L’etica del dono. Testimonianze dell’Amore di fede in Dio

di Beppe Del Colle *
pubblicato il 4 dicembre 2012
L’etica del dono. Testimonianze dell’Amore di fede in Dio

Chissà perché, quando si dice “dono” si dice qualcosa di diverso, di più, di trascendente, rispetto al normale “regalo”.  A Natale, il “dono” è quello che portano i re Magi al Bambino Gesù. Nel vocabolario latino il vocabolo “donum” significa soprattutto offerta votiva”, Virgilio scrisse «dona deum templis mittere», mandare doni ai templi degli dei, Ovidio parlò di «dona turea»,  offerte di incenso.

È appena uscito un libro, di piccole dimensioni ma di grandi contenuti, La cattedrale d’Europa di Luca Nannipieri (ed. San Paolo, 2012, pp. 94,  8,50 euro) dedicato alla Sagrada Familia, la sfida di Gaudì alla modernità, come suggerisce il sottotitolo di copertina. Ebbene, l’idea centrale, quella che ha mosso il saggista esperto di patrimoni artistici di forte significato a scrivere quel libro, è che quella cattedrale è frutto di un “dono” che coinvolge ormai da più di cent’anni un popolo intero, gli abitanti di Barcellona e di tutta la Spagna, ma anche milioni di pellegrini di tutto il continente.

Della interminata costruzione di quella chiesa straordinaria essi  hanno fatto, e continuano a fare, un segno simbolico di «donazione» da parte di «un numero crescente di persone che donavano i propri soldi, i propri aiuti, i propri lavori», come la descrive Nannipieri, il quale così conclude: «È la chiesa del dono, esempio massimo di quanto possano fare le comunità quando si uniscono attorno ad un luogo cristiano e al mistero della bellezza».

Quel libro mi ha riacceso il ricordo di un’altra “donazionedi carattere religioso a cui mi ha personalmente interessato, un quarto di secolo fa, il millennio della cristianizzazione della Russia, datata dall’anno 888 d.C.  La commemorazione dell’evento poteva sembrare incredibile in quell’immenso Paese, allora sotto il giogo comunista. Eppure…

Eppure poteva capitare che un sacerdote torinese (in grado di  testimoniare, è tuttora vivo e importante nella cultura della Diocesi) chiedesse a un giornalista che stava partendo per la Russia di portare una busta chiusa a una famiglia di cristiani ortodossi che, a causa della propria fede, era perseguitata dal regime sovietico. Poteva essere un rischio, arrivare all’aeroporto di Mosca con quella busta  – che ovviamente conteneva denaro, certamente una somma in dollari – ma valeva la pena di correrlo, perché avrebbe consentito al giornalista di entrare davvero, sia pure da un piccolo angolo visuale, nella vicenda del “dissenso” religioso russo, che aveva, fra molto altro, regalato al mondo i capolavori di Solgenitsin.

Fin qui, quel messaggio concreto di amicizia e di stima non può ancora essere chiamato un “dono” nel senso diverso e trascendente di cui sopra. Arrivai a Sheremetyevo, passai alla dogana, la busta l’avevo messa in una tasca interna dell’impermeabile. Dopo qualche giorno, mi feci portare da un tassista all’indirizzo di quella famiglia. Erano due giovani insegnanti di un liceo moscovita che avevano commesso una colpa grave: avevano parlato in classe, ai loro allievi, di Gesù e del Vangelo. Erano stati destituiti: lui a fare il bidello, lei a fare le pulizie nella loro stessa scuola.

Consegnai la busta, mi invitarono a cenare con loro: il menù consistette in un uovo e un piatto di minestrina ciascuno. Avevano un bambino piccolo, erano pagati pochissimo. Parlavano un buon francese, mi raccontarono la loro vita di credenti, mi indicarono una parrocchia il cui pope era loro amico, li capiva e cercava di proteggerli, come poteva.

Ci andai la domenica successiva, alla fine della liturgia mi accodai ai fedeli che, secondo la tradizione locale, parlavano con il sacerdote davanti alla chiesa, e mi sentii toccare le spalle, erano due poliziotti che mi invitarono a salire in auto con loro e mi riportarono all’albergo, con l’ordine di lasciare l’Urss il giorno dopo.  Grazie all’ambasciata, la cosa non finì lì, potei continuare a raccogliere materiale per il libro che avevo in mente e che uscì nel 1988 con il titolo Olga e Gorbaciov  (ne parlo senza imbarazzo, perché è esaurito da parecchi anni).

Ma ne parlo perché la storia millenaria del cristianesimo (greco-ortodosso, uniate, cattolico, protestante che fosse) stava attraversando, in quel decennio gorbacioviano, l’ultima stagione di atroci persecuzioni cominciata nel 1917 con la Rivoluzione d’ottobre, continuata senza tregue fino alla seconda guerra mondiale. Nel 1917 la  Chiesa ortodossa russa disponeva di 73 diocesi, 163 vescovi, 54.174 chiese, 1.025 fra monasteri e  conventi maschili e femminili, 94.629 fra monaci e suore, 51.105 preti, 4 accademie, 567 seminari teologici, 185 scuole preteologiche, 37.528 scuole parrocchiali, 291 ospedali, 1.113 ospizi per anziani, 34.497 biblioteche parrocchiali.

Nel 1939 ci saranno in servizio soltanto quattro vescovi, poche centinaia di preti in poche centinaia di chiese; non ci sarà nessun convento e nessun monastero, monaci e suore saranno tutti dispersi, nessuna scuola, nessuna attività pastorale. In ventidue anni, i vescovi morti per fucilazione, in gulag o al confino saranno 272.

Tuttavia, qualche anno dopo, in piena guerra, Stalin pensò che la salvezza dell’Urss dall’aggressione nazista potesse essere aiutata dallo spirito religioso che ancora animava, nonostante tutto, una buona parte della popolazione russa (almeno 50 milioni, come da un’indagine segreta del 1937, che non fu mai resa pubblica). Non aveva torto, il fiuto politico non gli mancava. Infatti, il 21 giugno del 1941, il giorno dell’attacco della Germania all’Urss, l’allora metropolita Sergio aveva improvvisamente invitato i suoi fedeli ad aiutare come potevano l’Armata rossa, il che avvenne: a Mosca si raccolsero in pochi mesi tre milioni di rubli e nell’assediata Leningrado addirittura cinque milioni e mezzo.

Sergio aveva pronosticato: «La Chiesa ortodossa ha sempre condiviso il destino del suo popolo […] E anche questa volta non lo abbandonerà. Essa benedice  il suo sforzo  di difesa dei sacri confini della patria». Per ambiguo che possa sembrare, date le circostanze e il tremendo passato, ecco che appare in questa storia un primo, inedito “dono” trascendente, offerto per amore da un popolo che soffre, e sembra perdonare evangelicamente quelli che lo hanno fatto soffrire, e continuano a farlo.

Nel settembre del 1943 Stalin  convocò tre dignitari di quanto rimaneva della Chiesa ortodossa, fra i quali il metropolita di Leningrado, e parlò loro in tono benevolo e promettente. Finito il conflitto, negli anni immediatamente successivi, la Chiesa russa sembrò rinascere, sia pure nei limiti concessi da una Costituzione ateista e da un regime pur sempre autoritario.

Morto Stalin, quando al potere salì Kruscev si pensò che la persecuzione anticristiana e la parallela propaganda ateistica non potessero mai più tornare. Era un errore. Cito dal mio libro:

Fra il 1959 e il 1964 sono chiusi cinque degli otto seminari riaperti nell’immediato dopoguerra e vengono sottratti alla chiesa una cinquantina dei 69 tra monasteri e conventi restituitele in quel tempo […]. Con decisioni di puro carattere amministrativo, cioè fuori dalla legge,  si aboliscono chiese e case di preghiera, sotto i più differenti pretesti: perché è venuto a mancare il prete, perché si è dissolta la “ventina” di fedeli  prescritti come minimo  a ogni comunità religiosa affinché le sia assegnato un edificio  per il culto, perché  il tempio  è vecchio e malandato e i fedeli non sono in grado o sono impediti di restaurarlo […] È così che  non meno di diecimila chiese in tutta l’Unione sovietica vengono chiuse o abbattute; fra esse, alcune gloriosissime, altre sono difese specie nei piccoli villaggi, dai fedeli che assistono in lacrime alla rovina.

È  quanto accade il 17 luglio del 1964, quando viene fatta saltare con la dinamite in pieno centro a Mosca la chiesa dei santi Pietro e Paolo, col pretesto che bisogna costruire al suo posto una stazione della metropolitana. Per evitarlo, si erano dati convegno non meno di diecimila fedeli, alcuni dei quali erano entrati nell’edificio sventolando sotto il naso dei poliziotti la Costituzione sovietica che dopo tutto tutela i diritti religiosi. Quando l’esplosione avviene, non si è mai saputo se di quei generosi cristiani ce ne fossero ancora, dentro il tempio.

E a questo punto, il “dono” alla fede e per la fede si fa grande, sintomatico, evidente a tutti. Gli anni del “dissenso” sono animati nella Russia del declino comunista da una continua partecipazione di preti e monaci, e anche qualche vescovo coraggioso, che accanto a intellettuali, scienziati e scrittori si battono per la libertà. Uno per tutti: un cattolico ucraino, Josip Terelja, accanito difensore dei diritti di tutti i cristiani in Russia fino al punto di passare molti anni della sua esistenza in carcere, in campi di lavoro forzato, persino in un manicomio pur di non rinunciare alla fede, arrivò a scrivere in un “samizdat” clandestino queste parole: «Senza esagerazioni dichiaro che non c’è niente di meglio che morire da cattolico in una prigione comunista.  Chi ha superato la paura ha trovato se stesso nella fede e nella speranza, perché noi crediamo  che il Regno di Dio verrà e non avrà fine».

Ecco, e concludo: il “dono” più grande è senza dubbio quello che impegna la propria vita per una ragione più forte di ogni avversità e di ogni timore. Gli esempi nella storia sono tanti, e vale la pena di tenerne conto, ogni giorno, quando ciascuno di noi è chiamato a qualche sacrificio, qualche delusione, qualche povertà, materiale o spirituale e psicologica, e può aiutare se stesso a superare queste prove ricordando quanti hanno saputo fare il sacrificio supremo della vita come “dono”: esattamente quello che Cristo ha fatto sulla croce, anche per ciascuno di noi.

(*) Beppe Del Colle
Direttore del settimanale «il nostro tempo»
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