La fragilità sociale. Femminicidio: il dramma del figlio

di Lara Reale *
pubblicato il 13 maggio 2019
La fragilità sociale. Femminicidio: il dramma del figlio

Particolare sgomento suscitano presso l’opinione pubblica le notizie sempre più ricorrenti dei femminicidi. In una realtà «liberal», ipertecnologica e cosiddetta “emancipata”, episodi gratuiti di violenza inaudita turbano profondamente le coscienze.
La ragione profonda di tali eventi alberga nelle radici più intime dell’animo umano, nel quale anche nel XXI secolo tempeste emotive, sentimenti, passioni e gelosie scatenano esplosioni di ira e di raptus omicida, che disgregano la persona, la relazione ed il senso ultimo della genitorialità.
La società in ogni sua dimensione deve elaborare una riflessione che raggiunga i fondamenti delle ragioni dell’odio, recuperando una pedagogia del rispetto, dell’affettività e dell’amore, tutelando la fragilità dei figli e del loro dramma, non dimenticando, però, la dimensione della pena nella consapevolezza che “solo un piccolo uomo usa violenza sulle donne per sentirsi grande”.
Enrico LARGHERO


La fragilità sociale
Femminicidio: il dramma del figlio

Lara REALE©L REALE

Dottoressa Lara REALE – Giornalista professionista, Redattrice sito Web Arcidiocesi di Torino©L. Reale

«Perché papà ha ucciso la mamma?». È questa la domanda che tormenta ogni singola giornata dei figli sopravvissuti ai femminicidi. Secondo le statistiche, negli ultimi vent’anni, solo in Italia queste sventurate “vittime secondarie” sono oltre duemila: in media se ne aggiungono 9 al mese. Una cifra che fa rabbrividire, se solo si pensa al carico di dolore che ne consegue.

Di loro si parla e si scrive poco perché, nella maggioranza dei casi (84%), al momento dell’assassinio della madre erano minorenni e dunque c’è una particolare cautela nei loro riguardi, nel vano tentativo di non comprometterne il futuro. Ma verso questi orfani c’è anche una disattenzione colpevole, testimoniata dal fatto che i primi studi sul loro dramma risalgono solo al 2011 e al lavoro di Anna Costanza Baldry, psicologa e criminologa del Dipartimento di psicologia della Seconda Università di Napoli, alla quale si deve l’avvio del progetto internazionale Switch-Off (Supporting WITness Children Orphans From Feminicide in Europe) con la collaborazione dei centri antiviolenza D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza). La ricerca è sfociata nelle prime «Linee guida di intervento per gli special orphans» (2016) e nel volume «Orfani speciali. Chi sono, dove sono, con chi sono. Conseguenze psico-sociali su figlie e figli del femminicidio» (ed. Franco Angeli, 2017).

Baldry li definisce «orfani speciali» (special orphans) perché hanno perso entrambi i genitori in un modo del tutto particolare: la mamma assassinata e il padre rinchiuso in carcere o, in alcuni casi (30%), morto suicida. Una volta celebrati i funerali, questi bambini (8 anni l’età media) si trovano a dover andare avanti nonostante il carico sconvolgente di un legame familiare che ha dato loro vita e morte insieme. Gli psicologi parlano per questi ragazzi di un triplice trauma: la perdita dei genitori (contemporaneamente e per mano di uno dei due), la guerra (con il suo carico di violenza, sangue e morte, sperimentati per di più tra le mura domestiche), il terremoto (con la casa, i giochi, i quaderni… abbandonati all’improvviso e per sempre, dato che il luogo del delitto è sotto sequestro).

Così, come accade tra i sopravvissuti ai conflitti, negli orfani speciali si rilevano alcuni sintomi tipici del «disturbo post traumatico da stress». Quali di questi segni manifestino e se e come li superino dipende però da caso a caso. Spiega Baldri:

Le scelte prese, il tipo di sostegno offerto agli orfani, la loro età, quello che gli viene detto, se il padre rimane in vita o è morto suicida… tutto influenzerà e condizionerà per sempre il futuro di questi orfani speciali. Se infatti li accomuna tutti una cosa, l’aver perso la madre per mano del padre, quello che può peggiorare o invece alleviare il danno del trauma sono le scelte fatte dalle persone intorno a questi orfani. Hanno e avranno un impatto le risorse messe a disposizione, le professionalità, il contesto sociale e culturale, le reazioni della gente ma anche della famiglia dell’omicida, di lui e di chi è deputato al suo iter giudiziario. Pensiamo, ad esempio, a come viene compromesso e messo in discussione il senso di identità di questi orfani. Si chiamano come il padre e il loro cognome è comunque anche quello di un assassino. Come ci si può sentire? Soprattutto a fronte di un contesto sociale, culturale e a volte anche parentale, che non è preparato a queste situazioni, e che soprattutto non può e non riesce a vedere questi orfani come figli di un’eroina, di una donna cioè che con il sacrificio della vita forse ha dato una via di “uscita” e salvezza ai suoi figli.

In sei casi su dieci, per preservare la continuità affettiva, questi orfani vengono affidati ai parenti più stretti, nonni o zii, che però vivono di modeste pensioni o hanno figli loro e, dunque, non riescono a fare fronte alle innumerevoli necessità emotive, sanitarie e materiali della situazione. Drammatica, a questo riguardo, la testimonianza di Matteo Morlino, 74 anni, padre di una donna uccisa dall’ex marito nel 2015 e che ha avuto in affido i due nipotini; a tre anni dalla tragedia, ha dichiarato: «Forse è andata meglio a mia figlia. Lei ha sofferto una volta sola, noi continueremo per tutta la vita».

Per la verità da circa un anno in Italia è in vigore la legge n. 4/2018, unica in Europa, che ha per obiettivo la «tutela economica e legale dei figli, minorenni o maggiorenni, non autonomi dal punto di vista economico, di qualsiasi unione (coniugale o equiparata) culminata nell’omicidio di un genitore da parte dell’altro». Ma, come spesso accade nel nostro Paese, la normativa approvata nell’ammirazione generale manca di adeguati fondi economici. In alcuni casi, pochi, sopperiscono le comunità locali o con fondi regionali (es. Regione Lazio) o con raccolte di emergenza, come nel caso del Comune di Alghero, che di recente ha promosso una sorta di “adozione di cittadinanza” per sostenere negli studi i figli di Michela Fiori, uccisa dal marito il 23 dicembre 2018.

Al di là di tutto, è incontestabile l’obbligo per lo Stato di provvedere a questi orfani, vittime sciagurate di Istituzioni che non hanno saputo proteggere le madri. Secondo l’Eures, infatti, oltre un terzo delle donne uccise dal proprio partner o ex partner aveva già subito violenze in passato e il 43% di queste, quasi una su due, aveva sporto denuncia. Purtroppo, come ha ricordato papa Francesco solo un paio di mesi fa, l’origine di questo male arriva da lontano: «Il maltrattamento delle donne è un problema che l’umanità non ha ancora maturato: la donna è considerata di “seconda classe”. Poi si arriva ai femminicidi…».

(*) Giornalista professionista
Redattrice sito Web Diocesi di Torino
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