La Carta degli Operatori Sanitari: una riflessione bioetica e deontologica

di Ferdinando Cancelli *
pubblicato il 31 maggio 2017
La Carta degli Operatori Sanitari: una riflessione bioetica e deontologica

«La Nuova Carta degli Operatori Sanitari»: una riflessione bioetica e deontologica» è stata la relazione affidatami nell’ambito della giornata di studio che si è svolta il 20 maggio u.s. alla Piccola Casa di Torino. Di fronte ad un pubblico vasto e attento ho cercato di ripercorrere il documento che, a distanza di circa 20 anni dalla sua prima edizione pubblicata dal cardinale Fiorenzo Angelini, si ripropone per gli operatori sanitari come un valido e pratico aiuto nel lavoro quotidiano.

Tradotta in 19 lingue, la Carta mantiene la struttura originaria incentrata sulla vocazione degli operatori sanitari a “ministri della vita”: la dignità della persona e il rispetto della vita sono le due linee cardine e il testo si rivolge agli operatori sanitari in senso lato, non esclusi gli amministratori e i legislatori. Visto con le due lenti della bioetica e della deontologia il documento mostra molti aspetti interessanti.

«Il servizio alla vita è tale solamente nella fedeltà alla legge morale»
Ferdinando Cancelli, medico palliativista e editorialista de "L'Osservatore Romano"

Ferdinando Cancelli, medico palliativista e editorialista de “L’Osservatore Romano”

Nell’Introduzione, intitolata “Ministri della vita”, si sottolinea che «l’attività degli operatori sanitari è fondamentalmente un servizio alla vita e alla salute», riprendendo le parole di San Giovanni Paolo II che nell’Evangelium Vitae si riferiva agli operatori sanitari come a “custodi e servitori della vita umana”. La dignità inviolabile e la vocazione trascendente della persona sono radicate nella profondità del suo stesso essere: se l’Incarnazione infatti eleva la dignità umana all’orizzonte di Dio, quest’ultima resta comunque riconoscibile con la ragione da parte di tutti gli uomini. Le conseguenze di ciò dovrebbero essere visibili nel dibattito pubblico sui temi di bioetica ma purtroppo la ragione è un invitato non gradito…
Il servizio alla vita, sottolinea la Carta, è tale solamente nella fedeltà alla legge morale, una legge che prevede responsabilità morali le cui indicazioni scaturiscono dalla riflessione bioetica. In particolare fanno da trama della Carta i pronunciamenti del Magistero della Chiesa, a partire dall’Evangelium Vitae di San Giovanni Paolo II, e i riferimenti al “giuramento di Ippocrate” nella sua formulazione originaria, giuramento ripreso anche dal Codice di Deontologia medica.

Si esclude ogni «tecnicismo invasivo e non degno del procreare umano»

Nella sua prima sezione, «Generare», dedicata alla vita nascente, il documento evidenzia la logica del dono e il legame inscindibile tra amore coniugale e generazione umana (atto unitivo e atto procreativo) che esclude ogni «tecnicismo invasivo e non degno del procreare umano». Tenendo presenti queste due realtà sarà semplice trarne un giudizio morale nell’ambito dei principali temi di inizio vita: a titolo di esempio si citano la regolazione della fertilità umana e le risposte mediche all’infertilità coniugale. Nel primo caso è palese la non liceità del ricorso alla contraccezione che spesso «trova logico prolungamento nell’aborto»; nel secondo sono posti in evidenza i tre beni fondamentali che devono guidare la scelta di un metodo per ovviare all’infertilità dei coniugi: il diritto alla vita e all’integrità fisica di ogni essere umano dal concepimento fino alla morte naturale, l’unità del matrimonio nel quale i coniugi diventano padre e madre solo uno attraverso l’altro e i valori specificamente umani della sessualità. In tema di diagnosi prenatale e preimpianto o sul congelamento di embrioni o ovociti valgono gli stessi principi. Non altrettanto rigoroso pare il titolo VI del Codice di Deontologia su questi temi se confrontato con la Carta: la logica personalista non è evidentemente la sola teoria etica che ne è alla base.

Si ribadisce il concetto che «non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito»

La Carta pone anche alla base della seconda parte, dedicata al «Vivere», due principi fondamentali: la piena qualificazione antropologica ed etica dell’embrione, la sua dignità propria della persona e l’indisponibilità e inviolabilità della vita. In pratica si ribadisce il concetto che «non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito». I temi affrontati da questa seconda parte sono molto vari spaziando dall’aborto alla diagnosi, alla terapia fino a toccare la psicologia o i temi specifici della cura pastorale degli infermi. Non è possibile ovviamente darne conto in questa sede.

Ruolo delle cure palliative, volontà del morente, nutrizione e idratazione, terapia antalgica e sedazione palliativa

L’ultima parte della Carta, «Morire», affronta i temi di fine vita ed entra in questioni di scottante attualità. «Un’assistenza integrale e rispettosa della persona deve favorire la dimensione propriamente umana e cristiana del morire» secondo il principio dell’indisponibilità della vita umana. Emerge chiaramente dalla trattazione il ruolo delle cure palliative la cui logica, distante sia dall’abbreviare la vita sia dal dilazionare la morte ad ogni costo e in ogni situazione, rispecchia un approccio sia umano che cristiano al morire.
Viene ribadito il principio di proporzionalità delle cure pur non sottolineando la differenza tra cure proporzionate e cure ordinarie e si sottolinea che «la rinuncia a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita può anche voler dire il rispetto delle volontà del morente espresso nelle dichiarazioni o direttive anticipate di trattamento, escluso ogni atto di natura eutanasica». Alla luce dei recenti sviluppi legislativi italiani possiamo notare come la Carta non faccia differenza tra i termini “dichiarazioni” o “direttive”, accomunati sotto il titolo di «volontà». «Il medico – si legge ancora – non è comunque un mero esecutore conservando il diritto e il dovere di sottrarsi a volontà discordi dalla propria coscienza». Per far questo è ovviamente da prevedersi in fase legislativa un diritto all’obiezione di coscienza, diritto fino ad ora non riconosciuto dal disegno di legge così come è uscito dal voto della Camera. Toccando anche il tema della nutrizione e dell’idratazione alla fine della vita la Carta ribadisce la considerazione di «cure di base» da attribuire alle due pratiche pur nella consapevolezza che quando risultino «troppo gravose o di alcun beneficio» possano essere sospese o non messe in atto.
Infine un cenno alla terapia antalgica e alla sedazione palliativa profonda e continua in prossimità della morte: il documento riconosce piena liceità alla terapia del dolore, anche quando questa dovesse risultare in un abbreviamento della vita (rifacendosi alle parole di Pio XII del 1957) e alla sedazione palliativa in presenza di uno o più sintomi refrattari in prossimità (ore o giorni) del decesso.

Lo spirito della nuova Carta

Due citazioni che, pur da punti di vista molto distanti, possono riassumere lo spirito della Nuova Carta per gli operatori sanitari.

La prima si rifà alle parole di San Giovanni Paolo II pronunciate il 27 ottobre 1980 ai medici della Società italiana di medicina interna:

«Il rapporto malato-medico deve tornare a basarsi su un dialogo fatto di ascolto, di rispetto, di interesse. Deve tornare ad essere un autentico incontro tra uomini liberi, o, come è stato detto, tra una fiducia e una coscienza».

La seconda è tratta da L’epoca delle passioni tristi di Miguel Benasayag e Gerard Schmit, due psichiatri:

Una società che rende pensabili tutti i possibili – vi si legge – è condannata a scomparire. A livello dell’individuo il “posso tutto” è uno dei nomi della psicosi. I limiti che ogni società si impone, sotto la forma del tabù o mediante il ricorso al sacro, non sono arbitrari anche se spesso sono vissuti come tali dall’uomo dell’età postmoderna, ovvero dall’individuo consumatore convinto che quando vuole qualcosa non occorra far altro che “procurarsi i mezzi” per ottenerla. Il sacro, che fonda la società dall’esterno e al di là del libero arbitrio individuale, appare quindi all’individuo di oggi come una terra oscura da conquistare. Di conseguenza ogni tentativo di limitazione e di orientamento vengono tacciati di puro oscurantismo, perché non si capisce in nome di quale principio si dovrebbe sospendere un lavoro di ricerca o vietare una tecnica capace di ampliare l’ambito del possibile. L’esperienza della non-onnipotenza costituisce per ciascuno di noi (…) un’esperienza di limitazione positiva e fondamentale.

Questa esperienza è quella che la Carta disegna con i tratti della più vera umanità, quella redenta e definitiva al di là di ogni fragilità.

(*) Medico palliativista
Editorialista de «L'Osservatore Romano»
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