Leggere con l’arte la natura e l’uomo: tempi e storie di una relazione

«Vegetation as a political agent»

di Laura Mazzoli *
pubblicato il 5 ottobre 2014
Leggere con l’arte la natura e l’uomo: tempi e storie di una relazione
ROZO, When vegetation is not decoration 2014
Può, e in che modo, la natura testimoniare e partecipare alla storia dell’uomo ed esserne agente di cambiamento?

Qual è la relazione tra uomo e natura? E di questa relazione quali segni ci restituisce la storia sociale e politica e quali caratteri etici possiamo leggere? Al mondo vegetale come componente biologica ed alimentare, decorativa ed estetica, e nei suoi riferimenti sociali e etici ci riferiamo per pensare e concepire lo spazio dell’uomo, materiale e spirituale, e per collocare il senso del nostro agire. Nei rapporti tra mondo umano e vegetale le azioni dell’aver cura e conservare, la consapevolezza di una dimensione etica e di un destino congiunto, che unisce natura e umanità, si confondono con lo sfruttamento e la concezione dell’inesauribilità delle risorse.
Un nesso profondo esiste da sempre tra uomini e piante. Nelle forme del pensiero e dell’azione ecco la natura declinata come elemento di armonia dei e con i viventi, elemento estetico, terra mater, ma anche terra di consumo, di selezione e di colonizzazione, lembo di resistenza. Il timore della natura, che l’uomo antico nutriva, incerto nell’interpretare le sue manifestazioni, ha lasciato progressivamente spazio al dominio e all’uso indiscriminato, svelando così la fragilità dell’ambiente ecologico. Fragilità che rende indispensabile e urgente l’impegno alla custodia e alla conservazione, congiunto all’educazione alla consapevolezza e alla sensibilità, nell’etica della responsabilità. Passare dal consumo alla sobrietà nei confronti delle risorse naturali significa coltivare un’attitudine anche ideale che inserisce l’uomo e la natura in una unica comunità di senso e condivisa.
Il rapporto tra uomo e natura sarà tema di fondo ai contenuti del prossimo Expo 2015 «Nutrire il pianeta. Energia per la vita. Nutrire il pianeta» richiama la dimensione alimentare dell’ambiente, ma non è solo questo, coinvolge necessariamente l’etica di giustizia e di responsabilità nei confronti dei suoi abitanti e della terra, i diritti, la solidarietà e il senso dell’esistenza in tutte le sue forme.

Molteplici sono le immagini e i percorsi di lettura e di rappresentazione del mondo vegetale nella cultura, e quindi nell’arte, che indagano la relazione uomo natura. Letteratura, filosofia e arte hanno dato forma a questo rapporto, illustrandone storicamente sintonie e contraddizioni. Vegetation as a Political Agent è la mostra al PAV di Torino, che affronta e porta alla luce l’elemento vegetale nelle sue implicazioni sociali e politiche1. Può, e in che modo, la natura testimoniare e partecipare alla storia dell’uomo ed esserne agente di cambiamento? La mostra, che interseca arte a reportage, workshop a classificazioni botaniche e storico-documentali, offre un percorso interpretativo e di riflessione, attraverso e dentro la natura, sulla storia, la società e la politica, sulle mutazioni e trasformazioni dell’ambiente. Si può parlare di storia sociale delle piante, di natura come testimone e agente sociale e politico, capace di condividere, orientare scelte e destini umani?

OGM Free: i nuovi coloni del nostro tempo nell’arte di Gilardi

Il percorso si snoda all’interno e all’esterno del PAV e si mescola e confonde con l’allestimento del Parco. Inizia con l’incontro di OGM Free di Pietro Gilardi, tre grandi pannocchie di mais antropomorfe, e antropizzate, costumi-sculture dal sapore teatrale che rimandano alle pratiche di modificazione vegetale e umana. Organismi svelati nell’arte di Gilardi come nuovi coloni del nostro tempo. E seguendo questa traccia, che parla di colonizzazione e di modificazione, ritroviamo altre narrazioni.
Nella corte del PAV il Critical Art Ensemble ha riprodotto una porzione di terreno trattato con un diserbante chimico, secondo il metodo roundup ready. Sterile Field è opera ed è segno della pratica tecnologica che seleziona il vivente e consente solo agli organismi modificati geneticamente di crescere, impedendo la biodiversità. Rappresentazione che rimanda alla comunanza tra condizione vegetale e umana nelle scelte selettive globali. E fa pensare alle implicazioni sociali e politiche connesse alla pratica di selezionare per migliorare, di selezionare per controllare. C’è in questa realizzazione, sospesa tra arte e campionatura tecno-agraria, l’evocazione di uno status: il mondo vegetale e la comunità umana uniti nelle relazioni e nei destini. Nel disegno che lega geopolitica e geografia del monopolio dei semi, concentrato nell’ambito di un ristretto numero di aziende, l’impatto visivo della “terra sterile” suggerisce altre invasive tecniche che dalla natura coinvolgono l’uomo, nell’ottica del perfezionabile e modificabile, con le conseguenti implicazioni etiche e bioetiche.

Dan HALTER, Mesembryanthemum Space Invader, 2014

Dan HALTER, Mesembryanthemum Space Invader, 2014
Con Dan Halter narrazione di una colonizzazione inversa:  dall’Africa all’Europa

È ricca di cambi di scena la mostra: alle pratiche della selezione si contrappone la contaminazione migratoria di una colonia violacea di Mesembryanthemum, seminata nel giardino esterno del PAV dall’artista sudafricano di origine svizzera Dan Halter. Alloctona considerata infestante, riproduce le sembianze dell’alieno del videogioco Space Invaders.
L’opera, risultato di un’azione di urban gardening, riproduce e sperimenta il lavoro di migrazione e trasformazione della natura, di contaminazione e meticciato. È la narrazione di una colonizzazione inversa, dall’Africa all’Europa, attraverso le piante. È narrazione dell’invasore africano come elemento vegetale o è già metafora dei flussi e delle migrazioni umane nel mondo globale?  L’installazione di Halter, tra gioco, arte ed esperimento vegetale, pone delle domande: quali possibilità ha il migrante, in senso botanico e antropologico, di adattarsi e di vivere in un habitat diverso e non suo?

C’è anche reazione, resistenza e recupero del dialogo tra comunità umana e esistenza vegetale nella narrazione della mostra. È quella che appare nei documenti esposti di Bonnie Ora Sherk, Crossroads Community (The Farm): la comunità agricola sorta nel 1974 ai margini dei cavalcavia autostradali di San Francisco, testimonianza della condivisione degli spazi urbani. Tra i primi Alternative Art Spaces negli Stati Uniti, si presenta come opera d’arte sociale nel suo intento di relazione e intersezione culturale tra le etnie della città oltre che di pratica di autosussistenza e autoproduzione. Un progetto attivo ancora oggi e in rete con altri nodi di connessione sui temi della diversità culturale ed ecologica.

Precarietà vegetale, precarietà umana

Precarietà vegetale e precarietà umana appaiono legate ad uno stesso contesto reale e di pensiero. Osserva il curatore della mostra: «La precarietà in cui vivono le piante a rischio di estinzione è la stessa precarietà di quei cittadini che oggi tornano a rivalutare le pratiche di orticoltura urbana, intese come fonte di sussistenza in una crisi che colpisce le persone economicamente più fragili». Narrano di fragilità e di mutamento i documenti dell’Erbario dell’Università di Torino e dell’Orto Botanico con l’esposizione di specie protette, le classificazioni botaniche ed i campioni delle tavole degli erbari, gli usi officinali. Ma rappresentano anche la volontà dell’uomo di raccogliere, selezionare, classificare scientificamente le specie; una tassonomia vegetale che ci fa immaginare la tassonomia umana nelle variabili antropologiche delle razze.

Destini incrociati quelli degli organismi viventi, umani e vegetali; dal mondo vegetale, laboratorio di studio e ambito degli esperimenti di tecnologia agraria ed applicazione di colture estensive; dalla natura modificata, per affinare la capacità di resistenza e produzione, ritroviamo i riflessi della nostra esistenza segnata storicamente nella dimensione sociale e politica da modi e tecniche di produzione e di lavoro. L’uso delle risorse ambientali ha mostrato nelle società industriali di considerare la natura come miniera e come discarica.
Lo sviluppo tecnologico degli ultimi secoli ha posto in evidenza il dominio nella relazione uomo natura, l’uso e lo sfruttamento delle risorse naturali, materia prima considerata illimitata. Già nelle piantagioni coloniali del ′600 e ′700 si rintracciano la pratica di espropriazione e sfruttamento e l’iniziale sistema di controllo delle specie. Le curiosità vegetali esotiche scoperte nel tempo coloniale diventano oggetto di colture intensive e produttive, la specializzazione delle unità di produzione di monoculture ha eco nei modelli industriali e nelle procedure di lavoro dell’età industriale moderna.
Ma nella narrazione per contrasti e assonanze la mostra svela altri passaggi: la sensibilità ecologica è coscienza che si sviluppa proprio all’interno delle società e dei sistemi sociopolitici, che coniugano in senso utilitaristico il rispetto alla necessità di tutela di una risorsa considerata indispensabile e funzionale all’esistenza delle società postcoloniali. È quanto Enzo Bianchi annotava «“la questione ecologica e la questione sociale sono due aspetti del medesimo disordine da noi provocato, sono due frutti della medesima volontà di potenza, del medesimo sfruttamento che non conosce doveri e né limiti, del medesimo edonismo che pensa solo a se stesso, senza gli altri e contro gli altri.  Quando si giunge a trattare le persone solo in funzione della loro capacità di produrre e di possedere, si finisce anche col trattare la natura e gli esseri viventi solo in funzione di un loro possibile sfruttamento, solo in funzione del loro valore di mercato»2.
Forme e continuità di modelli che dal mondo naturale sconfinano nella vita dell’umanità, organizzano e regolano il tempo sociale e politico dell’uomo. E ne segnano l’universo etico di riferimento.

Con RozO una narrazione che evoca e rilegge i fatti, l’agire politico e sociale dell’uomo

Alla storia sociale e politica fa riferimento l’installazione, inserita nel cortile del PAV, When vegetation is not decoration di RozO (Philippe Zourgane & Séverine Roussel). Qui c’è l’enunciato stesso della mostra, una narrazione rappresentazione che non vuol fare riferimento alla dimensione estetica e decorativa, che non richiama la bellezza, ma evoca e rilegge i fatti, l’agire politico e sociale dell’uomo. La natura-paesaggio come testimone e attore che partecipa alla storia dell’uomo, nell’azione di resistenza all’occupazione e in senso opposto in quella di colonizzazione.
Si entra in una capanna di bambù e foglie di palma di cocco, un rifugio vegetale di natura intrecciata che è installazione artistica dal nome «Salle verte». Il capanno – memoria dell’abolizione della schiavitù – racchiude ed espone attraverso due punti di focalizzazione il mondo vegetale partecipe della storia. Si alternano e si incrociano i fotogrammi tratti dal film Chien thang Tay Bac (La vittoria del nord ovest), girato nel 1952 dalle forze militari Viet Minh durante la guerra contro l’occupazione francese e le fotografie della mietitura del grano, scattate in Algeria tra 1956 e 1958. La resistenza all’esercito francese nella guerra di Indocina si manifesta nella conoscenza e aderenza tra uomo e natura, esercito e territorio, mentre il paesaggio algerino, rimodellato dall’occupazione straniera, testimonia l’introduzione di un modello coloniale estraneo alla popolazione locale, fonte di indebolimento dell’identità autoctona. Il paesaggio concorre a rappresentare e a testimoniare i mutamenti del rapporto uomo natura, tra resistenza e dominio.

Nella varietà dei materiali e delle sperimentazioni la mostra suggerisce la ricerca di una via etica, filosofica, soggettiva e artistica che sia in grado di liberarsi dalla logica della necessità e recuperi sobrietà e responsabilità. La mostra Vegetation as a Political Agent si snoda nel contesto del PAV, Parco di Arte Vivente, e si armonizza e dialoga con le opere ed il contesto del Parco. Situato in un’area metropolitana di Torino recuperata all’arte, alla natura e all’uomo, si estende sul terreno di un’area industriale dismessa e testimonia il processo di trasformazione di uno spazio marginale, di biodiversità e “in movimento”, limitando e contenendo l’azione progettuale dell’uomo.
Un parco che non è un contenitore di opere, ma spazio di relazione tra arte e vita nelle sue molteplici forme. Spazio di resilienza che scruta etica ed estetica guardando al significato di aver cura e conservare il mondo.  Un parco particolare, diverso dai giardini del verde urbano attrezzato e dai parchi ambientali. Luogo di sperimentazione e riflessione sulla condizione naturale e sull’uomo. Si ispira al concetto «di convertire quello che è soltanto un globo, quale totalità di mercato e tecnologia auto-referenziale, in un mondo, cioè una totalità di senso che rimotivi l’azione umana»3. C’è natura e artificio nelle sue forme. C’è il recupero dell’interiorità, come percepiamo nel Jardin Mandala, opera dell’artista giardiniere Gilles Clément e realizzato sulla superficie del tetto pensile del PAV. Il tetto giardino è parafrasi dell’arte dell’aver cura nelle mani sensibili del giardiniere, che non forzano, che non piegano, che ascoltano.

Gilles CLÉMENT, Jardin Mandala (particolare), 2010 – PAV

Gilles CLÉMENT, Jardin Mandala (particolare), 2010 – PAV

Il mandala delle geometrie vegetali di graminacee – ispirato ai mandala tibetani e induisti e elogio dell’impermanenza – si presta a dar forma all’atto di contenere e rappresentare natura e arte-artificio dell’uomo. Attraverso il mandala, evocazione semantica e di forma del medium che accompagna alla consapevolezza del mondo interiore attorno ad un centro, si dispone e distribuisce la varietà delle forme e dell’esistenza.
Proprio in questa opera “vivente”, fatta da e con specie che si radicano nei terreni più aridi, ritroviamo un contributo alla lettura della mostra. Tra dominio e cura, alterità e appartenenza, tra colonizzazione e selezione, resistenza e creazione, il tempo storico del mondo naturale, non solo biologico, ma anche sociale e politico, riflesso nelle corrispondenze e interazioni con la comunità umana svela così un tempo e un senso etico che ci interroga e richiama nuove alleanze dell’esistenza.


Note bibliografiche

1 «Vegetation as Political Agent», Esposizione internazionale, a cura di Marco SCOTINI, PAV (Parco Arte Vivente- Centro d’Arte Contemporanea), Torino dal 31 maggio al 2 novembre 2014  <http://www.parcoartevivente.it/pav/index.php?id=55> (26 agosto 2014)

2 BIANCHI E., Dopo il contratto sociale un contratto con l’ambiente, in «La Stampa», 12 febbraio 2012, p. 31

3 GILARDI P., «Un parco come mondo», in Parco Park Parc. Arte e territori di resilienza urbana, Eventi & Progetti Editore 2010, p. 8

(*) Laura Mazzoli
Storica e docente di Storia dell'Arte
© Riproduzione Riservata