La morte di Beauty. I confini della legalità

di Alberto Riccadonna *
pubblicato il 11 aprile 2018

I funerali di Beauty S., nigeriana, la mamma morta all’ospedale Sant’Anna di Torino dopo aver dato alla luce il suo bambino, vengono celebrati dall’Arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia sabato 7 aprile alle 9 nel santuario della Consolata. Beauty era malata, aveva un linfoma all’ultimo stadio, sognava di raggiungere una sorella in Francia quando il 9 febbraio ha tentato di valicare con il marito la frontiera innevata di Claviere ed è stata rispedita in Italia, dove’è morta.

L’episodio, una storia di totale miseria, ha suscitato molta emozione. L’inumazione di Beauty nel Cimitero generale di Torino sarà a spese del Comune; l’Opera Barolo ha dato disponibilità a ospitare la sepoltura nel campo ereditato dai Marchesi di Barolo. Sono gesti di compassione e turbamento: chiunque vede nella tristissima fine di questa mamma un segno dell’inumana vicenda cui stiamo assistendo a due passi da casa, lungo l’arco alpino da Ventimiglia su fino alle nostre valli ove, con tutta evidenza, la legge internazionale non riesce a far propria la tragedia dei profughi (speriamo non sia vero ciò che temono i volontari di alcune Ong, che la neve nelle prossime settimane si scioglierà mostrando corpi morti in alta montagna).

La legge va rispettata, però è giusto discuterla. Appare inadeguato un quadro normativo che esige da Paesi come l’italia l’accoglienza dei profughi in fuga dalle guerre (convenzione di Ginevra), ma impedisce di farli transitare negli altri Paesi d’Europa (regolamento di Dublino). Il doppio dovere – di accogliere  e di trattenere i disperati entro i nostri confini – sta producendo gli insostenibili ammassamenti di profughi sulle linee di frontiera con la Francia.

Le polemiche suscitate la scorsa settimana da un’azione di controllo sui migranti al confine di Bardonecchia, condotta dalla polizia francese sconfinando in territorio italiano, sono soltanto l’antipasto delle frizioni cui assisteremo nei prossimi anni se l’Unione Europea non prenderà in mano la situazione e non accetterà di regolare direttamente i flussi. L’innalzamento di barriere fra gli Stati membri non sarà una soluzione, anzi. L’Europa moderna si fonda sull’abbattimento delle frontiere. Dopo le grandi guerre del Novecento la rimozione delle barriere è stato il nostro modo per dichiarare che i problemi – soprattutto quelli più gravi – si affrontano e si risolvono insieme, ricavandone in cambio il bene più prezioso: la pace. Ecco dunque il nodo: la chiusura selettiva dei confini rischia di annullare l’Europa politicamente, oltre che umanamente.

Le forze politiche che non credono nella costruzione europea hanno intuito l’occasione di dare una spallata, stanno soffiando sul fuoco acceso dai profughi. L’obiettivo per noi resta quello di aprire anziché chiudere. Occorre lavorare per una comunità di Stati comunicanti anche se comprendiamo fino in fondo la complessità del problema portato dai profughi: dobbiamo pretendere che venga affrontato collegialmente dai Governi. L’alternativa, neanche troppo dietro l’angolo, sarebbe il ritorno alla contrapposizione fra gli Stati, un disastro.

 

La morte di Beauty. I confini della legalità di  Alberto Riccadonna, «La Voce e il Tempo», 8 aprile, pp. 1; 14-15.

 

(*) Direttore «La Voce e il Tempo» - Torino
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