude questo breve percorso sulla misericordia e sulla compassione che ha preso spunto dal suo libro «Il nome di Dio è Misericordia»:

«Gesù non guarda la realtà dall’esterno, senza lasciarsi scalfire, come se scattasse una fotografia. Si lascia coinvolgere. Di questa compassione c’è bisogno oggi, per vincere la globalizzazione dell’indifferenza. Di questo sguardo c’è bisogno quando ci troviamo di fronte a un povero, a un emarginato, a un peccatore. Una compassione che si nutre della consapevolezza che noi siamo peccatori» (p.132).

(*) Giornalista
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