Francesco D’Agostino. Muoversi nello stesso senso

di Francesco D'Agostino *
pubblicato il 30 aprile 2013
Francesco D’Agostino. Muoversi nello stesso senso

Muoversi nello stesso senso1

Perché continuare a negare l’evidenza? si chiede, preoccupatissimo, Giovanni Fornero2. Perché tanti continuano a negare la distinzione paradigmatica tra bioetica “cattolica” e bioetica “laica”? Fornero ci suggerisce una risposta: dipende dal fatto che non tutti hanno quell’ anticonformismo, quel “coraggio intellettuale” di opporsi ai luoghi comuni, di cui Fornero ritiene di essere ben fornito. È una risposta. Ma può essercene un’altra, quella che, sommessamente, vorrei difendere in queste pagine. Quella che per Fornero è un’evidenza, per me (e per fortuna anche per altri “cattolici” ed altri “laici”) non lo è affatto; anzi è, piuttosto, un equivoco, l’equivoco in cui cade un degnissimo studioso, come Fornero, che affrontando la bioetica come “nozione storiografica e descrittiva”, anziché “teoretica e normativa”, ritiene di riuscire a cogliere in tal modo la verità della bioetica medesima, anziché una delle sue dimensioni. È innegabile che sia del tutto legittimo avvicinarsi alla bioetica storiograficamente (e Fornero è un ottimo storiografo della filosofia!), ma è anche legittimo ritenere che la filosofia non possa essere appiattita sulla storiografia. Chi infatti studi la filosofia in chiave storiografica, senza sapersi porre in modo originale e personale un problema filosofico, merita di essere ritenuto uno storico, non propriamente un filosofo; uno storico della bioetica, anziché un bioeticista. Questo non è una demonizzazione (ma Fornero arriva a dire: una satanizzazione!) dei diversamente pensanti; è, semplicemente, un’actio finium regundorum.

Ammettiamo (per assurdo) che Fornero mi dia ragione e che concordi con me nel ritenere che il suo impegno intellettuale si gioca tutto sul piano della storia della filosofia, della cultura, della bioetica. Cesserebbe la ragione del contendere? No. Perché, anche se evitassi accuratamente di confrontarmi con Fornero sul piano strettamente teoretico, resta il fatto che anche sul piano storiografico e descrittivo la sua ricostruzione oggettivamente non mi convince. Non è la prima volta che lo dico: Fornero ricorda che tocco spesso questo punto “nei convegni e su «Avvenire»”. In realtà lo tocco anche in pagine di maggiore impegno teoretico di quanto non siano interventi congressuali o editoriali pubblicati su un quotidiano – alludo ai due libri Bioetica (Torino, Giappichelli, 19983) e Parole di bioetica (Torino, Giappichelli, 2004) -, pubblicati da tempo, al quale si sarà probabilmente aggiunta, quando queste pagine saranno pubblicate, la mia Introduzione alla biopolitica). Comunque, cercherò di riassumere cosa penso sull’argomento, indicando alcuni punti, che potranno essere utili a chiarificare l’essenziale di questa discussione.

Primo punto. Fornero adora le dicotomie. Le amo anche io (e, a fini di pura provocazione, ne cito alcune: quella bene/male, bello/brutto, natura/spirito, uomo/donna, uomini/animali, ecc.). Cerco però di usarle il meno possibile. In generale, l’universo è troppo variegato per essere letto in chiave dicotomica; quella del mondo, per dirla con G.M. Hopkins, è una pied beauty e non le si rende giustizia forzandolo in alternative secche. Cattolici da una parte, laici dall’altra: ma ci sono molte più cose, nella bioetica, di quelle che non riesca a comprendere la povera filosofia di Orazio/Fornero. Il quale, peraltro, sembra esserne, qua e là, consapevole, quando riconosce quanto sia complicato collocare in questa dicotomia, i valdesi (io aggiungerei anche gli ebrei e i musulmani) o quei laici (come Pocar – che Fornero cita espressamente – ma io, tra i tanti, aggiungerei anche i nomi di Hans Jonas, Didier Sicard, Nicola Matteucci, Sergio Nordio, Giorgio Israel), che con il loro stesso esistere dimostrano che una terza via esiste! Fornero, per eludere questa difficoltà, usa due argomenti. Avanza l’ipotesi che si tratti di laici non del tutto consapevoli di cosa propriamente sia la laicità: insomma che i nomi che abbiamo fatto siano nomi di “laici che sbagliano”. Il guaio è che nel laicismo non esiste una suprema istanza magisteriale e che quindi l’argomento potrebbe essere rovesciato: potrebbe essere Fornero a sbagliarsi nell’irrigidire in tal modo il concetto di laicismo, individuandolo in buona sostanza come l’alternativa al “cattolicesimo”. Ma a questo punto la discussione diviene tutta interna al mondo dei “laici” e possiamo quindi fermarci. Fornero ha un secondo argomento: esistono sì – ed egli lo riconosce – molteplici bioetiche laiche, ma sono tutte accomunate da una stessa aria di famiglia, avrebbero cioè tutte somiglianze maggiori delle differenze. Queste somiglianze farebbero riferimento a caratteri sostanziali comuni, che Fornero esplicita con molta chiarezza. Ne riparleremo più avanti al terzo punto di queste considerazioni: qui è sufficiente rilevare che la presenza di un’aria di famiglia può aiutare chi voglia fare dossografia, ma non chi voglia fare filosofia: ad es. è indubbio che tra Platone e Hegel ci sia un’aria di famiglia, che ci induce a considerarli entrambi idealisti, ma è altrettanto indubbio che per la visione cattolica del mondo Platone è continua fonte di ispirazione, Hegel molto meno (anzi, forse, non lo è affatto).

Secondo punto. Come individuare la bioetica cattolica? Ci si aspetterebbe che Fornero fornisse un elenco di principî materiali “ non negoziabili”, come ad es. l’indisponibilità della vita. Egli però non lo fa. Perché? Probabilmente perché, da ottimo storico qual egli è, sa benissimo che quello dell’indisponibilità della vita (così come qualunque altro principio “non negoziabile” che ad esso si volesse aggiungere) non appartiene in modo specifico all’etica cattolica: lo troviamo nell’etica di molte altre religioni, anche non cristiane (si pensi all’ossessione dei giainisti per la difesa di qualsiasi forma di vita), così come lo troviamo in molti autori comunemente considerati laici, primo tra tutti Kant. L’etica cattolica non è un’etica confessionale e soprattutto non ha carattere dogmatico: nel Credo, che i cattolici recitano ad alta voce ogni domenica nel corso della messa, non si fa cenno ad alcuna posizione precettistica di carattere etico. Ma allora come identificare l’etica cattolica? Per bioetica cattolica, ci spiega pazientemente Fornero, non si deve intendere «qualsiasi forma di biomorale elaborata da cattolici», ma la «bioetica cattolica ufficiale», quella contenuta nei documenti pubblici del Magistero e nelle opere degli autori in consonanza con essi. Insomma, Fornero per individuare la bioetica cattolica ricorre a un criterio puramente formale.

E qui le cose cominciano a complicarsi. Non c’è dubbio che siano innumerevoli i documenti del Magistero cattolico che toccano temi di morale. Sfugge però a Fornero il fatto che i documenti del Magistero cattolico sono particolarmente complessi da un punto di vista ermeneutico: in essi possono apparire tematiche strettamente cattoliche nel senso dogmatico del termine (ad es. affermazioni in tema di eucaristia), tematiche cattoliche, ma in un senso strettamente ecclesiale ed istituzionale, cioè giuridico-canonistico (ad es. affermazioni sul tema del celibato sacerdotale) e tematiche cattoliche, nel senso di pastorali, che orientano gli uomini verso la vita buona (è in quest’ambito che propriamente rientrano le tematiche bioetiche). Non si può parlare di bioetica cattolica nel primo senso del termine (il no cattolico all’aborto non si fonda su dogmi); se ne può parlare nel secondo senso (gli esperti sanno che il delitto di aborto comporta canonicamente la scomunica latae sententiae) e soprattutto se ne può e se ne deve parlare nel terzo senso: la pastorale è molto più che proselitismo religioso, è individuazione e promozione del bene umano, sia materiale che spirituale, un bene che la mera e comune ragione degli uomini è in grado di tematizzare.

Né le difficoltà finiscono qui. La bioetica “cattolica” che desta interesse, è, secondo Fornero, quella “ufficiale”. Cosa intende il nostro con questo aggettivo? Nessun dubbio che un documento conciliare o un’Enciclica siano magistero “ufficiale” della Chiesa, ma lo sono anche la lettera pastorale di un vescovo diocesano o la predica domenicale di un parroco? E se lo sono, in quale senso lo sono? Ma andiamo avanti.  Al magistero ufficiale Fornero parifica le opere di quegli autori che, egli ci spiega, col Magistero siano in consonanza. Benissimo: ma da quando è stato abolito l’imprimatur, come si stabilisce se il lavoro di un autore “cattolico” sia davvero in consonanza col Magistero? La questione riattiva sottili questioni interpretative. Per Fornero è facile citare, come esempio di ottimo rappresentante della bioetica cattolica, Elio Sgreccia, la cui autorevolezza è fuori discussione, sia perché è un vescovo, sia – e forse soprattutto – per il ruolo da lui avuto prima come fondatore del Centro di Bioetica dell’Università Cattolica, poi come Presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Ma esiste un gran di numero di notevoli studiosi cattolici, che non hanno avuto e probabilmente non otterranno mai, per ragioni molto diverse tra loro, simili riconoscimenti istituzionali. Come dovranno essere valutati? Andranno esclusi dal novero dei “cattolici” o andranno ricompresi in essi? Quis iudicabit? Lo stesso Fornero, a sua insindacabile discrezione? In aggiunta a questo, si rifletta sul fatto che su molte tematiche bioetiche, soprattutto di frontiera (si pensi alle mille questioni create dalle neuroscienze), non esistono ancora pronunciamenti magisteriali. Cosa si deve dire, che la bioetica cattolica guarda solo al passato, a ciò che è stato autorevolmente ricompreso in un testo del magistero, e non al futuro? È  chiaramente un paradosso.

Terzo punto. Se non è semplice definire cosa propriamente sia la bioetica cattolica, non è molto più semplice individuare in che cosa consista la bioetica laica. Fornero non concorda con coloro che vogliono ridurla ad un’etica procedurale (e su questo punto siamo assolutamente d’accordo con lui).  E non nega nemmeno, l’abbiamo già rilevato, che esistano molteplici bioetiche laiche. Però, a suo avviso, la bioetica laica ha comunque una sua unitarietà, in quanto si caratterizza per il suo far riferimento ad alcuni principî e valori sostanziali (da cui deriva la legittimazione di pratiche come l’ aborto, l’eutanasia, la fecondazione artificiale, ecc.). I principî sono: autonomia e qualità della vita, rifiuto di principi deontologici assoluti e assunzione di un’ottica  pluralista. Sarebbe tutto molto chiaro, se questi principi fossero univoci. Purtroppo non lo sono e Fornero, da ottimo storico delle idee qual egli è, non può ignorarlo. Questi principî  possono essere tematizzati e declinati in molte prospettive diverse e non ci legittima ad unificarle il fatto che esse siano caratterizzate da una radicale diversità rispetto alle dottrine del magistero “cattolico”. Un kantiano rabbrividisce (con buona pace di Hare), quando sente un utilitarista parlare di autonomia. Un bergsoniano sa che non troverà mai nelle pagine del suo maestro una difesa dell’assolutismo morale. Un medico ateo, ma di formazione ippocratica, non accetterà mai il paradigma della qualità della vita. Quanto al pluralismo, spero proprio che Fornero converrà con me, che dietro questa parola si nasconde poco più di uno slogan, comprensibile nel dibattito socio-politico, ma dotato di ben poco senso in quello etico. È  ben difficile tematizzare il bene, ma – se vogliamo tematizzarlo – dobbiamo ipotizzarlo come univoco. Ne è prova il fatto che cattolici e laici condividono moltissime opzioni bioetiche ritenendole non negoziabili, dotandole cioè di un valore assiologico assoluto, anche se fossero avallate dal consenso delle persone interessate: penso al no al commercio di organi a fini di trapianto, alle mutilazioni sessuali femminili, alla sterilizzazione e ad altre forme di intervento coercitivo sul corpo umano come sanzione penale, al neonaticidio femminile e alla limitazione delle nascite procurata tramite aborto selettivo di feti femmina, alla vivisezione animale…Vogliamo essere pluralisti sul serio? Allora tutte queste opzioni andrebbero ritenute meritevoli di rispetto o almeno legittimate ove riscuotessero un consenso sufficientemente ampio (come di fatto avviene in molti paesi di questo mondo). So bene che sto provocando Fornero e con lui tutti i laicisti per i quali il pluralismo è purtroppo divenuto un dogma, ma insisto su questo punto, perché in tal modo diviene comprensibile quello che, adottando la prospettiva di Fornero, resterebbe un enigma: il fatto cioè che in tanti contesti concreti, in tanti comitati locali di bioetica (ma aggiungerei senza tema di essere smentito: anche nel Comitato nazionale!) cattolici e laici lavorano fianco a fianco, esprimendo valutazioni convergenti e giungendo a raccomandazioni condivise. Se su alcuni punti la divergenza di valutazione è con ogni probabilità insuperabile (almeno allo stato attuale della riflessione), su moltissimi altri, invece, il pensare assieme è davvero la norma. È  anche a partire da questo dato di fatto, che ritengo inoppugnabile, che non riesco a condividere l’idea che in bioetica cattolici e laici stiano per ragioni di principio su fronti contrapposti.

Quarto punto. Vorrei riformulare provocatoriamente la domanda che sta tanto a cuore a Fornero: perché negare l’evidenza? La riformulerei, rivolgendola naturalmente a lui, e a tanti laici, in questo modo: perché negare un’altra evidenza e cioè che in Italia è in atto da anni un uso strumentale, soprattutto politico, di una categoria così ambigua come quella della laicità, un uso che non si riscontra in altri contesti politici e culturali? Perché negare che i laici su questo tema dialogano fittamente tra di loro, ma evitano in genere un confronto pubblico con i cattolici che hanno idee non collimanti con le loro? Logorato, soprattutto dopo il crollo del marxismo, il riferimento alla giustizia sociale, alle diverse terze vie tra capitalismo e comunismo, e perfino alla democrazia, quello della laicità è diventato, come ho detto, uno slogan, che appare ormai fin troppo consunto, utile forse ormai solo per chi si fa propaganda per vincere le primarie del Partito democratico. Si badi: non nego affatto che il tema della laicità sia, in sé, molto rilevante: lo dimostra il fatto che non mi sono sottratto al dovere di approfondirlo sia nei miei libri sia attivando nel 2006 un convegno nazionale (La laicità e le laicità. Nuovi temi e nuovi problemi) o curando l’anno successivo un volume (che ho intitolato Laicità cristiana). Resta che quella della laicità non è categoria filosofica o etica. È una categoria culturale (ma tale categoria crea problemi intricatissimi, come quando parliamo di filosofia italiana –Tommaso d’Aquino è un filosofo “italiano”? – o di arte italiana – i mosaici di Monreale appartengono all’arte “italiana”? – ). Ed è, naturalmente, una categoria politica e istituzionale di valore primario (l’accettazione di un sistema concordatario di rapporti Stato/Chiesa attiva indubbiamente questioni di “laicità” dello Stato). Insomma, che la bioetica abbia ricadute culturali e politiche è fuori di ogni dubbio. Ma in sé e per sé nella bioetica entrano in gioco, prima di qualsiasi altra cosa, problemi, esigenze, sofferenze, interessi, speranze, spettanze, rivendicazioni, doveri, scelte (tragiche e meno tragiche, ma sempre rilevanti) di carattere antropologico, che chiedono di essere meditati, soppesati, valutati e, se possibile, decisi secondo verità, cioè secondo le esigenze del bene umano, di quel bene umano oggettivo e universale, del quale anche il più esauriente elenco dei diritti fondamentali può darci solo un primo quadro, assolutamente sommario. Come diceva Goethe, non chiediamo a chi sta camminando accanto a noi se la pensa proprio come noi; vediamo piuttosto se ci muoviamo nello stesso senso.


1 D’AGOSTINO F., «Muoversi nello stesso senso»,  in D’AGOSTINO F., Bioetica e biopolitica, Torino, Giappichelli, 2011,pp. 235-241

Perché continuare a negare l’evidenza? Realtà e senso della distinzione paradigmatica tra bioetica “cattolica” e bioetica “laica”, in «Bioetica»,  XVII, 2009, n° 3, p. 457. Di  Fornero cfr. anche Bioetica cattolica e bioetica laica,  Bruno Mondadori,  Milano 2005 e Laicità debole e laicità forte. Il contributo della bioetica al dibattito sulla laicità,  Bruno Mondadori, Milano 2008

(*) Francesco D'Agostino
Professore Ordinario di Filosofia del Diritto nell'Università di Roma "Tor Vergata"
Presidente Onorario del Comitato Nazionale per la Bioetica
© Riproduzione Riservata