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Istituto nazionale di Statistica: Il panorama della disabilità in Italia

05 Dicembre 2019

L’Istituto Nazionale di Statistica presenta con una sua pubblicazione sul «mondo della disabilità» un panorama generale di come le persone portatrici di disabilità vivono nel nostro Paese prendendo  in considerazione cinque aree tematiche salute, istruzione, lavoro, politica sociale e famiglia e al tempo stesso offrire una riflessione di insieme su come  migliorare la loro inclusione sociale e i loro bisogni di aiuto per poter svolgere le loro attività quotidiane.

Salute. La morbilità cronica grave causa spesso l’insorgenza di limitazioni dell’autonomia e anche altre patologie che possono generare processi degenerativi invalidanti e limitazioni funzionali progressive. Coloro che presentano multicronicità o sono affetti da malattie croniche gravi (diabete, ictus, emorragia cerebrale, Parkinson, Alzheimer, demenze senili etc) il 69% si trova con delle limitazioni, che possono essere gravi o meno, e tale percentuale sale il 77% tra gli anziani. Le malattie croniche sono maggiormente associate a chi ha delle limitazioni gravi, a partire da quelle cardiovascolari, l’artrosi, l’ipertensione, la patologia cervicale, l’incontinenza urinaria, la depressione, il diabete l’ansietà cronica. Se si confronta a livello europeo il numero di persone con gravi limitazioni sensoriali e motorie si riscontra indicativamente dati simili il 2% per la vista (2,1 UE), il 4,1% udito come in U.E:, Il 7,2% nel camminare (6,6% UE). Si osserva un peggioramento delle capacità sensoriali e motorie con l’avanzare dell’età, che è marcata più a partire dai sessantacinque anni ai 74 anni di età in Italia. Un milione e 400 mila sono  le persone anziane, per lo più ultrasettantacinquenni,  che non riescono a svolgere le attività più semplici come la cura di sé,  alzarsi da una sedia, vestirsi, fare il bagno, mentre sono circa 4 milioni gli  anziani, la metà ultra 75enni, che difficoltà nello svolgere attività domestiche dal fare la spesa da soli al prepararsi i pasti  al prendere medicine all’usare il telefono.
Nel 2050 si stima che vi saranno 6 milioni in più di ultrasessantacinquenni dinanzi ad una diminuzione della popolazione che da 60,4 milioni passerà a 58,2 milioni: una persona su tre sarà anziana. Da qui l’importanza di valutare se alla maggiore longevità corrisponderà un peggioramento della salute come perdita di autonomia.  Sulla speranza di vita a 65 anni  dai dati Eurostat, l’Italia è al terzo posto in Europa dopo Francia e la Spagna, sia per il genere femminile che maschile, mentre per la qualità di sopravvivenza (senza limitazioni a 65 anni) il nostro Paese scende al 12° posto in UE tra gli uomini e all’11 posto per le donne.  Viene proposto tra le possibili strategie di contrasto all’aumento del bisogno di assistenza per l’invecchiamento della popolazione e con esso il legame con la perdita di autonomia che si è riscontrato, quella di promuovere una politica che favorisca l’invecchiamento attivo prima a livello di prevenzione con stili di vita adeguati, di cura e assistenza per promuovere autonomia e autosufficienza e infine su un welfare che ridimensioni le differenze di status socio-economico al fine di risparmiare le risorse in ambito sanitario e sociale.
Si osserva ancora una difficoltà nel potersi muovere utilizzando i mezzi di trasporto urbani che dovrebbero essere predisposti con ausili e tecnologie di supporto.  Nel 2017 il 13% dei portatori di disabilità si sposta con i mezzi pubblici urbani a differenza del 25,1% dei non portatori, una differenza che viene meno evidenziata nella classe di età tra i 14 e i 44 anni in cui per il 28%  da chi ha limitazioni e  per il 29,2% da chi non ne soffre.

Istruzione. È uno strumento importante per lo sviluppo delle loro potenzialità e capacità di compiere scelte in libertà e in pari opportunità.  Viene messo in luce che tale obiettivo è «lungi dall’essere raggiunto malgrado qualche significativo miglioramento» come il passaggio da 200 mila alunni con disabilità iscritti nell’anno 2009-2010 a 272 mila nell’anno 2017-2018 e l’aumento dei docenti di sostegno nello stesso periodo da 89 mila a 156 mila. Viene osservata la carenza di insegnanti specializzati per la quale vengono selezionati docenti dalle liste curriculari. Anche sul fronte della frequenza nelle scuole e all’università rimane una differenza marcata: nel 2017 hanno un diploma di scuola superiore e titoli accademici il 30,1% tra gli uomini e il 19,3% tra le donne con disabilità mentre il resto della popolazione dai 25 anni in su ha ottenuti tali titoli rispettivamente il 55,1% e il 56,5%. Ad essere più svantaggiate sono il genere femminile portatrici di disabilità nel non avere un titolo di studio: infatti sono il 17,1% rispetto alle altre non portatrici con un 2%.
Nella scelta del tipo di scuola superiore viene preferito l’indirizzo tecnico-professionale perché orientati ad un lavoro immediato: dall’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità nel 2017 il 49,8% ha scelto tale indirizzo rispetto agli altri alunni che è stata del 20,1%. Riguardo la presenza di studenti con disabilità presso le università italiane si conosce solo dai dati del MIUR  attraverso l’esonero parziale o totale dal pagamento delle tasse. Nell’anno 2016/2017 risultano 15.757 su un totale di 1.654.680 e  lievemente ridotto nell’a.a. 2009/20910 con 14.405 iscritti su 1.811.022 matricole.
Un’altra problematica tuttora non risolta è l’accessibilità agli edifici. Risulta solo il 31,5%  delle scuole che ha abbattuto le barriere fisiche. Il rapporto si conclude con la necessità perché  si realizzi concretamente l’inclusione e  ricevano una didattica personalizzata  avere più docenti curriculari specializzati e per il sostegno, formati e un piano didattico personalizzato per utilizzare al meglio le risorse che ciascuno possiede.

Il lavoro.  Nel mercato del lavoro continuano ad avere degli svantaggi:  tra i 15 e i 64 anni risulta occupato il 31,3% di coloro che soffrono gravi limitazioni rispetto al 57,8% delle altre persone. La pubblica amministrazione è il settore in cui trovano più un’occupazione (49,7%), in minor misura nei servizi, nell’industria e nelle costruzioni. E svolgono attività lavorativa autonoma.
Le cooperative sociali inseriscono maggiormente le persone di  fascia debole, rispetto alle altre istituzioni no profit, attraverso la formula dello sgravio fiscale:  28.061 nel 2016 mentre i non beneficiari sono 394.808.   Per recarsi al lavoro usano un mezzo di trasporto, soltanto raramente vanno a piedi: soprattutto l’automobile sia come conducente che come passeggero, poi il treno, tram e bus, moto e bici.

Relazioni interpersonali e partecipazione sociale.  Rimane rilevante la presenza della rete familiare, amicale o di vicinato in caso di bisogno. Dai dati del 2016-2017 risulta che oltre 600mila persone con limitazioni gravi vivono in una situazione di grave isolamento senza alcuna rete su cui contare in caso di necessità.  Chi è a soffrire di più è l’anziano, che vive spesso da solo e senza reti di supporto. La possibilità di andare ai luoghi culturali come musei, cinema, concerti è minore non solo per la limitazione  ma anche per problemi di accessibilità.  Il teatro viene scelto di rado come grande parte delle persone in Italia. La lettura a casa, di quattro o più libri all’anno viene praticata da un numero di persone poco inferiore agli altri lettori (rispettivamente 50% contro 54,5%).
Solo il 9% sono integrati nella società con attività sociali o di vita politica, soprattutto nel volontariato e nell’associazionismo, rispettivamente con un 6,3% e un 5,5%. Lo sport o attività fisiche sono poco praticate. Sono più coinvolti persone che hanno migliore risorse economiche o un titolo di studio medio-alto. Il 31% di chi le pratica sono soddisfatti per le relazioni sociali che tessono. Vi è, da un’indagine, un 28% che non incontra mai gli amici. I social media sono uno strumento alternativo alla socializzazione e vengono utilizzati dal  49% delle persone con disabilità. Si nota una partecipazione maggiore alle reti virtuali da parte degli ultra 64enni con disabilità rispetto ai loro coetanei (9% contro il 2%).
Tra i fattori che incidono positivamente sull’esperienza personale della qualità della vita emerge la partecipazione alla vita culturale. Tra coloro che sono attivi in tale contesto esprimono soddisfazione per il tempo libero al 63,4% e per le relazioni amicali all’80,4%.

Welfare.  Nel  2017 sul totale delle prestazioni pensionistiche erogate in Italia nel 2017 un quarto è per le persone con disabilità per una spesa di 37,2 miliardi di euro (di cui 34,7% al Nord, il 21,9% al Centro e il 43,4% nel Mezzogiorno). Dai dati del 2017 sono 52,6% i percettori di pensioni di disabilità del totale dei beneficiari con un reddito mensile lordo di circa 515 euro al mese mentre  per il 44%  consistente con il cumulo di altre pensioni (sociale, superstite…) dei beneficiari non supera i 1000 euro al mese.
Si afferma la rilevanza del ruolo delle istituzioni no profit nella rete di sostegno delle persone con disabilità.  Nel 2015-2016 si contano 44.723 istituzioni non profit attive nei settori dell’assistenza residenziale e non, di cui circa tre quarti senza dipendenti (73,9%). Mediamente si ha una istituzione non profit ogni 100 persone con disabilità e la variabilità provinciale è piuttosto contenuta: si va dal massimo del 3,2 nella Provincia di Bolzano al minimo dello 0,5 di Crotone, che è preceduta con valori solo marginalmente superiori da Lecce, Napoli, Taranto e Vibo Valentia.

Famiglia con disabili. Emerge la vulnerabilità di chi vive solo, la cui limitazione cresce con l’avanzare dell’età. sono il 23%.  Le famiglie mostrano livelli di rischio di povertà simili a quelli medi nazionali.  I  trasferimenti sociali legati alla disabilità sono importanti per le famiglie. Si è evidenziato come si trovino più spesso a soffrire un maggior disagio economico, ad essere a rischio di povertà soprattutto le famiglie senza un anziano e con una persona con disabilità. I trasferimenti sociali sono quindi importanti.  Anche se non mostra un certo disagio in termini di reddito può accadere che una famiglia non possa permettersi determinati beni e servizi necessari. Nel 2017 si è rilevato che tra i segnali di deprivazione  per le famiglie senza anziani con disabili sono non poter  avere una settimana di vacanza (67%), affrontare una spesa imprevista di 800 euro (53%), riscaldare in modo adeguato l’abitazione (più del 20%), un pasto adeguato una volta ogni due giorni (21%). Poi arrivano a fine mese con difficoltà il 43%.  Le voci di spesa per medicinali, visite specialistiche e accertamenti diagnostici, cure dentistiche  incidono notevolmente sulle famiglie. Non riescono così ad avere le stesse condizioni di vita delle altre famiglie. Si avvalgono di aiuti informali, a titolo gratuito, che vanno dai familiari ai parenti ad amici utilizzando meno i servizi a pagamento per l’assistenza, collaboratore domestico mentre il sostegno del settore pubblico è  in misura minore rispetto ad entrambi.  La preoccupazione è che la sostenibilità sociale del modello di welfare che si basa sulle famiglie possa venire meno a causa dell’invecchiamento  o della frammentazione delle famiglie  o allungamento della vita lavorativa.  Viene rimarcata l’esigenza di sostenere le famiglie e sostenere una solidarietà intergenerazionale e intragenerazionale a diversi livelli dalle famiglie alla comunità al Paese offrendo  una gamma di servizi di cura accessibili e di qualità.

Redazione Bioetica News Torino