In Italia non si nasce più. Mai così male dal 1918

a cura di Lara Reale *
pubblicato il 16 giugno 2015
In Italia non si nasce più. Mai così male dal 1918

Un’Italia sempre più vecchia vede cadere l’ultimo tabù: il saldo tra nati e morti nel 2014 è stato negativo per oltre 95mila unità, il dato peggiore dai tempi della prima guerra mondiale. La crescita (sotto)zero è dunque parte del passato, siamo già dentro uno scenario bellico, con pochissime note liete (la tenuta della popolazione immigrata, comunque in calo) e molti aspetti in chiaroscuro.

Nel corso del 2014, a fronte di 502.596 nascite sono avvenuti 598.364 decessi. C’è dunque uno squilibrio di 95.768 unità, «che rappresenta – ha sottolineato l’Istat – un picco negativo mai raggiunto dal biennio 1917-18 (ultimi due anni del primo conflitto mondiale) e ancora più elevato di quello del 2012, quando la mortalità fece registrare valori particolarmente elevati nei mesi invernali». Secondo l’istituto statistico, l’anno scorso sono stati registrati quasi 12mila nati in meno rispetto al 2013. Anche i bimbi stranieri venuti alla luce continuano a diminuire (-2.638 rispetto ai dodici mesi precedenti), pur rappresentando il 14,9% del totale dei nati.

Quanto alla mortalità, essa resta stabile con una lieve diminuzione dei decessi in valore assoluto (-2.380). Il saldo naturale della popolazione complessiva è negativo ovunque, con la sola eccezione delle province autonome di Trento e a Bolzano. Secondo i ricercatori, «si può osservare che la popolazione residente nel nostro Paese è in realtà arrivata alla crescita zero e che i flussi migratori riescono a malapena a compensare il calo demografico dovuto alla dinamica naturale».

Continua intanto l’invecchiamento della popolazione italiana: l’età media è 44,4 anni. Il dato è più alto nel Centro-nord (dove supera i 45 anni) mentre nelle regioni del Mezzogiorno il valore è di poco superiore ai 43 anni.

A livello regionale l’età media è più elevata in Liguria (48,3 anni) seguita da Friuli-Venezia Giulia, Toscana, Piemonte e Umbria, che presentano valori superiori ai 46 anni. Regioni con valori al di sotto della media nazionale sono Trentino-Alto Adige (42,9 anni), Lazio (44,1 anni), Sicilia (42,9 anni) e Campania (41,5 anni). Nel nostro Paese ci sono più over 65 (il 21,7%) e meno under 15 (13,8%). Cresce la quota di chi ha più di 80 anni: ogni anno un punto decimale in più, pari al 6,5% della popolazione. Aumentano anche gli ultracentenari: al 31 dicembre 2014 se ne contavano 19mila (3mila uomini e 16mila donne). Per quel che riguarda la popolazione straniera, è aumentata nel 2014 di 92.352 unità, portando il totale dei cittadini stranieri residenti a 5.014.437, pari all’8,2% dei residenti. Gli immigrati provengono da circa 200 Paesi diversi, ma per più della metà si tratta di cittadini di un Paese europeo.

Ma chi fa ancora figli in Italia? Secondo gli studi demografici, negli anni della Grande Crisi si è verificata un’inversione di tendenza: ora sono le donne con titoli di studio più elevati ad avere un numero di figli più vicino a quello desiderato, mentre le coppie appartenenti alle classi popolari sono quelle che più hanno sofferto le conseguenze della recessione, con un calo evidente dei bimbi nati. Dal punto di vista territoriale, il Sud è passato in breve tempo dal rappresentare l’area più prolifica a una sostanziale “depressione” demografica e sociale, cui contribuisce non solo la riduzione della natalità ma anche la fuga di tanti giovani in direzione Nord Italia o Europa.

Quanto alle regioni settentrionali, sono state penalizzate dai tagli dei fondi destinati agli enti locali: molti progetti a sostegno della famiglia, dagli asili nido alle politiche di conciliazione casa-lavoro, sono stati i primi ad essere sacrificati sull’altare dell’austerity.

Diego Motta

fonte: Avvenire

 

(*) Lara Reale
Giornalista Scientifica
Redazione Web Arcidiocesi di Torino
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