Giovanni Fornero. Paradigmi

di Giovanni Fornero *
pubblicato il 30 aprile 2013
Giovanni Fornero. Paradigmi

Bioetica laica e cattolica: distinzione tra i paradigmi.
Senso, ragioni, concetti, storiografia

Le espressioni “bioetica cattolica” e “bioetica laica” ricorrono sia nel linguaggio ordinario e mediatico, sia in quello specialistico. Tuttavia, secondo alcuni studiosi, questa dicotomia non sarebbe valida, poiché la bioetica cattolica, al pari di quella laica, si basa anch‘essa sulla ragione, per cui una distinzione fra le due bioetiche sarebbe priva di  senso.

Questa tesi non è per niente risolutiva. Anzi pecca di superficialità epistemologica e storiografica. Infatti, sostenere la distinzione fra bioetica cattolica e bioetica laica non significa alludere a una semplicistica antitesi tra fede e ragione, bensì alla distinzione fra due paradigmi o modelli generali di razionalità etica.

Per “paradigma” – nozione che traggo dal filosofo della scienza Thomas Kuhn e di cui offro una rielaborazione in senso bioetico – intendo non solo un modo complessivo di rapportarsi alla realtà, ma anche una costellazione teorica ruotante intorno a talune idee o assunti di fondo (che definisco “idee-guida” o “idee-madri”). Idee da cui, per quanto concerne la bioetica, scaturiscono conseguenze radicalmente differenti: ad esempio il rifiuto o l’accettazione dell’aborto e dell’’eutanasia.

Anche a prescindere da queste considerazioni filosofico-epistemologiche, l’esistenza di una bioetica “cattolica” – contrariamente a quanto continua a sostenere in Italia Francesco D’Agostino – è un fatto. Tant’è che a livello internazionale e nella rete l’espressione catholic bioethics ricorre con frequenza.
Misconoscere questo fatto non è possibile, soprattutto per un cattolico che voglia essere coerente con la propria realtà di “cattolico”. Infatti, è indubbio:

1) che esista un punto di vista cattolico ufficiale sulle questioni bioetiche
2) che tale punto di vista sia contenuto nei documenti del Magistero

Altrettanto indubbia è la rilevanza di tale punto di vista. A quegli studiosi che mi rimproverano di insistere “troppo” sulla bioetica del Magistero replico che – poiché il cattolicesimo non è il protestantesimo – ciò che dicono i documenti ufficiali, a cominciare dall’enciclica Evangelium vitae, costituisce un dato bioetico di primaria importanza.

Poco fondato mi sembra anche il tentativo di sminuire la portata teorica del discorso magisteriale. Infatti, il Magistero non parla solo in nome della fede, ma anche della ragione, rivolgendosi a tutti e non solo ai credenti.

Analogamente, le tesi contenute nei documenti non hanno soltanto una valenza “pastorale” (come ha sostenuto e ribadito D’Agostino) ma possiedono anche una esplicita valenza dottrinale. Anzi, come argomento nei miei lavori, la bioetica dei documenti è basata su una serie di assunti paradigmatici di natura filosofica (si pensi alle idee-guida di sacralità e indisponibilità della vita, di unitotalità della persona, di piano divino del mondo, di legge morale naturale ecc.). Assunti che sono presentati non come retaggio di una filosofia determinata, ma come patrimonio perenne e universalmente valido della ragione umana.

Inoltre non bisogna dimenticare che la bioetica del Magistero trova un’articolazione specialistica nelle opere di quegli autorevoli bioeticisti cattolici (si pensi al Manuale di Elio Sgreccia) i quali pensano in sintonia paradigmatica con esso e con le sue idee-guida.
Certo, come preciso nei miei lavori, questa bioetica, ossia la bioetica cattolica ufficiale e quella che si affianca in modo organico a essa, non è l’unica forma di bioetica esistente in ambito cattolico. Tant’è che accanto ad essa – o in certi casi in alternativa ad essa – esiste una variegata serie di proposte bioetiche rappresentata dai cosiddetti “personalismi di matrice cattolica”. “Personalismi” certamente presenti nel panorama culturale, ma la cui esistenza non deve far perdere di vista la realtà – e l’importanza dottrinale e normativa – di quella catholic bioethics per eccellenza che è la bioetica cattolica ufficiale.

Come esiste una bioetica elaborata in ambito cattolico, così esiste una bioetica elaborata in ambito laico. A questo proposito è indispensabile qualche precisazione concettuale e linguistica.
Come sostengo sin dall’aggiornamento del Dizionario di filosofia di Nicola Abbagnano, nel linguaggio ordinario e in quello colto la nozione di laicità presenta due accezioni di fondo: una di tipo metodologico-formale  e una di tipo filosofico-contenutistico.
Nel primo senso la laicità allude a un metodo che fa appello ai valori della razionalità, della criticità e della libera discussione. “Metodo” che, nell’ambito delle varie attività umane, può essere fatto proprio sia dai credenti sia dai non credenti. Nel secondo senso la laicità allude invece alla specifica visione del mondo dei non credenti, cioè alla dottrina comprensiva di coloro che – agnostici o atei – vivono e pensano a prescindere da Dio e dall’adesione a un credo religioso.

Analogamente, il concetto di bioetica laica può avere due significati di fondo. In senso largo e metodologico per bioetica laica s’intende ogni forma di bioetica basata sulla ragione e sull’autonomia discorsiva. Da questo punto di vista anche la bioetica cattolica, nella misura in cui fa appello alla ragione e alle sue tecniche, è una bioetica “laica”.
In senso stretto e forte per bioetica laica s’intende invece uno specifico movimento di pensiero caratterizzato da un insieme di principi antropologici ed etici maturati in ambito secolare. Principi che, dal punto di vista teorico, configurano un ben preciso paradigma di pensiero, diverso e per certi aspetti antitetico a quello cattolico.

Questo significa che pur essendo differenti fra loro e pur avendo, su determinati temi, impostazioni diverse i bioeticisti laici, proprio per il fatto di essere tali, condividono taluni principi e valori di base. In altri termini, l’assenza di un “magistero laico ” non esclude la fattuale presenza (da Singer a Mori) di taluni principi paradigmatici condivisi, cioè l’esistenza di una soglia minima d’idee-guida comuni. Soglia che rende storiograficamente fondato il concetto di una bioetica laica standard.
Fra queste idee-guida comuni vi è ad esempio la convinzione che in bioetica si debba ragionare a prescindere da Dio e da un ipotetico “progetto divino sulla vita”. Convinzione che si accompagna al misconoscimento di una legge morale naturale e all’idea di una legittima “disponibilità” della vita (dal concepimento sino alla morte). Idea, quest’ultima, che mette capo alla legittimazione teorica di pratiche come l’interruzione di gravidanza o il suicidio assistito.

A tutto ciò si potrebbe replicare che anche alcuni credenti accettano tali principi (e tali pratiche). Emblematico è il caso di Engelhardt che, pur essendo credente, presenta parecchi punti di convergenza con i bioeticisti laici (al punto da venir comunemente considerato come un tipico rappresentante di certe istanze della bioetica laica). Al contrario, esistono dei laici (si pensi agli “atei devoti”) che sono vicini alle posizioni della bioetica cattolica.

Questo dato non costituisce tuttavia un valido argomento contro quanto si è detto sinora e, nella fattispecie, contro la nostra teoria dei paradigmi. In altri termini, il fatto che alcuni credenti (questo è anche il caso dei valdesi) presentino delle convergenze paradigmatiche con la bioetica laica non è una prova dell’inesistenza di tale bioetica. Analogamente, il fatto che alcuni laici presentino delle convergenze paradigmatiche con la bioetica cattolica non è una prova dell’inesistenza di tale bioetica. Questo fatto attesta semplicemente che non tutti i credenti si riconoscono nella bioetica del Magistero e non tutti i laici si riconoscono nelle tesi paradigmatiche della bioetica laica standard.

In conclusione, la bioetica cattolica e la bioetica laica e, nella fattispecie, la bioetica cattolica ufficiale e la bioetica laica standard costituiscono delle realtà teoriche e storiche che non è possibile negare o misconoscere. Al punto che anche chi respinge i concetti di bioetica cattolica e laica, nei suoi discorsi non può fare a meno di adoperarli (come è successo anche a Torino, in cui D’Agostino ha continuato a parlare di bioetica “cattolica” e bioetica “laica”, classificate rispettivamente come bioetica “calda” e bioetica “fredda”).

Ultimamente, anche Elio Sgreccia ha riconosciuto la correttezza epistemologico-descrittiva della mia teoria dei paradigmi. Infatti, in un intervento riportato in Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto1,  se da un lato Sgreccia ha sostenuto che di diritto la distinzione fra bioetica cattolica e bioetica laica non dovrebbe esserci – in quanto la ragione e la legge morale naturale è una sola – dall’altro ha affermato che di fatto questa distinzione esiste e condiziona pesantemente il dibattito.

Ritengo questo discorso, che ha il pregio dell’onestà intellettuale, metodologicamente più valido di quello di altri studiosi. Tant’è che alcuni cattolici, dopo aver letto l’intervento del “numero uno dei bioeticisti vaticani”, sostengono di preferirlo a quello “negazionista” di D’Agostino.
Non solo perché più articolato e aderente ai fatti, ma anche perché ogni desiderio di “camminare insieme”, cioè ogni progetto di superamento delle differenze bioetiche fra cattolici e laici, presuppone – a monte – un obiettivo riconoscimento della realtà di tali differenze.


1 SGRECCIA E., «Bioetica cattolica e bioetica laica: a proposito dei paradigmi», in G. FORNERO-M. MORI, Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto, Le Lettere, Firenze 2012

(*) Giovanni Fornero
Filosofo e studioso di Bioetica
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