Introduzione. Il mondo dei giovani tra vulnerabilità e benessere

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 23 dicembre 2017
Introduzione. Il mondo dei giovani tra vulnerabilità e benessere

Al di là dell’uso delle tecnologie, che certamente hanno influito sugli stili di vita,  i giovani  che incontriamo quotidianamente sui  mezzi pubblici, in strada, al cinema, in parrocchia, ma come sono realmente? È  facile dare etichette come neet  quando non studiano né lavorano o “bamboccioni” quando rimangono  a casa dei genitori o poco relazionali. Più difficile invece cercare di  comprenderli e conoscerli veramente chi sono. In fondo  la crisi economica che si sta trascinando da anni ha reso difficile la vita degli stessi adulti, in particolar modo quelli  provati dalla disoccupazione e dalla povertà, in una società  dei consumi e  dell’individualismo, globale  e  multiculturale.

Secondo le statistiche del rapporto dell’Oms  nel 2020 soffriranno  di depressione 322 milioni di persone, patologia che colpisce  adulti e giovani.  Occorre prevenzione e  proprio a loro, ai giovani  la Diocesi di Torino attraverso gli Uffici per la Pastorale della Salute diretta da don Paolo Fini e Giovani e Ragazzi da don Luca Ramello,  ha voluto dedicare il convegno per la Giornata mondiale della Salute mentale che si è tenuto lo scorso ottobre presso il Teatro S. Paolo di Cascine Vica, dal titolo Il mondo dei giovani tra vulnerabilità e benessere.
Nel messaggio scritto dai Vescovi del Piemonte e della Valle d’Aosta in occasione di tale Giornata mondiale si afferma l’importanza della accoglienza: «Una buona relazione, innestata in una Comunità che progredisce in comunione nell’interesse di tutti, può essere una preziosa opportunità per la nostra buona Salute Mentale. Una Comunità che funziona sa dare risposta a molte difficoltà con una efficace azione di prossimità solidale, alleviando il peso di sofferenze che in alternativa verrebbero affrontate in solitudine. La Comunità inclusiva ci può aiutare a conoscere meglio le diversità, oltrepassando l’ostacolo del pregiudizio e valorizzando le qualità di ogni persona, anche di chi si pensa sia solo degna di diffidenza o commiserazione. Auspichiamo una “Comunità che guarisce”, un Società in grado di accogliere le fragilità ed affrontare alcuni “mal di vivere” e disagi prima che divengano sofferenza psichica o patologica».

Nell’attesa dell’interessante lettura, all’interno dell’inserto, di uno studio sui  giovani realizzato  dall’Istituto Giuseppe Toniolo, concludo con uno stralcio sulla fragilità dell’illustre psichiatra prof. Vittorino Andreoli da L’uomo di vetro (2008):

La fragilità non è sinonimo di debolezza, che è mancanza di forza, un difetto a cui porre rimedio. La fragilità non è povertà, intesa come mancanza di risorse che permettano di rispondere a bisogni elementari e che è possibile cancellare con un po’ di giustizia. La fragilità non è incapacità di fare, di pensare. Non si lega a una dotazione sminuita di abilità intellettiva o emotiva. Non è un sintomo o, peggio, un insieme di sintomi tali da definire una malattia. La fragilità non è una inferiorità nel confronto di altre situazioni che paiono invece espressione di una ricchezza di personalità. Non è un difetto, una menomazione o una condizione che comunque la pone sul piano del patologico. È semplicemente una visione del mondo che si lega all’esistenza, non al singolo che ne è parte. È la visione del proprio essere nel mondo, è la percezione che deriva dal dolore, dal senso del limite.

La fragilità non conduce al male, ma semmai alla saggezza, di certo non al nichilismo. Il senso del proprio limite rappresenta il primo vissuto assieme alla cognizione del dolore e alla paura. Dalla paura nasce un modo di percepirsi e un programma di come vivere, non la voglia di eliminarsi, di farsi nulla. Il limite come condizione strutturale, come specificazione della vita umana.
Insomma, la debolezza è una risorsa, una strategia di vita che fa apparire il potere e la ricerca del potere come un’anomalia, un incomprensibile errore di prospettiva umana, capace di generare odio e inimicizia tra gli uomini e tra le nazioni entro cui gli uomini si riconoscono e si identificano. Ecco la forza della fragilità che tuttavia non può ingenuamente considerare la paura e il dolore come elementi positivi: sono esperienze terribili, ma misteriosamente presenti e non eludibili.

 

(*) Giornalista
Redazione Bioetica News Torino
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