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Il valore delle parole in oncologia

di Luisa Sesino *
pubblicato il 17 luglio 2017
Il valore delle parole in oncologia

Convegno «Le Lingue della malattia»
4 maggio 2017 −  Residenza Richelmy, Torino

Intervista1 alla relatrice Dott.ssa Luisa Sesino

Domanda: Partendo dalla sua esperienza di consulente filosofico, può descriverci con quali modalità entra in rapporto con i pazienti e gli operatori nell’ambito delle cure palliative? 

Luisa Susino, counsellor filosofico e formatrice Hospice, convegno "Le lingue della malattia", Residenza Richelmy Torino ©Bioetica News Torino

Luisa Sesino, counsellor filosofico e formatrice Hospice, convegno “Le lingue della malattia”, Residenza Richelmy Torino ©Bioetica News Torino

Risposta: La malattia, la sofferenza, la prospettiva della morte sono per chiunque situazioni dolorose e faticose, ma possono anche essere occasioni importanti per la ricerca del senso che le sfide quotidiane spesso fanno perdere di vista. Il dolore obbliga a chiudere gli occhi, a guardarsi dentro, a mettersi in ascolto. La domanda di significato si manifesta come urgenza vitale. I “perché” assopiti magari da tanto tempo tornano in primo piano ed è importante non perdere l’occasione per dare loro spazio. Il compito del filosofo è quello di accogliere, chiarificare ed orientare la sofferenza esistenziale dei pazienti. Sicuramente non ci sono risposte immediate e preconfezionate a questo genere di domande troppo grandi e le persone inizialmente pensano di doverle trovare tutte e subito col solo risultato di generare ansia e frustrazione, ma presto scoprono che è proprio l’ampiezza delle questioni che rende possibile il muoversi al loro interno in un cammino che allarga,  libera, umanizza. Il dialogo è lo strumento dell’indagine. Non si parte mai dai massimi sistemi, ma dalle situazioni, le esperienze, anche le emozioni.

L’importanza delle parole è cruciale. Spesso le parole restano l’ultima dimensione “sana” della persona e ci offrono le “chiavi d’accesso” alla sua dimensione più interiore e personale, alla sua visione della vita, ai suoi orizzonti di significati, valori, scopi, aspettative e scelte. Il dialogo esistenziale è lo spazio in cui le domande “difficili” che solitamente mettono in crisi chi le pone e chi se le sente porre, possono essere dette. Invece di ricorrere alle scappatoie ricorrenti della cosiddetta “congiura del silenzio” che le nega schivandole, rimandandole o semplicemente mentendo, oppure della “pronta consolazione” che tenta di imporre significati a priori e stereotipi consolatori, risposte “cerotto” pronte all’uso, scontate e inadeguate, che allontanano il malato dalla sua richiesta profonda, proviamo invece ad accogliere ed abitare le domande.
Il malato ci sta chiedendo di abitare per un po’ di tempo il suo mondo e di permettergli in qualche modo di essere al centro del nostro. Ci dice che ha paura, che si sente solo e non si aspetta innanzitutto che gli si risponda, che gli si spieghi “perché”, ma che non si abbia paura di chiederselo con lui e di comprendere insieme. Così si inizia a perdere la paura di fronte alle domande senza risposta o, meglio, a quelle domande la cui risposta è così grande da non poter esser data tutta e subito. Molti esprimono la paura che la loro vita sia stata in qualche modo stata sprecata, mancata, non veramente vissuta. Questo senso di nonsenso è spesso radice di disperazione.

Accompagnare la persona nel rileggere la propria storia aiuta a decifrarne significati di cui prima forse non si era accorta e a mettere in luce ciò che conta realmente. Spesso si eclissano molti valori perseguiti in passato come il successo, la rispettabilità, l’avere e predomina invece l’importanza delle relazioni e dei contatti profondi e significativi con gli altri. Pensare non è solo operazione della mente, ma coinvolge tutta la persona portando sovente a scelte magari rimandate da anni, determinanti per riconciliarsi con la vita, con le persone con cui si vive, con se stessi. La riflessione allora diventa gesto interiore, movimento, cambiamento.

Avere ancora carte da giocare, poter ancora prendere nuove direzioni è la via per non lasciare ai rimpianti o ai rimorsi l’ultima parola. In questo percorso, il dolore, che la nostra epoca vuole espellere, come tutto ciò che non capisce e a cui non trova un senso, può così trovare una sua modulazione. La sofferenza, nella quale le persone sono lasciate sole anche per la paura e il senso di inadeguatezza di chi sta loro accanto, tramite la riflessione filosofica viene non soltanto espressa e contenuta, ma può essere orientata in una direzione che i malati percepiscono come vitale. Può emergere il senso di un compimento grazie al quale il dolore esistenziale e magari anche fisico, si attenua. Passo dopo passo, il percorso della sofferenza, per quanto difficile e faticoso, può essere sperimentato come esperienza di vita e non solo come ostacolo alla vita o sua negazione. E, insieme, ci si accompagna a scoprire−  o a riscoprire − uno sguardo di curiosità e di stupore su se stessi, sul mondo, sugli altri. Il percorso di malattia può allora diventare un tempo potenzialmente propizio per una cura davvero profonda e globale della persona.

In modo analogo, anche se ovviamente su piani diversi, l’accompagnamento filosofico può essere un aiuto anche per gli operatori, sia a livello personale che di équipe. La loro fatica, se non in certi casi il loro burn out professionale, sono spesso legati, molto più di quanto si creda, al continuo confronto con grandi temi esistenziali e spinose interrogativi etici che chiedono di essere espressi ed esplorati. È senz’altro un’occasione per stimolare la loro personale ricerca di senso. Un senso mai compiuto, ma che, di significato in significato, in uno sguardo sempre più ampio, dà a tutti una ragione al vivere.
 


Note

1 A cura di Gabriella Oldano, giornalista, redazione «Bioetica News Torino», Rivista del Centro Cattolico di Bioetica – Arcidiocesi di Torino

(*) Consulente filosofico e formatrice Hospice
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