L’Amore che salva. Sulla sofferenza: Enzo Bianchi, Réal Tremblay, Nosiglia e testimonianze

Seconda sessione del convegno al Santo Volto, Torino 22-24 maggio 2015

di Gabriella Oldano *
pubblicato il 12 luglio 2015
L’Amore che salva. Sulla sofferenza:  Enzo Bianchi, Réal Tremblay, Nosiglia e testimonianze

Dopo la Santa Messa officiata al Cottolengo, presieduta da monsignor Zygmunt Zimowksi, il convegno è proseguito al Santo Volto, moderato dal Direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della Salute della Cei don Carmine Arice, con due illustri relatori padre Enzo Bianchi, Priore della Comunità di Bose, e padre Réal Tremblay, C.ss.R., Presidente della Pontificia Accademia di Teologia.
Del fondatore della comunità monastica di Bose don Carmine Arice ha voluto ricordare la recente nomina di Consultore del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Padre Enzo Bianchi e don Carmine Arice, convegno Santo Volto 22-24 maggio 2015

Padre Enzo Bianchi e don Carmine Arice, convegno Santo Volto 22-24 maggio 2015

«Parlare della sofferenza e del dolore, e quindi della malattia e della morte è un’operazione difficile, eppure noi umani non possiamo farne a meno. A differenza degli animali che subiscono e vivono la sofferenza, noi vogliamo interpretare, cogliere il senso dell’esistenza o meno, sapere da dove il male, perché il male, a che cosa serve il male? Sono le domande che ogni uomo e donna si sono posti e continuano a porsi sotto il cielo, in ogni terra e in ogni cultura», così esordisce Padre Enzo Bianchi sul tema «La sofferenza tra scandalo e mistero». 

Parte dal fatto che non si può sfuggire alla sofferenza, in quanto prima o poi si è colpiti, e anche alla morte, «sofferenza ultima ed estrema di ogni vivente». Neppure le sacre Scritture cristiane che hanno la capacità di rivelare su chi è l’uomo e il suo rapporto con il Dio vivente, giungono ad una risposta alla domanda sul perché della sofferenza.
Su due punti vuole chiarire padre Bianchi. Il male non viene da Dio, come testimoniano le Scritture con numerose citazioni a partire dal libro della Sapienza (2,22). Ma neanche l’uomo, creato da Dio, ha prodotto il male e la sofferenza nel mondo, anche se vi ha acconsentito fino ad essere lui stesso capace di causare sofferenza e morte. «Sappiamo di essere fragili, aggrediti da tante forze mortifere che abitano il nostro pianeta (tsunami, eruzioni, terremoti, epidemie), abitati da pulsioni che ci portano ad operare il male coscienti e non coscienti, dunque di essere capaci di procurare sofferenza ma anche di resistere alla sofferenza, a volte di arginarla, alcune volte di guarirla, sempre però nei limiti precisi imposti dalla nostra condizione di mortali».
Ammonisce a non usare quelle espressioni che hanno solo una parvenza di fede cristiana, quali la sofferenza ti è mandata da Dio per il nostro bene per purificarci dei nostri peccati o per la nostra redenzione. Gesù ha svelato il volto di un Dio che vuole la vita per il peccatore, vuole addirittura perdonarlo e mostrargli il suo amore affinché si converta e viva nella pienezza della vita umana. Allora, per non fermare il nostro sguardo sullo scandalo della sofferenza perché non rimanga confinata ad enigma, preclusa ad ogni comprensione, occorre percorrere la via verso il mistero che può aprirsi alla rivelazione (il discorso di Gesù ai suoi discepoli in Lc 12,2) trovando il coraggio, la forza di non proiettare su Dio le immagini  prodotte in noi dalla sofferenza che si condivide.
Si tratta di «accompagnare lungo una via che il malato può percorrere per fare della malattia e della sofferenza uno spazio in cui cerchi di amare e di accettare di essere amato dagli altri».
È vero che «la sofferenza è un’esperienza umana che può essere apportatrice di insegnamento, può aiutare a renderci più comprensibili verso gli altri, addirittura più solidali. Il più delle volte però la sofferenza abbrutisce, spinge il malato a chiudersi in se stesso, causa la depressione e ci sono malattie che rendono le persone irritabili, addirittura violente, incapaci di vivere le relazioni come le avevano vissute prima di allora».
Padre Enzo Bianchi chiosa: «il miracolo grande che si può fare assistendo un malato è di aiutarlo che lui continui ad essere capace di amare e continui di accettare di essere amato; il miracolo durante la malattia non è neanche tanto la guarigione quanto l’amore fino alla fine come ha fatto Gesù nella Passione che ha continuato ad amare e a essere amato».
E guardando alla Sindone, il suo pensiero va ai cristiani perseguitati di oggi, all’arcivescovo di San Salvador Oscar Romero di cui la Chiesa proprio quel giorno del convegno lo proclama beato e ai malati. Conclude ricordando una frase del Cottolengo sui i malati che sono i nostri signori oltre che il nostro Signore.

Padre Réal Tremblay, convegno Santo Volto, 22-24 maggio 2015

Padre Réal Tremblay @ foto G. Ferrise

Da un taglio antropologico sul tema della sofferenza di Enzo Bianchi si è passati ad un aspetto più teologico con Padre redentorista Réal Tremblay, Presidente della Pontificia Accademia di Teologia in «La sofferenza di Dio: le lacrime del Figlio».
Su un argomento su cui numerosi teologici hanno argomentato, ma sempre con pudore, si sofferma Tremblay. se le lacrime di Gesù sono quelle di Dio stesso. L’affronta analizzando tre passi della Scrittura in Lc 19,41-42, in Gv 11, 33-35 e nella Lettera agli Ebrei per « studiarne il senso e vedere in che cosa le lacrime del Figlio possono aiutarci a comprendere le nostre lacrime, nell’attesa di vederle sparire per sempre nella “nuova Gerusalemme” in cui stesso asciugherà ogni lacrima e non ci sarà più morte, né lamento, né grida, né paura (cf. Ap 21, 4).
Articola tre passaggi delle lacrime del Figlio che cambiano natura, «da lacrime da solidarietà alla sofferenza degli altri a lacrime di comunione con la sofferenza e diventare perciò lacrime di liberazione. Nel senso che non era sufficiente che Gesù assistesse dall’esterno alla sofferenza altrui, ma che si unisse all’uomo ferito e in pianto e che le sue lacrime divenissero così offerta al padre che poteva, con l’accoglienza dell’offerta filiale, asciugarle dai suo occhi e dagli occhi di tutti».
Si può cogliere che qualcosa dell’escatologia finale è già all’opera «nella chiave che il Figlio ci offre per alleggerire (non stroncare) i nostri dolori», afferma il teologo. Le lacrime del Crocifisso “riprendono e superano”  tutti i nostri dolori – spiega Tremblay – perché sono quelle del Figlio alle prese con ciò che non gli si addiceva, con ciò che lo contraddiceva, con ciò che, per così dire, a lui si opponeva ontologicamente: il peccato dell’uomo.
Le lacrime del Calvario non sono così luogo di disperazione, bensì, citando dall’esegeta Albert Vanhoye, Tremblay chiosa dicendo: «sono quelle del Figlio di Dio in persona che, nella potenza della sua filiazione propriamente divina, le trasmutava in atto d’offerta, in atto sacerdotale, in atto di mediazione». (Intervento  Padre Réal Tremblay)

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L’“Amore che salva” si esprime con testimonianze di carità e di amore, vie di solidarietà. Così ha introdotto la sessione pomeridiana il direttore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale della Salute don Marco Brunetti.

Alla sensibilità e alla capacità di ascolto del mondo interiore, proprio e altrui, nello stare accanto, nell’accompagnamento e nella cura assistenziale e sanitaria delle persone malate e sofferenti ha richiamato l’attenzione l’Arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia nell’intervento sui «I luoghi della sofferenza» fisici e antropologici, presentando in primis la persona.
Semplici risorse di cui bisogna riappropriarsi. Trae esempio da due parabole evangeliche. Quella del cieco (Mc, 10,46-52) che invoca aiuto a Gesù ma la cui voce è impercettibile tra la folla e quella dell’emorroissa (Lc 8, 43-48), una tra le tante persone che tocca il mantello di Gesù. Tuttavia entrambe le figure riescono ad attirare lo sguardo di Gesù. «Egli sa ascoltare il grido e le richieste, anche le più nascoste», spiega Nosiglia. Proprio perché «il suo sguardo è sempre rivolto ad ogni singola persona, non considera mai il malato uno dei tanti, ma ha per ciascuno un gesto, una parola appropriata e individuale. È come se dicesse: “Tu solo conti adesso per me, non temere, ti sono vicino, e su di me ti puoi appoggiare in ogni tua specifica necessità”».
L’Arcivescovo invita oggi a fare rete tra le istituzioni pubbliche e private, tra ambito sociale ed organismi ecclesiali, con le famiglie e le persone malate per creare «vie fattive sul piano della formazione e dei servizi» che mettano al centro la persona umana nella sua dimensione etica e spirituale. C’è bisogno di «trovare vie di solidarietà e di incontro con le famiglie di chi soffre». L’abbandono, la solitudine, la difficoltà nella gestione quando colte impreparate, talvolta la carenza di servizi e di assistenza sanitaria e sociale adeguati ai loro problemi e le difficoltà economiche costituiscono per molte di loro un “fardello” fisico, morale, psicologico che le opprime e isola dalla comunità. Oltre ad un opportuno sostegno sarebbero utili percorsi educativi alla salute di informazione preventiva riguardo alle malattie, all’invecchiamento, alla promozione della cultura della vita e della solidarietà da attivare a scuola.

Mons. Cesare Nosiglia, don Marco Brunetti e sr Silvia Riva, convegno Santo Volto 2-24 maggio 2015

Mons. Cesare Nosiglia, don Marco Brunetti e sr Silvia Riva, convegno Santo Volto 22-24 maggio 2015

Negli ambienti ospedalieri ogni sforzo di umanizzazione dal superamento dell’anonimato e alla superficialità dei rapporti va intrapreso perché «ogni uomo prima di essere un malato è una persona, che va accolta nelle sue necessità più profonde e non soltanto fisiche. È una persona debole, insicura, preoccupata, ansiosa, che solo se trova nell’operatore sanitario, nel volontario, un sorriso, una stretta di mano calda, una parola di incoraggiamento e di speranza; un modo di rapportarsi sereno e paziente, può sentirsi accolta, capita e trovare conforto e forza per continuare a lottare e sperare nella guarigione».
Le persone affette dal morbo di Alzheimer o da altre malattie o disabilità gravi hanno ancor più bisogno di sentire la vicinanza che si fa ascolto del loro mondo interiore. Quindi formazione e riqualificazione degli operatori è «l’unica via che permette di rispondere alle sfide dei nostri tempi in riferimento a queste patologie di così delicata e difficile gestazione» – conclude l’Arcivescovo –  come lo sono anche i percorsi di formazione permanente in risposta alle sfide che la ricerca e le conquiste mediche comportano; e dinanzi a queste ultime si chiede «ai medici e operatori sanitari la vocazione di donare la vita, salvaguardarla, promuoverla e difenderla dal primo istante fino all’ultimo». (Intervento Mons. Cesare Nosiglia)

Poi si intrecciano splendidi squarci di luce misericordiosa fra noi, “dell’Amore che salva” accanto alla fragilità umana.

Prima è la volta della storia di suor Maria Silvia Riva delle Suore domenicane di Betania, una congregazione che nasce, in modo insolito, in un carcere femminile francese nel 1864 per opera del frate Joseph Lataste, incentrata sulla spiritualità dell’unità con la parola di vita vissuta. È assistente volontaria nella sezione femminile del carcere delle Vallette. La piccola comunità religiosa del torinese fa visita in carcere dal 1985; vi si reca una volta alla settimana per incontrare le donne detenute che lo desiderano, dando ascolto ai loro sentimenti di rabbia, vergogna e rassegnazione, alle loro frustrazioni, ai loro problemi familiari e di spersonalizzazione, e instaurando gradualmente con loro un dialogo su cui si pongono le basi per una speranza di vita. Le accolgono anche in comunità durante i permessi. «Ci sono vite che hanno bisogno di un sostegno» fa osservare sr. Silvia, che tra l’altro condivide con il gruppo di don Ciotti l’esperienza di volontariato legato al progetto «Tratta e prostituzione» per aiutare le donne che denunciano i loro sfruttatori.

Luigi Ferraro, presidente Gli Amici di Daniela, Santo Volto, 22-24 maggio 2015

Luigi Ferraro, presidente Gli Amici di Daniela © P. Garelli

Si passa poi alla storia di una famiglia “colorata”, accerchiata dal calore di tante persone che le vogliono bene, dai familiari agli amici, come la chiama Daniela, che vive da dieci anni con la sindrome di Locked-in. A raccontarlo è il marito Luigi Ferraro che, ancora si emoziona, nonostante i numerosi interventi che porta avanti da anni per dar voce alle persone che condividono il medesimo stato di sua moglie. Infaticabile marito e padre di due figli che per amore di Daniela e del prossimo hanno dato vita nel 2007 alla prima associazione con finalità di solidarietà sociale che svolge anche attività di assistenza-socio sanitaria, « Gli Amici di Daniela onlus», di cui è presidente. Tre anni più tardi all’associazione onlus «Lisa» che si restringe al campo alla sindrome di Locked-in per informare e promuovere strutture specializzate. Infine, nel 2012 «Lisef», una federazione europea per la ricerca e la garanzia di parità di cure. Parla anche di due nuovi progetti, l’uno «Casa D.» per la realizzazione di appartamenti per le persone affette da Sv, Mcs o Lis offrendo loro continuità assistenziale domiciliare dopo il periodo riabilitativo e l’altro «Casa estiva D», la ristrutturazione di una camera adeguata per le disabilità gravissime in comodato gratuito dove trascorrere le vacanze presso la colonia estiva del comune di Bra.
Alla domanda della bambina più piccola, Che cosa le è successo?, la quale non ha potuto conoscere come era prima di allora la sua mamma, Daniela, che era una maestra, ha risposto con un’autobiografia fatta di storie fiabesche che vedremo presto pubblicato.

Don Luigi Ciotti e don Marco Brunetti, Santo Volto 22-24 maggio 2015 © foto P. Garelli

Don Luigi Ciotti e don Marco Brunetti © foto P. Garelli

E «gli occhi di Daniela parlano al nostro cuore», afferma don Luigi Ciotti il fondatore dello storico Gruppo Abele che accompagna le storie delle persone fragili e quest’anno compie cinquant’anni e di Libera contro l’illegalità mafiosa. Parole che rimandano al messaggio di Papa Francesco sull’Ostensione prima della sua visita in Torino, che lo hanno profondamento colpito: «Lasciamoci raggiungere da questo sguardo che non cerca i nostri occhi ma il nostro cuore […] Questo volto sfigurato assomiglia al volto di tanti uomini e donne feriti da una vita che non rispetta la loro dignità». Il Papa invita a guardarci dentro la nostra coscienza, ad interrogarci, ad esaminarci con umiltà, afferma don Ciotti che prosegue dicendo: «Meditazione, raccoglimento e preghiera sono incomplete se la Sindone non ci apre gli occhi sul mondo, sugli ultimi. Occorre saper guardare attraverso quel lenzuolo per risvegliare il cuore e la coscienza sulla violenza e le ingiustizie che abitano il nostro mondo». Richiama ad un agire responsabile verso le tante persone sofferenti, disperate, ansiose perché senza un lavoro, per una società giusta, verso le giovani vittime della droga, verso le persone che hanno perso la loro vita in mare in cerca di una speranza, contro il dilagare dell’egoismo e dell’indifferenza, “malattie” del nostro tempo.
In quel giorno del convegno ricorreva la commemorazione di Giovanni Falcone e don Ciotti ha ricordato anche la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro uccisi nella strage di Capaci. Gli viene alla mente le parole di Papa Francesco all’incontro dei familiari, vittime della criminalità mafiosa, in Vaticano. Con un linguaggio semplice e diretto, ha cambiato la prospettiva, rivolgendo parole dure “ai grandi assenti” chiedendo loro di convertirsi e mettersi in ginocchio.

(*) Redazione Bioetica News Torino
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