La noia, nuovo malessere giovanile

Lettura psicologica ed indicazioni operative/educative

di Francesca Di Summa *
pubblicato il 16 ottobre 2018
La noia, nuovo malessere giovanile

Troviamo numerosi scritti sulla descrizione delle modalità di comportamento dei giovani di oggi. Il pensiero comune che attraversa questi scritti è che i giovani “stanno male”, anche se non sempre ne sono consci. Le solite crisi esistenziali, proprie della fase adolescenziale, non sembrano più sufficienti a comprendere e giustificare il disagio che esprimono. Nel mio ruolo di psicoterapeuta spesso mi capita di incontrare genitori che riconducono il malessere dei giovani a problematiche essenzialmente “biologiche”, che caratterizzano detta fase evolutiva. «Gli ormoni che entrano in circolo». Si nega consciamente o  inconsciamente che l’adolescenza sia una fase evolutiva che segue e sintetizza quanto è avvenuto nella fase precedente.

Ogni fase evolutiva è sostanzialmente determinante per lo sviluppo delle caratteristiche di quella successiva. Il più delle volte viene trascurato che ognuno di noi, al di là delle predisposizioni  psicologiche che eredita, vive in un contesto, in un ambiente psicologico, le cui caratteristiche concorreranno a caratterizzare lo stile di vita dell’individuo. Per ambiente psicologico si intende la coloritura emotiva delle relazioni tra i soggetti che costituiscono ed interagiscono nella costellazione famigliare. E non solo quella strettamente famigliare ma anche quella degli ambienti educativi nei quali vive un soggetto. I genitori, in genere, quando chiedono un aiuto psicologico per i figli tendono a prescindere da una riflessione e considerazione degli elementi costitutivi della relazione della coppia coniugale e di quella genitoriale e di come possano essere “visti” dai figli.

La presenza di “un ospite inquietante” nella società (Galimberti)

Galimberti, in uno dei suoi ultimi scritti, nell’analisi del contesto, dell’ambiente psicologico, nel quale crescono i giovani di oggi, inserisce la presenza di “un ospite inquietante”. Ritiene che nelle nostre case, nelle nostre scuole, negli ambienti educativi che frequentiamo tutti e non solo i giovani, abita con noi, ormai da tempo, “un ospite inquietante”. L’ospite inquietante è il “nichilismo” (U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, 2007). È un’ospite invisibile, non afferrabile. Si insinua gradualmente negli ambienti. Quando ci si accorge della sua presenza è difficile da mettere alla porta. Per conseguire un tale intento è necessario avere il coraggio di guardarlo in faccia per trovare gli strumenti efficaci per pervenire allo scopo. Le famiglie si allarmano, la scuola non ha strumenti per intervenire in maniera efficace, sembra che solo il mercato si interessi dei giovani per condurli sulla strada del divertimento e del consumismo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita che non riesce più a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa. L’eldorado di un lavoro, conseguenziale al percorso formativo effettuato, una volta terminato il corso di studi era la meta delle speranze dei giovani. La promessa e l’impegno per la stessa, poggiavano su dati certi; era possibile progettare, il lavoro c’era per coloro che erano motivati alla ricerca.

I giovani sembrano oggi ovattati da una coltre spessa di noia. Non hanno interessi e passioni. Eugenio Borgna afferma che

non c’è una sola forma di noia ma ce ne sono molte: ci sono forme leggere e profonde, effimere e persistenti, motivate ed immotivate, prevedibili ed imprevedibili, visibili ed invisibili, normali e patologiche; ci sono forme di noia che ci fanno meditare sul senso della vita, e altre che ci immergono nel vuoto, e nel nonsenso della vita (E. Borgna, Il tempo e la vita, 2015)

La noia che esprimono gli adolescenti ed i giovani adulti può essere legata all’aver smarrito il senso della vita. E dalla noia può nascere la spinta irrefrenabile verso il divertimento che appena terminato fa ripiombare nella noia che non può, se non illusoriamente, ricoprire il vissuto doloroso del vuoto.

Ma cosa genera il vuoto? Nel lavoro di analisi psicologica, lo psicoterapeuta prova ad entrare nelle case, nelle stanze dei propri pazienti. Cerca di capire lo scenario nel quale si muovono i personaggi. E scopre che, il più delle volte, le case non sono abitate; sono luoghi di sosta. Ogni componente del nucleo famigliare sosta in una stanza. Difficilmente ci si ritrova insieme per pranzare o cenare. Ci si scambia le informazioni indispensabili ma non si interagisce. Il dialogo, il confronto non hanno mai avuto lo spazio ed il tempo necessario per svilupparsi. Le emozioni, i sentimenti non vengono condivisi. E man mano che il tempo passa le emozioni si congelano; i fatti narrati sono spogliati della palpitante componente emotiva che dovrebbe accompagnarli e renderli vivi. Si tratta per lo più di accenni, di mezze frasi che così raccontate vengono velocemente dimenticati e nulla resta dentro perché sono proprio i contenuti emotivi che ci permettono di sentirci vivi.
Si crea un deserto emozionale perché le relazioni sono svuotate di ciò che dovrebbe caratterizzarle e dar loro significato.

Manca una educazione emotiva in famiglia dove gli adolescenti trascorrono il loro tempo con la televisione ed internet, e a scuola dove non sempre chi insegna si preoccupa di offrire agli allievi conoscenze ancorate ad una viva e palpitante partecipazione emozionale al loro destino e troppo lontane da quelle semplificate, certo, ma dotate di maggiore sensibilità emozionale, della televisione ⌈…⌉  Ad accrescere il deserto emozionale, così intrecciato alla noia, si aggiunge il fatto che i valori dominanti della società di oggi sono incentrati sul successo, sulla negazione del dolore, e della fatica di vivere, sui soldi, e non sono indirizzati alla solidarietà e alla comprensione dei doveri e dei sacrifici ( E. Borgna, Il tempo e la vita cit.)

La desertificazione delle emozioni inizia nei primi anni di vita. Il tempo per giocare con i figli, i genitori fanno fatica a trovarlo, forse perché non sanno a loro volta giocare. Ascolto molti genitori che per poter trovare la possibilità di rigovernare la casa o di cucinare, dopo una giornata di lavoro, sistemano il bimbo davanti al televisore ed il bimbo appare paralizzato guardando i cartoni animati. L’attenzione a sviluppare il “simbolico” attraverso il gioco è difficile trovarla. Stare accanto al bambino e simulare la preparazione del cibo, del mettere a letto un peluche, o giocare con lui con i soldatini o inventando degli strumenti musicali, richiede tempo: tempo da dedicare a lui. Eppure sarà proprio lo sviluppo del pensiero simbolico che lo aiuterà a costruire rappresentazioni mentali, la fantasia, necessarie per non annoiarsi.

Coloro che hanno elaborato un sistema di rappresentazioni di simboli introiettati, possono attendere senza sentire l’angoscia. Senza la fantasia c’è la ricerca compulsiva dell’oggetto per non sentirsi perduti (R.M. Scognamiglio  –  S.M. Russo,  Adolescenti digitalmente modificati, 2018)

Un bambino in una sala d’aspetto può giocare con una matita, facendola diventare un aereo ed è in grado di non annoiarsi se non ha dei giochi. Nel gioco simbolico si inizia a prendere contatto con le emozioni, a riconoscere, ad esprimerle. Inizia, così, l’alfabetizzazione emotiva, quella capacità di esprimere e leggere le emozioni proprie ed altrui, necessarie per una vita di relazione. Il deserto emotivo si allarga a macchia di olio nelle elementari e nelle superiori. Per contrastare o limitare l’uso di strumenti tecnologici, i genitori inseriscono i figli, soprattutto nelle elementari, in attività sportive o culturali. I figli sono impegnati tutti i giorni della settimana: musica, sport, inglese ecc. C’è poi la convinzione che tutte queste attività serviranno a potenziare le attitudini per essere poi dei vincenti da adulti. Affermano «in qualsiasi contesto sarà in grado di ben figurare». Si può essere vincenti se si va bene a scuola, se si conosce l’inglese, se si praticano almeno due sport e se si sa suonare uno strumento musicale. Se in uno sport o nel suonare uno strumento musicale o in inglese non si eccelle, si sostituisce subito l’attività o l’insegnante. Tale modalità, in genere, non favorisce lo sviluppo di un interesse o meglio di una passione da coltivare. Soprattutto di apprezzare la positività della fatica.

I giovani di oggi, a livello generale, non coltivano delle passioni. Ad un ragazzo, portatore di un disturbo ossessivo compulsivo, ho chiesto se avesse delle passioni. Ha spiegato che ciò che lo salvava, in momenti acuti di crisi, era la sua passione per il calcio.

È più di una passione; mi piace giocarlo e guardarlo. Mi impegno nel migliorare la mia prestazione. Mi piace perché è aggregazione, cooperazione e finalizzazione a raggiungere insieme la vittoria. Guai se non avessi una passione.

Le passioni costruttive rendono vivi, capace di desiderare ed impegnarsi nel coltivare l’interesse. Tutte le attività organizzate dai genitori sono una lotta contro il tempo. L’impegno diventa “nel far quadrare tutto”. La concentrazione è essenzialmente sul “fare”; poca attenzione viene posta sul vissuto rispetto alle cose che si fanno. A casa si arriva stremati. Nei tragitti in macchina non si dialoga. Un tempo ci si informava sull’andamento scolastico; oggi, consultando il registro elettronico si è sempre informati. Ed allora di cosa si può parlare o almeno come iniziare un dialogo?

I genitori non raccontano ai figli delle loro esperienze lavorative, delle relazioni che vivono nel contesto lavorativo e/o sociale. Credono che non siano interessanti. Per cui ci sono dei bambini che non conoscono il lavoro né la vita sociale dei genitori. La cena non è un momento di condivisione; si mangia velocemente ed i bimbi ritornano nella propria cameretta a navigare su internet. Ed il cellulare o internet dà l’illusione di non sentirsi soli e di non
annoiarsi. Nella forma di noia in cui la vita ha perso il suo significato, si inserisce il vissuto di “vuoto”. Nella condizione di vuoto affettivo, la concezione del tempo, caratterizzata dal passato, presente e futuro, si modifica. Il presente diventa la centralità, è un assoluto da vivere con la massima intensità, non perché è foriero di benessere psicologico ma perché permette di seppellire l’angoscia che emerge ogni volta che tutto ciò che ci circonda ci appare un deserto privo di senso. I giovani, se interrogati, non sanno descrivere il loro malessere perché, come affermano gli psicoterapeuti sono partecipativi in quell’analfabetismo emotivo che non permette di riconoscere i propri sentimenti e soprattutto di chiamarli per nome. «Alfabetizzazione delle emozioni» è uno degli obiettivi presenti in quasi tutti i progetti terapeutici rivolti agli adolescenti (Grandi L.G., Amore e Psyche, 2016).

Alfabetizzazione delle emozioni

E direi che ciò non vale solo per gli adolescenti ma anche per i loro genitori. D’altronde se i ragazzi non riescono a dare un nome alle emozioni è anche perché i loro genitori, gli educatori, in genere, non sono stati in grado di insegnare, di definire i loro stati d’animo, nonché le emozioni che dovrebbero sempre coniugarsi con le esperienze di vita. È un lavoro lungo e difficile per gli psicoterapeuti. Del resto i giovani che nome possono dare a quel nulla
che li pervade e li affoga? A quello stato d’animo che Nietzsche chiama Nichilismo? Nulla interessa, tutto è relativo. I valori universali sono stati deprivati del loro significato. Il nulla sollecita il senso del vuoto e dal vuoto emerge con prepotenza il sentimento dell’angoscia. «L’angoscia è l’assenza di legami, la mancanza della parola» (R.M. Scognamiglio – S.M. Russo, Adolescenti digitalmente modificati cit.). L’angoscia soffoca l’individuo, si aggancia al vissuto della perdita, della morte. L’angoscia non può essere confusa con l’ansia. È qualcosa di più profondo, qualcosa che parte dalle viscere e che pervade corpo e mente. In queste situazioni le parole che cercano di infondere speranza, le parole più o meno sincere, le parole che promettono un cambiamento, che vorrebbero esprimere vicinanza scivolano senza lasciare traccia. Allora la musica sparata a palla nelle orecchie per cancellare il graffio di qualche scomoda parola, uno spinello per anestetizzare il dolore, il computer, i profili facebook che si vanno a visitare con un comportamento ossessivo-compulsivo, sembrano salvare gli adolescenti dal timore del dilagare dell’angoscia. Ma nel momento in cui gli strumenti tecnologici vengono spenti, la noia, espressione del vuoto, prende il sopravvento. E ci si trova sprofondati nell’abisso.

Ma cosa genera il vuoto? Adler, Galimberti, Borgna, Frankl e Grandi evidenziano come causa, come origine del vuoto e di conseguenza della noia, la perdita di senso. Secondo Borgna: «la noia, l’esperienza della noia è una modalità emozionale che porta l’adolescente a smarrire il senso della vita, e dalla noia nascono divertimento e disperazione».
La domanda esistenziale «cosa vuole la vita da me?» sia gli adolescenti che i giovani adulti difficilmente se la pongono. Molti non sono in grado di chiedersi neanche cosa vogliono dalla vita. Nel nulla non nascono i desideri. Non esistono mete da raggiungere. Il tempo è fatto di un eterno presente di noia. Nella riflessione su cosa la vita vuole da ognuno di noi è possibile avviare una ricerca di senso. Una giovane donna, educatrice in una comunità per disabili gravi racconta:

L’indifferenza è ciò che caratterizza la vita emotiva dell’adolescente che si annoia. L’indifferenza emozionale induce a negare valore e significato alle persone ed alle situazioni; c’è poi l’indifferenza etica che non distingue il bene dal male.

L’indifferenza emozionale verso il prossimo, anche quello più vicino e quella verso i valori, modifica la percezione del tempo perché fa vivere in un presente che non ha più passato e futuro. Nella costituzione del “vuoto” alberga lo svuotamento del tempo: il tempo dell’orologio non corre di pari passo con quello del
soggetto immerso nel vuoto. Dalla noia, dall’ansia di uscirne per non prendere contatto con l’angoscia, nasce il bisogno, che diventa poi compulsione, di collegarsi a facebook. La percezione di benessere dura il tempo del collegamento virtuale con altri ma interrotto il collegamento si ripresenta il vuoto, il malessere. Da qui nasce la compulsione, il bisogno di ripristinare il collegamento virtuale. In questi momenti la sensazione di piacere viene rinforzata dalla dopamina, rilasciata dall’attività cerebrale in azione. L’altra parte del cervello, quella preposta al ragionamento, all’analisi, all’elaborazione critica, gradualmente si atrofizza perché non viene mai bonificata (R.M. Scognamiglio – S.M. Russo,  Adolescenti Digitalmente Modificati, cit).

Dalla noia può nascere una vera e propria dipendenza da internet

La condizione di eccitamento momentaneo che spesso troviamo nelle modalità di vita adolescenziale, inducono a comportamenti aggressivi nei confronti degli altri e di se stessi, alla guida spericolata in automobili, moto, e con crescente frequenza di assunzioni di sostanze stupefacenti. Dall’ansia di uscire dalla noia, e questo non riguarda solo gli adolescenti ma anche gli adulti, l’esperienza di Internet si pone come rimedio ma non è efficace come metodo per sconfiggerla. Internet non viene utilizzato come esperienza di conoscenza ma come possibilità di contatto con «altre persone» che si incontrano ad una gelida ed astratta distanza. Dalla noia può nascere una vera e propria dipendenza da Internet, nella quale si conosce stando fermi, si stabiliscono contatti senza entrare in contatto, si provano sensazioni senza vicinanza umana. Per assurdo si potrebbe dire che sia una vita di relazioni autistiche. Il che appare un controsenso da un punto di vista clinico. Il mio lavoro di psicoterapeuta individuale, di coppia e famigliare mi porta ad affermare che gli ambienti famigliari nei quali vivono i giovani divorati dalla noia, sono non di rado caratterizzati da aridità ed inadeguatezza delle relazioni, dalla incapacità di ascoltarsi e di dialogare. L’ascolto attivo richiede la capacità di non essere autocentrati, di accogliere l’altro che è diverso da me e di entrare in una relazione, caratterizzata da emozioni. La percezione della faticosità relazionale spinge ad assumere modalità comportamentali finzionali, tese ad evidenziare che «tutto va bene». Ma in famiglia si vivono vite parallele che scivolano senza lasciare tracce uno nei confronti dell’altro, fino a scoprirsi con stupore che si è divenuti estranei, pur avendo vissuto e vivendo sotto il medesimo tetto. Ci si è persi; si è smarrito il significato dello stare insieme ed il progetto di vita che all’inizio era, forse condiviso.

La nostra società è caratterizzata da una sovrabbondanza di stimoli esterni e dalla aridità di comunicazioni “vere” che portano alla indifferenza esistenziale ed alla mancanza di risonanze emozionali di fronte ai fatti ed ai gesti che si compiono. In famiglia sembra mancare una educazione emotiva: i bambini e gli adolescenti trascorrono il loro tempo con la televisione ed Internet ed a scuola è sempre più difficile trasmettere le conoscenze facendole sentire vive, parte integrante di un processo di maturazione intellettiva ed emotiva.
Ad accrescere il deserto emozionale, così intrecciato alla noia, si aggiunge il fatto che i valori dominanti della società odierna sono incentrati sul successo, sulla negazione del dolore, della morte, e della fatica del vivere, sui soldi, e non sempre indirizzati alla solidarietà, alla cooperazione, ed alla comprensione dei doveri e dei sacrifici. Si parla di crisi della società, di crisi culturale, ma dalla crisi se ne esce con un lavoro individuale che deve partire, in primis, dalle famiglie perché quando si è inseriti nel percorso scolastico si sono già poste le basi per le linee evolutive dell’individuo.
Adler parlava dei disastri psicologici di una educazione viziante. La maggior parte degli adolescenti di oggi hanno ricevuto proprio un’educazione viziante; un’educazione che non ha permesso loro di stringere i denti per conquistare obbiettivi, un’educazione che non ha permesso di fortemente desiderare e di saper attendere. Un’educazione che non permette loro di imparare a rinunciare, di sacrificarsi per il bene altrui, di cooperare, soffrire e gioire con gli altri. L’attenzione all’altro e lo spirito di cooperazione non vengono coltivati. Restano come potenzialità che si inaridiscono e che non ricevono la necessaria linfa per svilupparsi.

Adler, come Frankl, come Borgna e più di recente Grandi, ritiene che il senso della vita sta nell’espressione del sentimento sociale e nella cooperazione ad un bene comune. L’attenzione all’altro e lo spirito di cooperazione si sviluppano grazie ad un progetto educativo nel quale le figure genitoriali operano in sintonia per aiutare i figli a trovare senso nelle loro azioni e comportamenti. Il segreto sta nel non permettere all’individualismo di svilupparsi ma potenziare lo spirito di cooperazione. L’esempio non è sufficiente; è necessario far passare i figli attraverso l’esperienza dell’attenzione all’altro e dello spirito di cooperazione. Aiutarli poi a dar nome alle emozioni legate a dette esperienze relazionali perché sono tali sentimenti che non permetteranno a quell’ospite inquietante, il nichilismo, di far da padrone negli ambienti da noi abitati.
Non può esserci il vuoto là dove c’è un sentito interesse per gli altri ed una calda cooperazione con gli altri. Come dice splendidamente Galimberti

nel deserto della comunicazione emotiva, che da bambini non ci è arrivata, da adolescenti non abbiamo incontrato, e da adulti ci hanno insegnato a controllare, crescono l’individualismo esasperato, e insieme una grande difficoltà ad una riflessione interiore che consenta di creare relazioni autentiche. Ci si avvia ad una lenta desertificazione delle emozioni che sono relazione, e sono soffocate dall’indifferenza e dal divertimento, dalla noncuranza e dall’aggressività. Così non si va più a mettere in contatto il cuore con la mente, la mente con il comportamento ed il comportamento con le risonanze emozionali che gli avvenimenti destano nel cuore

Il Nichilismo, il senso del vuoto, la noia, le dipendenze sono i frutti di una vita che non è stata bonificata dalle emozioni che sole possono generare relazioni interpersonali costruttive che possono dar senso alla vita.

Chiudo questo mio intervento con una poesia di Emily Dickinson:
Se io potrò impedire
Ad un cuore di spezzarsi
Non avrò vissuto invano-
Se allevierò il dolore di una vita
O guarirò una pena-
O aiuterò un pettirosso caduto dal nido
Non avrò vissuto invano.


Bibliografia

ADLER A., Il senso della vita, Newton, Roma 1997

BORGNA E., Il tempo e la vita, Feltrinelli, Milano 2015

DICKINSON E., Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1994

GALIMBERTI U., L’ospite inquietante. Il nichilismo dei giovani, Feltrinelli (Milano) 2007

FRANKL V.E., La vita come compito. Appunti autobiografici, a cura di E. Fizzotti, Sei, Torino 1997

ID., La sofferenza di una vita senza senso. Psicoterapia per l’uomo di oggi, Leumann (Torino), Elledici 1992

GRANDI L.G., Amore e Psyche. Percorsi di psicoterapia individual-pesicologica, Effatà, Cantalupa 2016

SCOGNAMIGLIO R.M. – RUSSO S.M., Adolescenti digitalmente modificati, Collana «Frontiere della Psiche», Mimesis, Milano 2018

(*) Presidente di Istituto di Psicologia Individuale «A. Adler»
Psicoterapeuta, Didatta SIPI
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