La vita dei piccoli come Alfie

di Carmine Arice *
pubblicato il 8 maggio 2018

Pubblichiamo l’articolo di Carmine Arice, Padre generale del Cottolengo, apparso su «La Voce e il Tempo» del 6 maggio 2018 (pp. 1; 15) che espone alcune riflessioni sulla fragilità umana traendo spunto dall’esperienza quotidiana che si vive alla Piccola Casa cottolenghina della Divina Provvidenza:

Ci sono eventi che vengono alla ribalta perché fanno scandalo, altri perché stuzzicano la curiosità o il gossip, altri ancora perché assumono rilevanza mediatica a causa di posizioni contrapposte su episodi che toccano il sentimento o ideali di vita irrinunciabili. Il motivo per cui la vicenda del piccolo Alfie ha tenuto le prime pagine dei giornali, e per diversi giorni, è un po’ tutto questo.

Perché non regalarci il tempo necessario di andare in profondità su questioni così importanti anche prima e dopo, con serenità e serietà?

Quello che possiamo notare, ora che è passata «la fase acuta» e i riflettori si sono spenti, è il silenzio, e questo non solo per il giusto rispetto del dolore dei genitori del piccolo guerriero, ma forse perché per tenere alto l’audience dei media è necessario trovare un altro tema, magari altrettanto discusso, capace di muovere fazioni contrapposte. Ecco il guaio! Perché parlare di certi argomenti solo quando la notizia alimenta la cronaca e non regalarci il tempo necessario di andare in profondità su questioni così importanti anche prima e dopo, con serenità e serietà? Questo lo deve fare la scienza come l’etica, la cultura accademica come quella più popolare, perché  in ballo non ci sono questioni secondarie ma il senso stesso della nostra vita.

Non è mia intenzione entrare in sterili polemiche, non servirebbe assolutamente! I dati della vicenda sono sostanzialmente noti e ciascuno può tirare le sue conseguenze. Che vicenda! Come in una partita di ping-pong, forza e debolezza continuavano ad affrontarsi in un prodigioso duello. La forza di papà e di mamma, la fragilità di bimbo di Alfie; la forza del piccolo guerriero che resiste e vuole vivere anche dopo il distacco del respiratore, la fragilità di mamma e papà che chiedono aiuto al mondo intero per dare tutta la vita possibile al loro bimbo; la forza del diritto che decreta di attaccare e staccare macchine e sostegni vitali, la fragilità dei medici che devono obbedire  a quanto stabilito dai giudici e, soprattutto, la fragilità di chi avrebbe diritto di vivere e di chi ha l’onere e il dovere di decidere per lui essendone i tutori… e potremmo ancora continuare.

Chi è il forte e chi è il debole non si sa: come in una commedia pirandelliana le parti si scambiano.  Solo che non siamo in un teatro; qui c’è in ballo la vita di un bimbo fragilissimo ma che ha diritto di vivere, certo senza accanimento, ma nemmeno senza che qualcuno decida per lui il momento della sua morte. È difficile giustificare la negazione data ai genitori di provarle tutte per assicurare ad Alfie tutta la vita di cui aveva diritto, non un minuto di meno! Mi è stato chiesto di riflettere su questa vicenda, tanto incredibile quanto dolorosa, a partire dall’esperienza quotidiana che viviamo alla Piccola Casa della Divina Provvidenza, il Cottolengo.

Ho accettato per dar voce ai tanti piccoli Alfie che in questi 190 anni hanno abitato casa nostra: sono Pietro, Tindara, Volo, Giandomenico, Stella, Antonio… e l’elenco potrebbe ancora continuare. Non sono state rare le volte che questi amici sono arrivati a casa nostra con la certezza che la loro vita sarebbe durata pochi mesi, se non pochi giorni. Ma così non è stato e per anni, circondati da un amore possibile, capace di intercettare anche i più piccoli segnali di relazione, dal gemito al movimento più discreto, sono stati loro compagni di viaggio religiose e religiosi, volontari, operatori dell’assistenza che mai si sono posti la domanda se ne valeva la pena o quanto costava il tutto, ma, percependo la dignità del loro lavoro e soprattutto la dignità dei piccoli eroi che non davano segni di cedimento di fronte al limite, si facevano padri, madri, sorelle e fratelli. E quando il bimbo concludeva la sua giornata terrena, le lacrime di chi era presente all’estremo saluto scendevano sempre copiose come fosse partito il proprio figlio.

Quando si decide di prestare le mani a chi non le sa usare o addirittura non le ha, quando, senza nemmeno pensarci, si decide di fare squadra per assicurare a questi piccoli amici e alle loro famiglie tutto il bene possibile nella loro concreta situazione, succede il miracolo: l’applicazione nel senso più nobile possibile della logica del profitto, non quella che determina il diritto alla vita a partire dalle risorse disponibili o dalle condizioni psicofisiche più o meno accettabili, ma quello che approfitta di ogni occasione per aiutare a vivere chi da solo fa fatica.

Certo nella storia dell’umanità ci sono state soluzioni anche più veloci: penso alle diverse rupi tarpee che qualche «civiltà» ha drammaticamente conosciuto. Da qualcuno il Cottolengo è stato accusato di avere falsa pietà, anche da personaggi noti della cultura come fece sull’Espresso nel 2009 Giorgio Bocca, accusando la Piccola Casa di avere «un culto della vita ad ogni costo che lascia perplessi i visitatori della pia istituzione del Cottolengo, dove tengono in vita esseri mostruosi e deformi».

Per noi non è così! Quegli essere mostruosi e deformi hanno un nome e una storia e l’esperienza, anzi, l’amore ci rende vigili perché quando è l’ora, senza nessun accanimento, si lascino volare, ma fino a quando il loro cuore desidera onorare la comunità degli uomini, la loro presenza è un dono e prenderci cura di loro un grande investimento per tutti, al fine di rendere questa nostra società meno crudele e disumana.

(*) Padre generale del Cottolengo
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