“Evangelium vitae”: una testimonianza di Elio Sgreccia

di Giuseppe Zeppegno *
pubblicato il 14 luglio 2013
“Evangelium vitae”: una testimonianza di Elio Sgreccia

Il 25 marzo 1995, festa dell’Annunciazione, Giovanni Paolo II promulgò la Lettera Enciclica Evangelium vitae, destinata a lanciare un monito forte contro la tendenza diffusa in ampi strati dell’opinione pubblica a giustificare i «delitti contro la vita in nome dei diritti della libertà individuale» e a pretendere «non solo l’impunità, ma persino l’autorizzazione da parte dello Stato, al fine di praticarli in assoluta libertà ed anzi con l’intervento gratuito delle strutture sanitarie» (EV, 4).

Dalle prime pagine il Pontefice denunciò l’insorgenza sempre più manifesta della “cultura della morte” e ne stigmatizzò le drammatiche conseguenze, prima tra tutte la scarsa considerazione della vita umana. Essa è percepita come un bene degno di essere vissuto solo se soddisfa alcuni parametri di qualità. Si dimentica così il dovere etico di accudire chi è debole e si tende a “risolvere” le difficoltà della vita nascente, dei vecchi e dei malati con il sempre più facile ricorso a interventi cruenti quali l’aborto e l’eutanasia. Quanti sono consapevoli della loro situazione di svantaggiati, sono indotti a sentirsi un peso per la società e guardano con sospetto e sfiducia il medico che, ai loro occhi, non assume più il ruolo di chi cura, ma di chi è arbitro dell’esistenza altrui.

Il Papa sostenne che questo stato di cose è motivato dall’emarginazione di ogni riferimento alla dimensione trascendente. Lo smarrimento del senso di Dio e il conseguente privilegio dell’immanenza provocano una vorticosa crisi assiologica e morale e il conseguente smarrimento del «senso dell’uomo, della sua dignità e della sua vita» (EV, 21). L’individuo è indotto a lasciarsi guidare da un esasperato e pernicioso soggettivistico relativismo anti-solidale dove «tutto è convenzionale, tutto è negoziabile: anche il primo dei diritti fondamentali, quello della vita» (EV, 20).
Questo modo di pensare provoca una grave deformazione della convivenza perché «la società diventa un insieme di individui posti l’uno accanto all’altro, ma senza legami reciproci: ciascuno vuole affermarsi indipendentemente dall’altro, anzi vuol far prevalere i suoi interessi» (EV, 20). Ogni scelta diventa insensatamente una questione di gusti dettati dall’emozione del momento e costantemente revocabili.

Muta anche il senso dello Stato che

non è più la “casa comune” dove tutti possono vivere secondo principi di uguaglianza sostanziale, ma si trasforma in Stato tiranno, che presume di poter disporre della vita dei più deboli e indifesi, dal bambino non ancora nato al vecchio, in nome di una utilità pubblica che non è altro, in realtà, che l’interesse di alcuni. Tutto sembra avvenire nel più saldo rispetto della legalità, almeno quando le leggi che permettono l’aborto o l’eutanasia vengono votate secondo le cosiddette regole democratiche. In verità, siamo di fronte solo a una tragica parvenza di legalità e l’ideale democratico, che è davvero tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana, è tradito nelle sue stesse basi (EV, 20).

Con convinta determinazione Giovanni Paolo II invitò i credenti e ogni uomo sinceramente aperto alla verità e al bene a opporre a questa “logica” perversa e distruttrice un’autentica “cultura della vita” (EV, 5).

A diciotto anni dalla promulgazione dell’Enciclica, la meta educativa proposta è ancora lontana e la vita è costantemente vilipesa in tante parti del mondo. Non a caso Benedetto XVI nel settantaquattresimo paragrafo della Lettera Enciclica Caritas in veritate, pubblicata nel 2009, asserì che «campo primario e cruciale della lotta culturale tra l’assolutismo della tecnicità e la responsabilità morale dell’uomo è oggi quello della bioetica, in cui si gioca radicalmente la possibilità stessa di uno sviluppo umano integrale».

L’esigenza di prestare particolare attenzione alla questione è stata confermata durante il pellegrinaggio mondiale delle associazioni pro-life organizzato in occasione dell’Anno della Fede dal Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione, in collaborazione con Pontificia Accademia per la Vita e il Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari. L’evento ha avuto come apice la celebrazione eucaristica presieduta il 16 giugno 2013 in piazza San Pietro da Papa Francesco.

Nella circostanza, Lorenzo Schoepflin ha intervistato il Card. Elio Sgreccia, definito dallo storico della filosofia e attento studioso della disciplina bioetica Giovanni Fornero, «il maggior bioeticista cattolico». Il testo del colloquio è stato pubblicato sabato 15 giugno 2013 sul quotidiano «Il Foglio» (Custode della vita. Il cardinale Sgreccia racconta come nacque la gran battaglia di Woityla sull’“Evangelium Vitae”. Dall’aborto ai brevetti sul Dna, pag. IV).

Per comprendere l’importanza delle sue dichiarazioni bisogna ricordare che l’illustre prelato nell’anno accademico 1983-84, all’età di 55 anni, quando altri già intravedono la pensione, ebbe l’incarico, primo in Italia, di insegnare bioetica in ambito universitario. L’Università Cattolica del Sacro Cuore in Roma lo ritenne idoneo a questo compito grazie alla sua formazione teologica e filosofica, all’esperienza accumulata nella redazione della rivista «Medicina e Morale», al servizio di osservatore presso il Comitato del Consiglio d’Europa incaricato d’affrontare i problemi emergenti dell’etica biomedica e al Gruppo di Studio promosso dal Dipartimento del Consiglio d’Europa per la Ricerca e l’Insegnamento.

Lavorando notte e giorno, come affermò egli stesso in un’interessantissima relazione tenuta nel 2006 per celebrare il suo ventennale impegno nel settore bioetico, nel mese di agosto 1984 riuscì a scrivere il primo manuale di bioetica in lingua italiana di ben 500 pagine (Manuale di Bioetica per medici e biologi). Pose a fondamento della sua teorizzazione il personalismo ontologicamente fondato che, accogliendo il realismo ontologico tomista, riconosce il valore sostanziale della persona.
L’avvertita esigenza di far dialogare discipline diverse fra loro, lo portò inoltre a individuare quello che chiamò il metodo triangolare che unisce la parte descrittiva-sperimentale con quella antropologico-filosofica e etico-applicativa.

L’impegno profuso del prof. Sgreccia nella bioetica

Accanto alla proficua attività accademica e alla vastissima produzione di testi tradotti in diverse lingue, si distinse per la fondazione del Centro e dell’Istituto di Bioetica del Gemelli. Queste due istituzioni furono molto apprezzate e seguite tanto che nel 2003 fu possibile fondare la Federazione dei Centri e Istituti di Bioetica di ispirazione personalista (FIBIP) che raggruppa una quarantina di centri e istituti ispirati al personalismo e disseminati in tutto il mondo.
Guidato dalla consapevolezza che la Chiesa ha il compito di formare instancabilmente i fedeli ai problemi della vita, ha anche sollecitato la nascita della Fondazione Ut Vitam Habeant con il compito di incoraggiare e sostenere questo tipo di formazione nella comunità cristiana.
Dal 1990 al 2006 fu membro del Comitato Nazionale per la Bioetica e nel 1992 fu eletto vescovo e nominato segretario del Pontificio consiglio per la famiglia. Assolvendo questo suo incarico, partecipò attivamente ai lavori per la stesura dell’Evangelium vitae.
Dal 1994, anno del suo sorgere, fu vice-presidente della Pontificia Accademia per la Vita e nel 2005 ne assunse la carica di presidente. Lasciò l’incarico nel 2008 per raggiunti limiti di età. Recentemente in collaborazione con il prof. Antonio Tarantino, ordinario di Filosofia del diritto e direttore del Centro di Bioetica di Lecce, ha messo in cantiere un’altra preziosissima iniziativa unica nel suo genere: l’Enciclopedia di Bioetica e Scienze giuridiche.

Il Card. Sgreccia, protagonista e testimone dello sviluppo del pensiero bioetico cattolico, nell’intervista rilasciata a Schoepflin spiega che il documento ebbe un’inusuale genesi. Nel 1990 arrivò sulla scrivania di Giovanni Paolo II il libro di Michel Schooyans, professore di Filosofia politica all’Università cattolica belga. Il testo, L’avortement: Enjeux politiques, pubblicato originariamente in francese, era stato da poco tradotto in italiano con il titolo Aborto e politica. Denunciava l’esistenza di un preoccupante programma internazionale di controllo demografico che trasformava

l’aborto, da questione di orizzonte privato, da vicenda che si esaurisce dolorosamente nel segreto della dimensione familiare per la difficoltà di accettare una gravidanza, diventa programma politico. I paesi in via di sviluppo sono ricattati: solo se daranno evidenza dell’applicazione di leggi e politiche abortiste potranno ricevere gli aiuti della comunità internazionale.

Il Papa iniziò a riflettere sulla questione con i suoi più stretti collaboratori. Volle innanzitutto sapere quanti fossero gli aborti nel mondo. Ricorda Sgreccia nell’intervista: «Trovai nella biblioteca dell’Università Cattolica gli atti di un congresso della Società internazionale di medicina legale che forniva dati ancora oggi ritenuti validi: tra i 45 e i 50 milioni all’anno di aborti registrati».

In seguito la Segreteria di Stato, la Congregazione per la Dottrina della fede e il Pontificio Consiglio per la famiglia iniziarono una serie di consultazioni interne. Giovanni Paolo II decise in seguito di convocare un Concistoro Straordinario per l’aprile 1991. Durante l’incontro, consapevoli degli innumerevoli attentati alla vita perpetuati nel mondo, i Vescovi chiesero al Papa di riaffermare con la sua autorità il valore e l’inviolabilità della vita umana. Sollecitamente il Santo Padre, nella Pentecoste del 1991, scrisse a tutti i Vescovi, una lettera con le linee del futuro documento. I Vescovi dal canto loro offrirono suggerimenti, proposte, informazioni che furono particolarmente utili e arricchenti ai fini della stesura definitiva.

L’Enciclica che ne derivò può essere considerata a buon titolo come il frutto della collaborazione dell’episcopato universale ed ebbe tre successive edizioni. Al termine della stesura non fu pubblicata perché sembrò opportuno farla precedere nel 1993 dalla Veritatis splendor, enciclica che si occupò dell’insegnamento morale della Chiesa. Secondo Sgreccia questa scelta non fu casuale. Il documento di carattere morale affermando «che la mente umana è in grado di comprendere universalmente delle verità di carattere fondamentale», costituì, infatti, «la necessaria premessa per un’enciclica sulla difesa della vita». Finalmente nel 1995 l’Evangelium vitae fu consegnata alle stampe a dimostrazione del grande coraggio e determinazione del Pontefice.

Evangelium vitae  (1995): dimostrazione del grande coraggio e determinazione del Pontefice

Sostiene infatti Sgreccia: «Scrivere in quel momento l’Evangelium vitae significava opporsi alle nazioni più forti economicamente e alle potentissime lobby internazionali. L’audacia della firma in calce all’enciclica non va sottovalutata».  In essa – continua Sgreccia – «Giovanni Paolo II ha codificato principi morali assoluti e irreformabili, patrimonio della tradizione millenaria della chiesa. Non dobbiamo dimenticare che la condanna dell’aborto viene fatta, testualmente, “con l’autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i vescovi”».

Tali insegnamenti furono ripresi da Benedetto XVI che nel 30 marzo 2006, parlando ai partecipanti al convegno promosso dal Partito Popolare Europeo indicò alcuni principi non negoziabili: la tutela della vita in tutte le sue fasi, dal primo momento del concepimento fino alla morte naturale; il riconoscimento e la promozione della famiglia come unione fra un uomo e una donna basata sul matrimonio; il diritto dei genitori di educare i propri figli.

La stessa attenzione, secondo Sgreccia, è condivisa anche dall’attuale Papa che «da arcivescovo di Buenos Aires, una volta ha affermato che abortar es matar, abortire è uccidere. Che è quello che si afferma nell’enciclica». Come i suoi predecessori, Papa Bergoglio ha ben chiara la convinzione che la difesa della vita non può essere minimizzata.

Il Cardinale però lamenta che oggi nella Chiesa «ci si è trovati di fronte a forze pastorali un po’ disarmate. Spesso non si conosce la bioetica e si considerano i suoi argomenti troppo specialistici, senza tenere sempre in debito conto il dominio che la scienza odierna esercita sulla vita umana». Al contrario la Chiesa deve giocare un ruolo profetico in questo campo. Nel mezzo dell’attuale e complessa crisi economica non può rinunciare a proclamare

la mancanza di capitale umano è un danno gravissimo che crea povertà. Meno uomini non significa più risorse a disposizione, come erroneamente ipotizzava Malthus. E per riparare quel danno ci vogliono lassi di tempo che si misurano in generazioni.

Questa preziosa lettura della situazione proposta dal Card. Sgreccia merita una particolare attenzione da parte del mondo cattolico. Effettivamente, non sono pochi i credenti che rischiano di inciampare nella nefasta idea diffusa in tanti contemporanei che la coscienza del singolo debba essere ritenuta creatrice d’individualistiche verità e arbitra indiscussa di ogni decisione morale.

È necessario oggi più che mai proclamare con rinnovata forza: «sì all’amore e no all’egoismo, sì alla vita e no alla morte, sì alla libertà e no alla schiavitù dei tanti idoli del nostro tempo» (Papa Francesco, Omelia del 16 giugno 2013).

Consola la constatazione che il rispetto per la vita è ribadito anche da pensatori laici quali ad esempio Pietro Barcellona, Paolo Sorbi, Mario Tronti e Giuseppe Vacca. Nella premessa al testo Emergenza antropologica pubblicato nel 2012 individuano nell’umanesimo condiviso il punto di incontro tra credenti e non credenti. Riferendosi all’inizio vita, spiegano che

una vita che nasce rappresenta un valore in sé fin dal suo concepimento […]. Chi accetta questa impostazione non faticherà a riconoscere che, si tratti di concepimento, dell’embrione o di una vita già formata, non ci può essere differenza di valore nel modo di atteggiarsi di fronte a essa. Ne riteniamo che questa affermazione ostacoli la libertà femminile nel caso di interruzione della gravidanza […]. L’aspetto saliente della nostra impostazione è nella proposta di spostare la discussione dal piano dei diritti a quello delle responsabilità […]. Se si imposta il problema così, qualunque discussione volta a stabilire a quale grado di sviluppo dell’embrione si potrà riconoscere la forma della vita risulterà odiosa.

(*) Prof. don Giuseppe Zeppegno
Dottore di ricerca in Morale e Bioetica
Docente di Teologia Morale Sociale presso la Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale – Sezione di Torino
Direttore scientifico del Master Universitario in Bioetica della medesima Facoltà
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